Escoire_château

Lo strano caso di Henri Girard

di Gilles Nicoli

Nella notte tra il 24 e il 25 ottobre 1941 nel castello di Escoire, in Francia, si trovano quattro persone: Henri Girard, suo padre Georges, sua zia Amelie, e la domestica Marie. La mattina seguente solo Henri Girard è ancora vivo. Gli altri tre sono stati brutalmente assassinati a colpi di roncola. Alcuni dettagli importanti: Henri Girard è la persona cui prodest il triplice delitto, perché erediterà le immense fortune di famiglia; nessun possibile ingresso al castello presenta segni di effrazione, per cui si presume che l’assassino si trovasse già al suo interno; l’arma del delitto, che abbiamo già detto essere una roncola, era stata chiesta in prestito da Henri Girard pochi giorni prima ai custodi del castello; una mano di Henri Girard presenta ferite compatibili con l’utilizzo della roncola stessa.

Il caso sembra quindi poter trovare velocemente una soluzione scontata: eppure Henri Girard – subito sospettato, e recluso in prigione per 19 mesi in attesa di essere giudicato – al termine del processo, che si svolge tra il 27 maggio e il 2 giugno del 1943, viene assolto. È uno degli errori giudiziari più clamorosi di sempre?

Lo scrittore francese Philippe Jaenada torna su questa storia a più di settant’anni di distanza con Lo strano caso di Henri Girard, pubblicato quest’anno da Sellerio. In parte romanzo, in parte non-fiction, il libro segue una traiettoria errabonda nella biografia di Henri Girard; giocando con l’attesa e l’impazienza del lettore, che freme per giungere al cuore della vicenda, all’omicidio e alla storia di questa improbabile assoluzione, Philippe Jaenada sceglie di raccontare innanzitutto ciò che precede e segue quella notte. La prima sorpresa arriva qui: una pagina dopo l’altra ci si rende conto di quanto la vita di Girard meriti di essere narrata a prescindere dal fatto di cronaca che l’ha segnata. Prima del triplice omicidio, quella di Henri Girard è una storia di formazione che velocemente assume i tratti della storia di guerra, in una Parigi sotto l’occupazione nazista. In seguito arriveranno la storia della letteratura, e quella del cinema: dopo la tragedia, nella sua vita c’è un periodo trascorso in Sudamerica facendo principalmente l’autista, guidando anche un camion carico di materiale esplosivo; poi, la scrittura di un romanzo ispirato proprio a tale esperienza, Il salario della paura, firmato con lo pseudonimo di Georges Arnaud, composto dal nome del padre e dal cognome della madre – dal libro verrà tratto un film interpretato da Yves Montand e diretto da Henri-Georges Clouzot (che, curiosamente, unisce nel proprio i due nomi con cui Girard si farà chiamare nel corso della sua esistenza); infine, una carriera giornalistica con cui svolgerà un ruolo di primo piano nel dibattito politico e culturale francese, spendendosi, tra le altre cose, per la causa algerina.

Il materiale per una buona storia di certo non manca. «Sì, esatto. In effetti, l’argomento è caduto dal cielo (ciò che dico nel libro è vero: il nipote di Henri Girard era il padre del migliore amico di scuola di mio figlio), ed è un ottimo soggetto, davvero, in ogni modo. Non ho merito quanto alla sostanza del romanzo, non viene da me, non ho inventato», mi dice Jaenada. «Il mio lavoro di scrittore e romanziere ha quindi consistito nel dargli forma. E non dovevo sbagliarmi, non dovevo rovinare il soggetto. È stato lungo, complicato, ma appassionante. Ho avuto due problemi principali, due ostacoli. Innanzitutto, la vita di Henri Girard nella sua interezza e l’atmosfera del tempo mi sono sembrate molto importanti per capire “il cuore della vicenda”, come dici tu, per capire tutto, quindi. Non potevo semplicemente trattarli rapidamente, in pochi paragrafi, e dedicare quasi tutto il libro alla notizia, alla storia criminale, ma avevo un problema cronologico: il dramma del castello arriva molto presto nella vita di Henri Girard, se lo avessi inserito in ordine di tempo avrei avuto ancora centinaia di pagine da scrivere – e il lettore centinaia di pagine da leggere… – con la vera tensione drammatica (e al tempo stesso la suspense) già venuta meno dopo la “soluzione” dell’enigma del triplice omicidio. Non mi sembrava possibile, era un ritmo generale troppo traballante. Quindi ho rischiato di raccontare la storia di Henri Girard, interamente, con una piccola area sfocata a 24 anni, e poi di guardare in profondità in questa “piccola area sfocata”».

Nella sua autobiografia, Sono uno scapestrato, è del resto lo stesso Henri Girard a presentare la sua vita come divisa in due: «Avete visto questo ragazzino gentile, il bravo Girard, l’avete visto il ragazzo di buona famiglia beneducato. È morto, Girard è morto un mattino d’ottobre insieme al padre e alla zia. Il nuovo Henri Girard che avete davanti è nato in una prigione, nel freddo, nella fame e nell’odio, tra i criminali. Finita la cortesia, finite le buone maniere, al diavolo l’ipocrisia, ho altre cose da fare adesso». (Piacerebbe molto a David Lynch, credo, questa doppiezza, due nomi e due personalità diverse cui corrisponde sempre lo stesso corpo: Henri Girard diventa Georges Arnaud un po’ come Betty diventa Diane in Mulholland Drive, ma il passaggio non avviene con uno spettacolo al Club Silencio, bensì con un bagno di sangue nel castello di Escoire.)

A un certo punto, inevitabilmente, si arriva dunque al cuore della vicenda, che riserva altre sorprese. Non solo ci sono diverse possibili spiegazioni per l’assoluzione di un imputato ritenuto colpevole praticamente da chiunque, alcune delle quali davvero sorprendenti; ma inizia presto una terza parte del libro in cui Jaenada ribalta la prospettiva: Henri Girard forse è davvero innocente, ci sono diversi indizi a sua discolpa, bisogna semmai spiegare perché e in che modo si sia indagato esclusivamente su di lui, e quali altre piste avrebbero potuto seguire invece gli investigatori. «Il secondo problema, ovviamente, era come affrontare la sua innocenza o colpevolezza», mi spiega Jaenada. «Sembrava troppo semplice, e poco utile, dire: “La gente dell’epoca era ignorante, tutti pensavano che fosse colpevole quando non era lui”. Volevo capire in primo luogo ciò che avevano compreso gli osservatori del 1941 e del 1943 – cioè la polizia, la magistratura, i giornalisti, la società – che erano umani esattamente come lo siamo oggi, non più stupidi o malvagi, potrei pensare. E solo allora, mostrare che con il tempo, il rinculo, nella calma, possiamo vedere le cose in modo diverso.

È un libro sulle apparenze e sui nostri giudizi che spesso ci ingannano». Qui potremmo ricordare una delle più preziose lezioni di Heidegger, senza tradirne troppo il senso originale: «forse è dimostrabile soltanto ciò che è essenzialmente senza importanza, e tutto ciò che ha bisogno di venir dimostrato, non ha forse in sé rilevanza alcuna». Philippe Jaenada è rigoroso, è efficace, è convincente nelle sue argomentazioni, ma non arriva a togliere qualsiasi dubbio sulla colpevolezza di Henri Girard, né a incriminare definitivamente colui che individua come potenziale vero assassino; né gli interessa farlo.

L’essenziale, nel libro di Jaenada, non è l’identikit del colpevole, ma qualcosa che non ha bisogno di venir dimostrato, come il trascorrere del tempo, o il rapporto tra un padre e un figlio. Sotto questo aspetto, si dimostra fondamentale il ruolo del narratore, vale a dire dello stesso Philippe Jaenada, all’interno del libro. È lui, con la sua presenza, a portare l’elemento di fiction, il romanzesco, nella storia vera di Henri Girard; a collegare le vicende con quelle dei suoi libri precedenti; a invitare il lettore a ragionare insieme a lui, non semplicemente a seguirlo. «Ancora una volta, è esattamente così. In precedenza (i miei primi sette romanzi), parlavo solo di me stesso – non ero proprio io, ma personaggi che mi assomigliavano, che vivevano cose che avevo vissuto. Quando ho deciso di raccontare altre vite, ho avuto l’idea di rimanere un po’ in parallelo. Per due motivi: primo, è vero, il libro è un romanzo, non una biografia, una tesi o un lungo articolo di giornale. Mi metto un vincolo: rispettare assolutamente la realtà storica, non inventare il minimo dettaglio (anche un colore di abbigliamento, per esempio), non modificare il più piccolo fatto  perché mi conviene. Ma per non essere “asciutto” ci vuole finzione, o una possibile finzione. Sono io, le mie piccole avventure, a svolgere questo ruolo (quello che dico su di me, non sappiamo se sia vero o falso). La mia presenza (ma sono davvero io?) aiuta a trasformare una storia vera in un romanzo, in letteratura. Ma soprattutto, e ancora una volta hai ragione, sono ossessionato dal tempo. Non voglio che il passato sia considerato qualcosa di chiuso, distante, finito, sepolto in una cassa sul fondo dell’Atlantico. Voglio creare collegamenti, “attraversare” i personaggi, “vederli”, passando sulle loro tracce nello spazio, se non nel tempo. E nel collegare il passato al presente, spero che il mio personaggio (che non è un eroe, che è timido, goffo, che fa errori, che è “normale”), possa essere un ambasciatore per il lettore. Cerco di accompagnare il lettore sulle orme del passato, o meglio, come dici tu, di agire al suo posto, di parlare al suo posto, di fare da rappresentante, un avatar piuttosto che una guida».

L’insistenza di Jaenada sui casi di cronaca (prima di Henri Girard, in Sulak era stato il turno di Bruno Sulak, “ladro gentiluomo”, e in La petite femelle di Pauline Dubuisson, condannata all’ergastolo per aver ucciso il suo ex fidanzato), in effetti, non è dovuta solo a un interesse per le storie criminali, ma anche, forse soprattutto, all’abbondanza delle fonti disponibili, necessarie a creare quei collegamenti. «Mi piace la cronaca nera come piace quasi a tutti, vale a dire mi piacciono i romanzi polizieschi, le trasmissioni televisive, le rubriche sui giornali… quindi questo è un motivo per cui la uso per i miei libri. Ma ce ne sono altri due: il primo è che non mi piace “inventare” (non so se non mi piace o se non ho immaginazione, ma diciamo che “non mi piace”). I fatti sono quindi un supporto perfetto per me, una buona materia prima. E soprattutto, non sono particolarmente affascinato dal sangue, dall’omicidio, dalla morte (per niente), ma quando c’è un crimine, ci sono necessariamente delle indagini. Gli agenti di polizia o i giudici hanno scritto moltissimi rapporti e hanno intervistato dozzine e dozzine di persone, che conoscevano il protagonista nella sua infanzia, al lavoro, in famiglia, che lo hanno frequentato per quindici anni o che l’hanno visto solo dieci minuti prima del crimine. Ciò restituisce un ritratto molto completo, molto vario, con tante sfaccettature, diverse angolazioni. (Conosco Henri Girard meglio di mia madre, penso, e in ogni caso non ci sono state cinquanta persone che mi hanno raccontato ciò che sapevano di mia madre in diversi momenti della sua vita.) L’indagine è un ottimo strumento, un materiale straordinario per uno scrittore. Non ho una passione per gli assassini o i sospettati di omicidio. Ma se volessi raccontare la vita di un veterinario o di un fornaio negli anni ’30, ad esempio, dove troverei centinaia di informazioni su di lui?». Eppure è proprio il crimine a dare il titolo originale al libro, che in francese è La serpe, cioé la roncola, vale a dire proprio l’arma del delitto. «La scelta del titolo non è stata facile. Volevo che il libro fosse una storia umana, una storia di civiltà, ma anche un enigma, una storia di polizia – qualcosa di un po’ leggero, allora. Volevo che ci fosse la parola roncola. Ma tutto quello a cui ho pensato era o troppo serio, o troppo triste, o troppo “campagnolo”, o troppo poliziesco, o troppo “da piccolo romanzo di seconda categoria” (“A colpi di roncola”, per esempio). Ho detto al mio editore: “Mi dà fastidio, vorrei un titolo con roncola, cerco, cerco, provo tutto, ma non trovo nulla di buono”. Ha risposto: “Stai cercando un titolo con roncola? La roncola”. Aveva ragione».

(Fonte foto)

Aggiungi un commento