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Lode all’impotenza

“Non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiano più niente da dire o da pretendere”. Questa frase di Kurt Vonnegut da Mattatoio n°5 mi viene ogni volta, da ultima, in provvidenziale aiuto, quando prima la ragione poi l’istinto poi i muscoli involontari hanno terminato il loro lungo corso di reazioni, e io rimango afasico, abulico, sperando che questo senso di letteralmente infantile impotenza mi restituisca almeno una forma di adesione alla realtà.

Se siamo umani, non c’è nulla di intelligente da dire sugli ultimi bombardamenti a Gaza, su questa fase di guerra che non è ancora ufficialmente guerra o lo è appena diversamente dal solito. Le immagini parlano da sole, si dice; ma in definitiva non è nemmeno vero: alle volte le immagini, infilate in un’homepage infastellata di commenti ai mondiali o in una timeline qualunque, non dicono nulla. I ragazzi israeliani assassinati, il ragazzo palestinese bruciato vivo, i razzi di Hamas, la ferocia idiota di Benyamin Netanyahu, l’inefficacia politica di Abu Mazen, i cento morti di quattro giorni di raid… Lo scandalo della tragedia lascia il passo, è terribile dirlo ma è innegabile, a una sensazione di ripetitività, di moto inerziale. Le analisi geopolitiche sono delle versioni aggiornate, sempre un po’ al peggio, delle analisi geopolitiche di un anno o cinque o dieci anni fa. Il conflitto israelo-palestinese è diventato una figura retorica che indica qualcosa di irrisolvibile e ricorsivo.

Stamattina leggevo questo editoriale su Internazionale di Gideon Levy, riassumeva l’escalation delle ultime settimane e a un certo punto diceva: “Il seguito, però, è già scritto da un pezzo nelle cronache di tutte le operazioni insensate e sanguinarie condotte a Gaza in ogni epoca. Stupisce, semmai, che da un’operazione militare all’altra sembra che nessuno impari niente. L’unica cosa che cambia sono le armi impiegate”. Ieri leggevo uno status di Ida Dominijanni su facebook che diceva: “Ho letto vari post e relativi dibattiti su quello che sta succedendo a Gaza. Posso dire una cosa che non piacerà a nessuno? Io la ripetitività del conflitto israelo-palestinese non la reggo più. E nemmeno quella dei relativi dibattiti”.

Nel thread che si sviluppava Dominijanni riceveva un po’ di insulti. Pro-Hamas, pro-Netanyahu, occorre schierarsi, le rimproveravano, dire la propria, anzi – come veniva ribadito – occorre urlarla, la propria. Lo sdegno, la rabbia contro l’indifferenza!
È possibile, mi chiedevo, che una posizione come quella di Dominijanni venga scambiata per indifferenza? È possibile che un invito al silenzio, che una resa alla ferale stanchezza venga presa per connivenza? Non solo è possibile, è naturale. Fa parte di una sorta sopravvivenza emotiva pubblica.

Sempre in questi giorni leggevo un bellissimo libro ormai introvabile che fu pubblicato nel 2008 da Isbn, Il sesso del terrore di Susan Faludi. A un certo punto si racconta del linciaggio mediatico a cui fu esposta dopo l’11 settembre Susan Sontag, rea di aver scritto un breve pezzo sul New Yorker che mostrava troppi tentennamenti e punti interrogativi. Aveva incluso frasi del tipo ”Un briciolo di coscienza storica potrebbe aiutarci a capire ciò che è accaduto e cià che sta per accadere?” e “Nessuno dubita che l’America sia forte. Ma non è l’unica dote che deve avere”. Per quel quel breve editoriale Sontag fu appellata da una stampa insolitamente compatta come “un alleato del diavolo”, “una boriosa”, “una squilibrata”, “malata di idiozia morale”, “straordinariamente stupida”… e la cosa continuò per un bel po’ con politici che le auguravano l’inferno e giornalisti che la ridicolizzavano: ce l’hai contro gli stupratori ma tolleri i terroristi.

Ammutolire, fermarsi, non urlare, è un peccato grave di fronte alle immagini di una strage. Non cedere alle reazioni di pancia, un errore da intellettuali vigliacchi.

Ho letto centinaia, anzi migliaia di pagine sul conflitto israelo-palestinese. Insegno storia, mi capita quasi ogni anno di dedicare un approfondimento alla questione. Ci sono dei testi che spiegano in modo scrupoloso, intelligente, storicamente inappuntabile, cosa è accaduto lì negli ultimi 70 anni, e anche prima. Ho letto romanzi, fumetti, ho visto film, speciali tv, anche cartoni animati, compulsato articoli, dossier, infografiche… Ho conosciuto personalmente alcuni che hanno vissuto lì, che c’hanno lavorato, che hanno fatto i volontari, che c’hanno studiato, che c’hanno perso letteralmente la vita, tipo Vittorio Arrigoni. Sono una persona che riconosce la complessità, come moltissimi altri, mi piace chi sottolinea l’importanza dei contesti. Eppure a un certo punto raggiungo una specie di stallo emotivo. Non so più che dire. Non desidero più approfondire. Non mi sorprende, non mi sciocca più nulla. Niente mi aiuta a ragionare.

Un anno fa contattai, perché volevo raccontare la sua storia in modo più approfondito, una donna di cui avevo letto un’intervista su internet. Era su Una città, una rivista fatta benissimo, a cui sono affezionato, e che è composta esclusivamente di interviste – interviste fatte a chiunque, a Zygmunt Bauman come all’operaia appena assunta dalla Zanussi. Questa, una testimonianza senza praticamente domande, l’avevano realizzata Barbara Bertoncin e Mattia Sansavini a Caterina Brau, insegnante in pensione, sopravvisuta all’attentato del 27 dicembre 1985 all’aeroporto di Fiumicino ad opera di un commando terroristico palestinese legato a Abu Nidal – ci furono 13 morti, e circa 100 feriti: una di questi fu Caterina Brau, che perse una gamba.

Quello che mi colpì nell’intervista è che parlava poco del momento della strage, ma parlava del dopo.

Parlava di sé.
“Il ritorno alla vita normale? Mah, in realtà non è stato più come prima.
Ma in fondo nella vita delle persone capita sempre un evento che segna un prima e un dopo, una malattia, la nascita di un figlio, la morte di una persona cara… uno qualsiasi di questi eventi fa in modo che niente sia più come prima.
Prima camminavo molto, ero un tipo abbastanza sportivo, andavo in bici, correvo… Non ho più potuto, però la vita è andata avanti, certo con delle limitazioni. Ma, cosa vuoi, una volta che rischi di morire, poi sì, ti dispiace non fare certe cose, però tutto sommato non è che sia una cosa così terribile.”

Parlava della condizione della vittima.
“All’epoca non c’era niente per le vittime di questo tipo di eventi. Io poi, essendo non-credente da sempre, non c’avevo neanche un sacerdote. Ho avuto l’appoggio dei miei genitori, di mio marito e anche degli amici, che sono stati molto importanti. E poi la gente, ho ricevuto tante attestazioni d’affetto. Dalle istituzioni invece niente. In Italia ancora non erano previsti risarcimenti per le vittime del terrorismo.”

Parlava degli attentatori, dell’unico sopravvissuto del commando, Khaled Ibrahim Mahmoud, arrestato e uscito di galera nel 2008.
“La prima volta che il ragazzo palestinese è stato messo in semilibertà sul Corriere è apparsa l’intervista a una delle vittime, un uomo. Ricordo che era molto arrabbiato che questo giovane potesse andare a coltivare un giardino dopo quello che aveva fatto. Non ricordo il nome, ma siccome non condividevo assolutamente la sua opinione, non mi è venuto neanche in mente di cercarlo.
Quel poveraccio aveva solo diciott’anni. Una storia terribile: aveva perso tutta la famiglia a Sabra e Chatila quand’era ancora un bambino. Se ci pensi, il passaggio tra il suo prima e il suo dopo, quel giorno in cui, a otto anni, è tornato a casa e non ha più trovato i suoi cari, è stato forse peggiore del mio. Dopo quella strage, l’avevano arruolato in un gruppo terroristico che gli deve aver fatto un vero lavaggio del cervello e alla fine si è ritrovato in questa situazione con i compagni morti. Perché sono morti tutti tranne lui. Erano quattro e tre sono morti; c’era anche il famoso quinto uomo che doveva essere il capo, ma non si è presentato…
Che dire? A diciott’anni è facile sbagliare, coinvolgersi in cose più grandi, essere additato come l’autore… cioè, lui sicuramente ha sparato, lo ammette, non è che neghi questo fatto, però secondo me lui era una pedina in un ingranaggio più grande. Questa vicenda del Medio Oriente non è mai del tutto chiara, non si sa chi spara a chi.
Comunque ha fatto 26 anni e ora è fuori. Va bene così. È giusto che abbia un’altra opportunità. È quello che penso anche dei terroristi nostrani: devono pagare però è giusto che poi abbiano un’altra possibilità.
Capisco che per una vittima sia difficile accettarlo, ancor di più per i familiari, perché magari ti hanno tolto un padre, però quando si è giovani si fanno un sacco di cavolate.”

E parlava del perdono, della possibilità di una rappacificazione.
“No, non ho mai pensato di incontrarlo. In fondo facciamo parte della stessa storia ma con ruoli diversi, siamo due che si sono sfiorati per caso.
Non posso dire che mi sia indifferente perché ho comunque seguito le sue vicende da lontano, ci ho pensato ogni tanto a come stava, a cosa voleva dire per lui essere l’unico vivo del gruppo, però non ho mai avuto il desiderio di incontrarlo. Credo che sarebbe malsano, per tutti e due; no, non mi piace neanche l’idea. Voglio dire, non lo odio, ma non lo amo neanche. Queste cose all’italiana del perdonismo, del Carramba che sorpresa, non fanno per me.
È successo, te ne devi fare una ragione, dopodiché, senza perdonare, senza odiare, le strade si dividono…”

Questa di Caterina Brau insomma è una pagina che ho salvato sul desktop. (Qui c’è tutta l’intervista). E mi ricordo che quando – dopo essermi preparato, documentato su quegli anni, Abu Nidal, i suoi rapporti conflittuali con Arafat e ambigui con il Mossad, ma anche i dilemmi etici sul tema del perdono, i ragionamenti sul paradigma della vittima – telefonai a questa donna, sapevo non solo citare a memoria dei passi di quest’intervista, ma dimostrarle che avevo fatto mio il suo punto di vista. Volevo che me ne parlasse ancora, che ci potessimo incontrare anche, dal vivo, e che potesse svolgere, attraverso la sua semplice presenza umana, una funzione testimoniale, facile da utilizzare, utile come bussola in tempi di risentimenti e desideri di semplificazione e vendetta come questi. Mi rispose che non voleva parlarne più di quella storia, che la vita va avanti, e che tutto quello che aveva da dire, l’aveva detto nell’intervista. Insistetti, ma poi, di fronte alla sua reticenza, accettai. Lì per lì ci restai male. Ma come, mi dicevo, sei riuscita a fare un percorso personale certo doloroso, eppure così chiaro e consapevole, e adesso non lo condividi?
Ecco, oggi, a distanza di un anno, capisco perfettamente il perché di quel no.

Commenti
28 Commenti a “Lode all’impotenza”
  1. Jacopo scrive:

    1) Vonnegut per dire che di un massacro non si può parlare organizza un intero e fondamentale romanzo, alla fine del quale, in effetti, del massacro si è parlato. La letteratura vive di paradossi efficaci.
    2) La storia del macello palestinese è un continuum insostenibile, ma personalmente ho l’impressione che stavolta ci sia stato un vero e proprio giro di vite. Stare zitto non me la sento, nonostante Raimo ragioni bene.

  2. Tuvia Fogel scrive:

    L’ennesimo intelletuale europeo che non riesce a non giustificare Hamas.

    Gideon Levy, Susan Faludi, Susan Sontag, Zygmunt Bauman – per inquadrare il pregiudizio di Raimo basta vedere chi sono gli autori che cita. ‘Ho conosciuto personalmente alcuni che hanno vissuto lì’, significa solo che lui non ci ha mai messo piede. Si considera ‘una persona che riconosce la complessità’, eppure espressioni come ‘la ferocia idiota di Benyamin Netanyahu’ gli sorgono spontanee. Insomma, solo un altro intellettuale di sinistra europeo, che non capisce proprio come mai gli israeliani non si fidano piu’ di quelli come lui. Chissa’ se Raimo mi saprebbe spiegare come mai non usano scudi umani sugli edifici di Aleppo…

  3. Barbara scrive:

    Splendida esemplificazione dell’urgenza di questa articolo di Raimo, il commento di Tuvia Fogel. Giustificare Hamas. Ti prego. Mi pare che capire perché gli israeliani non si fidano di quelli come lui (come noi) sia in questo momento l’ultimo dei problemi. Si fidino
    di Netanyahu e della sua intelligente misura.

  4. christian raimo scrive:

    Mi dispiace Tuvia, penso proprio il contrario. Non posso giustificare nessuno, o posso giustificare tutti, che differenza fa? Vuole che le citi qualche intellettuale pro-Israele ragionevole e dialettico? Non mi asterrei.
    Ritengo Abu Mazen e Netanyahu due politici piuttosto mediocri, inadeguati al loro ruolo. Persone che rivendicano a sé sempre la ragione e mai una parte del torto. È chiaro che non ci sarà nessun processo di pacificazione, in questo modo, né ciascuna parte otterrà – se non brevi e illusori tratti – una parvenza di vittoria, una stupida vittoria. Ho letto molte interviste a Netanyahu, l’ho sempre trovato un politico imballato, autocentrato, con delle componenti di narcisismo patologico: “la sua ferocia” è quella che lui si ascrive. “Idiota” è in greco colui che non partecipa alla polis. Ma anche qui non ce l’ho con lui. È un’espressione che la urta? Posso trovarne altri meno tranchant? E allora?
    Spero che anche lui, schiavo di una retorica bellicista, possa cambiare e agire in un modo meno prevedibile e automatico di come sta facendo in questi giorni.

  5. Paolo scrive:

    per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese condivido la stanchezza di Ida Dominijanni e anche di Raimo, là anch’io non so dove schierarmi e penso che ormai i torti e le ragioni siano confusi, e non sopporto le tifoserie ma sull’11 settembre credo di concordare con quanto Christopher Hitchens scrisse nella sua autobiografia: Sontag, Norman Mailer, Oliver Stone, per non parlare di Chomsky e altri intellettuali “leftist” erano sopratutto preoccupati di non farsi trovare dalla stessa parte di un presidente USA (per di più repubblicano) e in questo ci vedo un po’ di vigliaccheria: vi sono circostanze in cui non schierarsi, ammutolire è possibile e comprensibile (come nel caso attuale del conflitto israelo-palestinese), altre in cui non lo è..l’11 settembre per me è uno di questi casi..il che certo non vuol dire (come alcuni non sempre in buonafede pensano) approvare tutto ciò che gli USA fanno politicamente, significa dire che tra gli Stati Uniti (pur con tutti gli errori e orrori che la politica americana ha commesso nella sua storia) e Al Qaeda non ci può essere equivalenza morale come non c’era tra l’Inghilterra di Churchill (che pure era una potenza colonialista, classista e razzista) e la Germania di Hitler..nel momento in cui la Germania nazista attacca l’Inghilterra un intellettuale che avesse sollevato il ditino per dire “sì ma non dimentichiamo che pure Churchill è stronzo” non sarebbe sembrato molto intelligente, allo stesso modo senza per questo giustificare insulti e minacce infernali, scrivere cose come “la forza non deve essere la nostra unica dote” a pochi giorni da un attacco tremendo con migliaia di civili morti contro il tuo Paese, mi suona come una “moralina” insostenibile è l’equivalente colto del giornalista che chiede ai genitori di un figlio ammazzato se “perdonano” l’assassino

  6. franzecke scrive:

    @ Tuvia Fogel

    l’ennesimo ebreo che non riesce a non giustificare Israele?

    Eppure la vostra storia dovrebbe avervi insegnato che cosa significhi essere oggetto di rappresaglie spropositate – lei come altro definirebbe il bombardamento indiscriminato di una zona ad altissima densità di popolazione come la striscia di Gaza? Vuole forse venire a raccontarcela riguardo alla precisione “chirurgica” dei missili israeliani?
    Capisco Raimo e rispetto il suo legittimo ragionamento (pur non condividendolo in pieno) ma di fronte a simili argomentazioni prendere posizione è doveroso.
    “Scudi umani”, ma per favore..

    @ Raimo la ringrazio molto per la segnalazione e condivisione di Una città; mi sembra un progetto davvero interessante di cui ignoravo l’esistenza…

    Un saluto

  7. savina scrive:

    Il parallelo tra l’esperienza e il vissuto intimo della donna vittima dell’attacco terroristico e le motivazioni di chi perora il silenzio in questi giorni è abbastanza raccapricciante e molto indicativo della confusione che regna, nonché dell’incredibile narcisismo sotteso a una posizione che rivendica il diritto a tacere e addirittura si lamenta del proprio sentimento di impotenza stando comodamente seduti a casa propria, a migliaia di chilometri da chi è assediato, affamato, sfollato nel suo quotidiano, e abbastanza regolarmente esposto al rischio di essere ferito e ucciso. Come se, noi che siamo qui, ci potessimo arrogare anche questo di lusso, di scelta. “Che barba, di nuovo questa impotenza, yawn, cambia canale cara.”

  8. Ernesto Nocera scrive:

    L’espressione “ferocia idiota di Netaniyauhu” descrive esattamente la situazione. I palestinesi e gli ebrei hanno due nemici:Hamas e Netayahu col suo corteo di estremisti fondamentalisti. La guerra giustifica la loro esisenza e peciò non faranno niente per la pace. Non ho soluzioni da suggerire .So che Israele sta tradendo il sogno degli esuli con i suoi comportamenti in una guerra asimmetrica . comtro un popolo che non ha aviazione,tanks flotta . Penso che gli USA sono anch’essi in trappola e che il mondo è sull’orlo di una tragedia per due estrmismi contapposti. Io ho una anturale simpatia per il popolo ebreo perché fui testimone oculare della razzia dei tedeschi nel ghetto di Roma .Scene che non ho più dimenticato

    Forse la sfperanza sta nella mobilitazione dell’opinione pubblica. Si è amici di Israele e della Palestina solo combattendo gli estrmismi contapposti.Ma in tutto questo dov’è l’Europa?

  9. Anna scrive:

    @savina
    Anche sbraitare aizzando gli uni piuttosto che gli altri e stando comunque belli seduti nelle proprie tiepide case è raccapricciante. È la retorica del “non rimanere indifferenti” che si potrebbe cominciare a smascherare come viltá.

  10. savina scrive:

    @Anna tra sbraitare e tacere ci sono infiniti punti intermedi (non retorici). Saluti

  11. savina scrive:

    La questione vera, per me, è se al centro poniamo noi – le nostre azioni, le nostre parole, e soprattutto i nostri sentimenti – o loro. Arisaluti.

  12. savina scrive:

    questa per esempio è un’alternativa
    https://www.youtube.com/watch?v=azudXKDttBE

  13. Furio Detti scrive:

    Capisco le riflessioni di Raimo e della Dominijanni, e inevitabilmente chiedersi perché un intellettuale prenda o no posizione obbliga chi fa la domanda a trascinare una testa al tribunale delle intenzioni e chi risponde o argomenta accetta di sottoporsi a quel tribunale.

    Molto meglio sarebbe non dire nulla o rispondere: “tanto qualsiasi cosa dica troverò chi sarà disposto a linciarmi.” Cosa perfettamente vera.

    Da un lato c’è la forza persuasiva di una neoinquisizione ben radicata nei media e nella cultura che conta, che è capace di annientare qualsiasi intellettuale che sia anche solo sospettato di pensare contro Israele o – peggio che mai, horribile dictu – contro il sionismo o – ultima città di Dite e Cocito del pensabile e dicibile umano – contro l’ebraismo.

    I due/tre/ventimila piani che distinguono la politica militare di uno Stato e le vittime della Shoah o gli appartenenti a una religione/etnia/popolo/tradizione andrebbero distinti, ma gli inquisitori e i tribunali delle intenzioni non vanno mai per il sottile… né dall’una né dall’altra parte, anzi gli inquisitori annoverano questa cautela fra le prove a carico del reprobo). Esattamente come Cartesio che dovette inventarsi la prova dell’esistenza di Dio per non essere sbattuto su un tavolaccio e ridotto a un sanguinante pezzo di carne sul rogo, l’intellettuale moderno finisce sempre per essere fumoso, ambiguo mai chiaro.

    Certo, oggi non si viene stirati al cavalletto, sfasciati alla ruota, ma esiste la demolizione professionale e della reputazione. Chi del resto vorrebbe fare la fine di Céline?

    Dall’altro è comprensibile che le ragioni della controparte comportino una speculare morte intellettuale e sociale nel novero dei partigiani pro Palestina. Forse meno radicale e pervasiva delle accuse di antisemitismo… ma non meno preoccupante specie per chi fa parte di quegli ambiti.

    Che dire? Meglio non dire nulla e cinicamente rispondere: Che mi frega? Quando chiunque sarà realmente libero di dire quel che pensa, allora parlerò.

    Giammai prima.

  14. luca parenti scrive:

    Quando morì il Che, Rodolfo Walsh scriveva: “per chi suona la campana? Suona per noi. Mi risulta impossibile pensare a Guevara da questa lugubre primavera di Buenos Aires, senza pensare a Hemingway, a Camilo, a Masetti, fabricio Ojeda, a tutta quella gente meravigliosa che viveva all’Avana tra il ’59 e il ’60. La nostalgia si codifica in un rosario di morti e suscita un po’ di vergogna stare qui seduto davanti a una macchina da scrivere pur sapendo che tutto questo è anche una sorta di fatalità, sebbene uno possa consolarsi con l’idea di una fatalità utile a qualcosa. Ci costa molto eludere la vergogna che Guevara sia morto con così pochi compagni al fianco. Siamo stati lenti, colpevoli? Inutile discuterne adesso, ma questa sensazione c’è, almeno per me, e che magari possa essere un nuovo punto di partenza. ”
    Ecco, piuttosto che offenderla, la invito a riflettere su queste parole. Sono le parole che mi aspetto da un vero intellettuale. Se lei, la domijanni e altri sedicenti uomini/donne di sinistra siete stanchi il mio consiglio è di posare la penna e dedicarvi a qualcos’altro.

  15. Questo suo post, Christian Raimo, al di là delle tue intenzioni, è di una gravità assoluta in quanto oggettivamente connivente con il crimine in corso a Gaza.

    La frase di Kurt Vonnegut da Mattatoio n°5 parla del narrare un massacro, non del prender posizione in proposito. Come narrazione, dice Vonnegut, c’è ben poco da dire: son tutti morti (io peraltro eccepisco pure da questo: si possono dire, descrivere massacri in modo intelligente e artisticamente significativo).

    Se siamo umani, non c’è nulla di intelligente da dire sugli ultimi bombardamenti a Gaza? Ah sì, essere umani significa stare zitti davanti a un crimine di guerra acclarato (che in realtà è crimine contro l’umanità)? Beh, forse tu ritieni il comportamento etico incompatibile con l’intelligenza. L’intelligenza quindi andrebbe a braccetto con la connivenza e l’omertà.

    E tutto questo, se contestualizzato, vale per un crimine che i media mondiali hanno e stanno coprendo, giustificano, in ogni modo. Del resto nessuna personalità politica mondiale lo ha condannato senza riserve.
    Nessuno ha ricordato che i palestinesi hanno il diritto di opporsi alla colonizzazione della loro terra, ossia alla appropriazione indebita della loro terra, e che i tre ragazzi uccisi erano tre coloni, o se si preferisce figli di coloni.
    Io credo che il lavoro dei giornalisti e degli intellettuali sia esattamente quello di parlare, e di denunciare questi crimini e queste loro coperture.

    Quindi, i ragazzi israeliani assassinati, dici tu: forse era il caso di dire i tre giovani coloni rapiti e assassinati mentre viaggiavano tra una colonia e un’altra ossia tra insediamenti illegali. Non è uguale. Un conto è rapire e uccidere ragazzi israeliani in Israele, un conto è farlo nelle colonie con figli di coloni, ossia con persone che occupano terra di un altro popolo. Ma secondo te è tutto uguale, sono fatti che si ripetono uguali e fanno venire l’assuefazione: a chi? A te che non vedi le differenze, le differenze tra israeliani e coloni, le differenze tra questa carneficina e un’altra, le differenze tra come reagiva il mondo ai crimini di Israele 10 anni fa e come reagisce oggi. E’ tutto uguale per te (“Lo scandalo della tragedia lascia il passo, è terribile dirlo ma è innegabile, a una sensazione di ripetitività, di moto inerziale”) che non vedi la normalizzazione in atto nell’accettare questi crimini, e non la vedi perché tu ne sei parte, la alimenti con questo tuo articolo.

    Il conflitto israelo-palestinese è diventato una figura retorica che indica qualcosa di irrisolvibile e ricorsivo per te che non abiti a Gaza o nella West Bank: per i palestinesi non è una figura retorica, è la distruzione in atto della loro nazione (nazione: popolo con una terra), che ormai sta arrivando -se non è già arrivata- al punto di irreversibilità.

    Mi chiedo come un intellettuale possa evitare di parlare della realtà perché la sua narrazione gli sembra ripetitiva. Innanzi tutto, dimostra di non capire che la storia prosegue, non è uguale a ieri, e nel caso della Palestina sta drammaticamente arrivando alla soluzione finale, irreversibile, la fine della nazione palestinese (la fine della possibilità due popoli due stati, con l’accettazione inevitabile di Israele come unico stato dove i palestinesi vivono in apartheid, se non si considera l’ipotesi di uno stato unico binazionale, laico e quindi non ebraico). Secondo: l’intellettuale si distingue dall’uomo comune per la sua azione sull’opinione pubblica: qui invece con questo articolo (che riflette, lo so bene, un atteggiamento generale degli intellettuali e degli scrittori diciamo di sinistra) si afferma che essendoci poche novità da narrare, non ne vale la pena, tutto sarebbe noioso e ripetitivo (non intelligente), non degno di nota dal punto di vista narrativo. Come se lei, Raimo, in qualità di intellettuale, considerasse suo compito non confrontarsi o incidere nella realtà ma fare narrazioni della realtà, ossia agire su un piano parallelo alla realtà: e tra voi scrittori e intellettuali vi confrontate sulle rispettive narrazioni. La realtà è fuori, al di là da tutto questo.
    Dominijanni dice che è stanca di vedere leggere sentire sempre le stesse cose sulla Palestina, quindi non c’è narrazione originale da fare sulla realtà in atto, assai noiosa e ripetitiva, quindi lei la quota, e ribatte su questo tasto. E proponete il silenzio, la riflessione a giustificazione della vostra limitata capacità narrativa su questo aspetto della realtà. E quando chi vive nella realtà, e si confronta ponendo la realtà, e non le sue narrazioni possibili, come base di una partecipazione etica al presente, vi fa notare che il vostro atteggiamento (voi siete intellettuali, scrittori, giornalisti, non persone qualunque!) si qualifica come connivenza se non complicità, voi, che agite su un piano parallelo alla realtà rifiutate la critica sdegnati (ah come non capiscono che non è connivenza il silenzio, questi esseri che ci insultano!).
    Ma voi non siete persone qualunque in vacanza che non sanno nulla e non si occupano della questione (e quindi non ne parlano o scrivono), voi siete intellettuali che scrivete sulla questione, e quindi entrate nella realtà, e scrivete per dire che voi non sapete cosa dirne, è meglio stare zitti, non parlarne!!!
    Ma se anche sul web l’informazione e lo sdegno non ci fossero, allora sarebbe la normalizzazione più assoluta di questo crimine. Beh, voi contribuite a questa normalizzazione. Perché qui non si tratta di fare il tifo per una parte o l’altra, si tratta di prendere posizione contro un crimine, di denunciare chi lo rende possibile, dagli intellettuali ai i giornalisti, dai politici all’ONU.
    Quindi, vi piaccia o no, voi scrittori, intellettuali, giornalisti, siete conniventi con questo crimine, con questi articoli invitanti al silenzio.

  16. PS Mi auguro che non mi replichi, caro Raimo, per farmi notare che a volte ho usato il lei e a volte il tu.

  17. christian raimo scrive:

    Lorenzo, ho scritto questo post venti giorni fa. Le cose da allora sono cambiate molto. Sono d’accordo con te su molte cose. È inevitabile, doveroso parlare e raccontare, il mio elogio dell’impotenza non era un inno all’afasia. Se fossi più abile e coraggioso, andrei in Palestina e proverei a raccontare questa guerra da lì.

  18. Valeria Argiolas scrive:

    Raimo,

    hai cambiato idea, pauvre choux sul pudore del sienzio su un massacro che cominciava e che non era finito e inettuabile se non con il supporto attivo alla censura social sotto copertura mediatica totale proisraeliana di intellettualini che finiranno alla poubelle della storia di ogni materia umana d’insegnamento obligatoria come te?Sono cambiate le parole d’ordine? Vorresti andare a Gaza a raccontare perché la finestra non ti basta, niente di meno. Che coraggio da carogna con le orecchie di coniglio.

  19. Furio Detti scrive:

    Galbiati, Argiolas.. e altrio ancora.
    Come dicevo: Molto meglio sarebbe non dire nulla o rispondere: “tanto qualsiasi cosa dica troverò chi sarà disposto a linciarmi.” Cosa perfettamente vera.

  20. Furio Detti: “meglio sarebbe non dire nulla” vale per chi è vile e accetta le stragi, quindi se ne fa complice. Una volta, quando c’era una carneficina, un grave crimine, un genocidio, e c’erano tutte le informazioni al riguardo, si diceva: “Non potrete dire che non sapevate” – visto che sapevate, siete stati complici se non lo avete denunciato, se non avete quanto meno preso le distanze. Mi chiedo se lei invoca il silenzio solo sulla carneficina di palestinesi o su ogni tipo di crimine contro l’umanità.
    “Tanto qualsiasi cosa dica troverò chi sarà disposto a linciarmi”: vero, perciò? Lei si aspetta forse di piacere a tutti? Dice cose solo per essere approvato? Io sono sempre linciato dai filosionisti in rete ogni volta che parlo della pulizia etnica dei palestinesi, e quindi dovrei stare zitto?
    Peraltro, io non ho linciato nessuno, ho fatto una critica circostanziata, avvalorata dalla risposta di Raimo, che ho apprezzato.
    Temo che abbiamo dei concetti molto diversi in riferimento al ruolo dell’intellettuale (e a cosa sia l’amor proprio).

  21. Furio Detti scrive:

    Gentile Galbiati,

    grazie per la risposta. Naturalmente la lascio libero di gareggiare (da solo) sulla pista dell’impegno e del coinvolgimento, credendo alle sue medaglie personali. Non mi sento né in gara con lei né con chi sa chi. Premesso questo non ho mai preteso di piacere a tutti, anzi, ma trovo altrettanto stupido farsi coinvolgere in risse verbali talmente intasate dall’odio e dal livore da rendere inutile ogni forma di confronto e discussione. Sono tempeste sia pur verbali che portano ben poco di buono – incluso un gonfiarsi del proprio ego.

    Non mi sognerei mai di imporLe il silenzio, ma credo – sbagliando – che esagerare nel livore e linciare verbalmente senza pietà anche persone lontanamente al di sopra di ogni sospetto di connivenza, solo perché manifestano una comprensibile stanchezza, potrebbe essere una strada umanamente più produttiva.

    Con la massima stima, e mi creda anche io spesso (e a volte purtroppo) faccio come Lei.

  22. Furio Detti scrive:

    ERRATA CORRIGE:
    ma credo – sbagliando forse – che esagerare nel livore e linciare

  23. Furio Detti scrive:

    solo perché manifestano una comprensibile stanchezza, non potrebbe essere una strada umanamente produttiva.

  24. Furio Detti scrive:

    Guardi, quasi a rubarmi la parola è arrivata nella mia posta una poesia di Hemingway che sembra fatta apposta per la nostra discussione (e il suo caso):

    Poem of the Day: The Age Demanded
    BY ERNEST M. HEMINGWAY

    The age demanded that we sing
    And cut away our tongue.

    The age demanded that we flow
    And hammered in the bung.

    The age demanded that we dance
    And jammed us into iron pants.

    And in the end the age was handed
    The sort of shit that it demanded.

  25. Furio Detti scrive:

    Un’ultima risposta, visto che me lo chiede:

    Mi chiedo se lei invoca il silenzio solo sulla carneficina di palestinesi o su ogni tipo di crimine contro l’umanità.

    Non invoco il silenzio su nulla, ma di certo non credo alle comode definizioni di moda. Se leggesse i miei interventi in rete capirebbe la posizione che ho preso sulla Palestina. Guarda caso proprio la Sua, ma lei nella fretta di sparare spara sui compagni di strada e non sugli avversari. Non è saggio, sembra banale dirlo.

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  1. […] ho letto “lode all’impotenza” di Christian Raimo, a proposito dei massacri israeliani a Gaza. Raimo, riprendendo Kurt […]

  2. […] cita (a proposito dell’eterna questione israelo-palestinese) l’importante intervento di Raimo, oltre alle riflessioni di Grossman e Butler. La risposta alle grida che sempre più alte si […]

  3. […] ho letto “lode all’impotenza” di Christian Raimo, a proposito dei massacri israeliani a Gaza. Raimo, riprendendo Kurt […]



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