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L’occhiale da sole nell’opinione di un architetto tedesco

Un giorno di luglio, dopo aver chiuso il sacco a pelo dentro uno zaino, Roland Barthes, l’autore di Miti d’oggi, monta su un treno per l’Italia. Un treno che ferma in tutte le città di mare – da Ventimiglia a Leuca. Barthes scende ad ogni stazione. Pernotta un giorno o due in una pensioncina, oppure, dopo aver camminato per un intero pomeriggio, in spiaggia, sul lungomare, dopo aver sostato su una panchina, accanto a una fontana, sul sedile di uno scooter, all’ingresso di un campeggio, cerca riparo all’ombra di una pineta e stende il sacco a pelo sopra un tappeto di aghi di pino. La mattina rimonta sul treno. Ricomincia la lenta discesa  – come una macchia di luminol; come una goccia di sciroppo d’amarena – lungo lo stivale, e su ciò che vede, Barthes prende appunti su un diario: “I romanzi gialli esposti nelle edicole bazar; tuffarsi da uno scoglio; un gioco d’ombre sul fondale di una piscina; addormentarsi tardi; il contatto freddo della pianta nuda di un piede contro una ceramica; un sogno tropicale nella decorazione di un cocktail; chiudere la zip di un sacco a pelo, immergersi; una classe d’infradito colorate sulle strisce pedonali; il cruscotto fumante di un’automobile senz’aria condizionata; un uomo in canottiera, appoggiato ad una balaustra; il pentagramma muto dei corpi stesi su una scogliera; le due persiane aperte, su di una cucina, dove madre e figlia recitano come a teatro; un bimbo che mastica una cannuccia; una macchia di pistacchio sciolta su una Gazzetta dello Sport; e il successo canoro dell’estate, da un’autoradio fritta dal sole”.

Barthes acquista un paio di occhiali da sole, dopo averne osservati centinaia, disposti in file da dieci, lungo i lenzuoli stesi a terra dagli ambulanti. L’estate è uno speciale contenitore di usi del tempo, oggetti, mitologie specifiche. Se Roland Barthes avesse davvero passeggiato sulle nostre marine, nel trentennio che va dagli anni ’80 a oggi, lungo un tratto di tempo, cioè, in cui la celebrazione pop e merceologica dell’estate si è fatta così ricca e definita, forse ci avrebbe scritto un saggio. L’occhiale da sole, oltre agli spaghetti allo scoglio e alle creme protettive, è uno dei temi che galleggiano dentro il pantheon delle merci e degli oggetti estivi.

Di antica invenzione – Cina, XII secolo – l’occhiale da sole è diventato accessorio di massa solo negli ultimi decenni: i Ray Ban a goccia o il modello Wayfarer, dettaglio metafisico nei romanzi di Bret Easton Ellis, tornato in produzione di recente. Intorno si sono formate, spontaneamente, alcune tecniche, che hanno articolato i modi in cui l’occhiale può essere portato; che nascono da un vezzo e da un atto di creatività individuale; che nel tempo si sono diffuse, per imitazione, fino a diventare patrimonio comune. Fino a fondersi con il linguaggio del corpo. Raccontando l’estetica delle giovani neofasciste, che nei tardi anni ’70 frequentavano il Bar Ciampini a Roma, scriveva Carlo Rivolta, cronista di Repubblica, morto di eroina nell’81: “Borse di Gucci, maglioni larghi, occhiali sui capelli”. Occhiali sui capelli. Esistono altri modi d’indossare gli occhiali. Se provassimo ad elencarli, pensando a Bruno Munari: portati alti sulla fronte (come il regista Pasquale Squitieri); infilati, con un’asta lasciata in vista, nel taschino di una camicia (civettuolo); appesi al collo di una t-shirt, grazie all’asta infilata dentro al collo della t-shirt (sportivo); appesi sotto il mento, con le due aste messe in verticale (cerebrale); con l’asta, mordicchiata, che pende da un’estremità della bocca (atteggiamento pensoso, o di seduzione, in cui si fa largo un dente a tormentare l’oggetto). Sono in pochi quelli che ancora rinunciano all’esibizione e fanno sparire l’occhiale dentro una custodia.

E non è semplice ricostruire la catena attraverso cui quel certo uso dell’occhiale si è trasmesso e universalizzato; per cui le piazze, i dehor, i lungomare, si sono affollati di soggetti con l’occhiale sollevato sulla fronte. È difficile, raro e pressoché impossibile, assistere al momento in cui un singolo ha l’intuizione di, per esempio, sollevare gli occhiali sulla fronte e sfoggiare quel gesto come un fatto di codice e stile. Dovremmo, allo scopo, dotarci di un microscopio sempre puntato sulla realtà. Dentro i bar, nei lungomare. Eppure, a chi scrive è accaduto. Mi ci sono imbattuto senza cercare, per puro caso, diversamente da Roland Barthes, dai cool hunter che negli anni Zero scattavano foto ai semafori di Williamsburg.

Scendevo, un giorno di luglio, da un regionale diretto per Roma, che passava per la piccola stazione di Campiglia Marittima, ad un paio di chilometri dalla Riva degli Etruschi, un tratto di costa tirrenica in provincia di Livorno. Intorno alle due del pomeriggio, uscendo dalla stazione, mi sono trovato nel mezzo di uno spiazzo deserto, infiammato dall’anticiclone africano. Un paio di scooter, il coro delle cicale, sui muri i manifesti di una sagra del caciucco; che insieme apparecchiavano un momento da western toscano o da commedia di Virzì.

Ho cercato rifugio sotto la veranda di un bar, dove sedevano un paio di persone. Al tavolo in fondo un turista tedesco sulla trentina, immobile. Portava un paio di occhiali da sole in tartaruga: Wayfarer. Ma con un metodo unico, mai visto. Ci siamo presentati (“Oliver, nice to meet you”). Gli ho chiesto da quanto tempo portasse gli occhiali in quel modo. “A couple of years”, mi ha detto. E ha aggiunto che lo trovava comodo; che aveva scoperto, per caso, una porzione del corpo utile ad appoggiare gli occhiali, con risultati pratici, funzionali, e con un ricavo soddisfacente sotto il profilo estetico. “Che lavoro fai?”, gli ho chiesto. “L’architetto”. La stecca sinistra era davanti al collo, poco sotto, e parallela, al pomo d’Adamo; la destra correva posteriormente, dietro la nuca, mentre le lenti erano comodamente adagiate, in bolla, sul piano anatomico formato dalla clavicola. L’osso della clavicola riempiva con naturalezza la piccola inforcatura delle lenti, garantendo una sufficiente stabilità. “Li porto così mentre guido, anche mentre cammino. Non sei il primo che mi ferma e chiede informazioni”. Abbiamo un po’ parlato della semifinale europea tra Italia e Germania, della serie di complessi – culturali? Antropologici? – che all’improvviso, e immancabilmente, emergono e che i tedeschi soffrono, giocando a calcio, di fronte agli italiani. A quel punto la conversazione avrebbe potuto convergere, con naturalezza, sulla crisi e sull’Europa, sulla Merkel e sulla Grecia, ma con pari naturalezza, come per un tacito accordo, interpersonale ed internazionale, quella serie di spinte centripete ad arrivare al fuoco, dentro lo spazio di un discorso più vasto attraversato da frizioni ed attriti, stracarico di elettricità, si sono di colpo ritratte.

Ho scattato una foto, mentre continuavo ad osservare la composizione geometrica formata dalla verticale del collo con la linea orizzontale dell’occhiale. Come se in quella serie di cavità risplendesse l’incendio di un big bang, di una nuova tendenza. Oliver, ignoto punto d’origine di una potenziale tendenza dell’estate, senz’altro di un modo originale e nuovo d’interpretare l’occhiale, prendeva l’ultimo sorso del suo caffè freddo. Poi mi ha salutato –“take care”– e se n’è andato, con l’occhiale ancora esposto sulla clavicola, su quella specie di mensola, scomparendo dentro una trama infuocata di puntini estivi. È così, magari, in questi anfratti del comportamento umano, che nasce quella propensione leggera, che distingue la specie umana, attribuita spesso agli italiani, che chiamiamo stile.

Lavora a La 7. Ha scritto per diversi quotidiani e periodici. È autore di Macao, un ebook sulla vicenda della torre occupata a Milano. È autore di un reportage narrativo sul romanziere Michel Houellebecq e il movimento raeliano. Dal settembre 2012 tiene un tumblr sul quindicennio 1970-1985.
Commenti
Un commento a “L’occhiale da sole nell’opinione di un architetto tedesco”
  1. Simone scrive:

    Cioè, prima mi parli di Deleuze, poi di Barthes: e tra tutte le stazioni in cui potevi scendere proprio Campiglia M.ma, che è la “mia”? :-)

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