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L’odorino del mare

Pubblichiamo una recensione di Giulio Milani su «Morte dei Marmi» di Fabio Genovesi (Laterza).

di Giulio Milani

L’alta toscana è marca di confine dallo spazio antropologico polarizzato. Abbiamo già trattato l’argomento nelle note al testo di Marco Rovelli “Il contro in testa. Gente di marmo e d’anarchia”. Ritroviamo aspetti non dissimili, ma qui per così dire traslocati dalla montagna al mare – con tutto quel che ne consegue in termini di mitologia e di stile – nel libro “Morte dei Marmi” di Fabio Genovesi, sempre pubblicato nella collana Contromano della Laterza (collana che si conferma, tra alti e bassi – più alti che bassi, a mio avviso – una delle migliori operazioni editoriali degli ultimi anni, specie per la valorizzazione dei nostri narratori italiani trenta/quarantenni).

«Perché poi siamo gente così, senza mezze misure. Ti vogliamo abbracciare o spezzare le gambe, siamo felici o incazzati, secchi come lo stoccafisso o con la pancia a cocomero, navighiamo per il mondo sulla Amerigo Vespucci oppure non sappiamo nemmeno nuotare. Le mezze misure qua non esistono, e quando qualcuno – poveraccio – invoca una via di mezzo, si sente rispondere che La via di mezzo è a Pietrasanta, riferendosi al corso che porta a piazza Duomo.»

Nel libro di Genovesi, infatti, ci muoviamo (apparentemente) tra le spiagge dorate della Versilia, ma dietro le quinte ribolle un sangue indomito, di cui abbiamo avuto notizia anche nelle pagine di Rovelli: «Qua ci potevano campare giusto i liguri apuani, popolo gretto e primitivo che mangiava i sassi e beveva i cazzotti, che quando Roma aveva le terme e il teatro qua nemmeno era arrivata la scrittura. “Le donne di questi luoghi sono forti come gli uomini”, dice Diodoro Siculo, “e gli uomini sono forti come bestie”. Per toglierli di mezzo e liberare la via che da Pisa porta a Marsiglia, i romani si sono dovuti buttare in decenni di massacri reciproci, e siccome non c’era verso di adattare i liguri apuani alla civiltà romana (o alla civiltà in generale), alla fine li hanno deportati in massa nel Sannio. […] Ma qualcuno, rintanato tra i rovi e le spelonche e le dune spinose vicino al mare, deve essere rimasto da queste parti, perché il sangue acido e bestiale dei liguri apuani gira ancora nelle vene dei versiliesi. Gente riottosa e greve, astiosa e maldisposta, un popolo che vive di turismo e insieme è il meno ospitale del pianeta. Questa è la Versilia, questa è Forte dei Marmi.»

Molti autori, specie nel Settecento francese, si sono confrontati con l’influenza dell’ambiente sulla costruzione dei caratteri – pensati qui come li pensa la psicologia, ossia la copertura delle nostre strategie di sopravvivenza – e forse non per caso il Settecento (secolo letterario per eccellenza, a noi vicino non foss’altro che per la circostanza che mai si scrisse e ci si scrisse tanto) è anche l’epoca in cui gli abitanti di questa marca rivolsero gli occhi verso sé stessi e si scoprirono civili.

Ancora all’alba del Seicento, infatti, un visitatore di passaggio come Montaigne poteva annotare, nel suo Viaggio in Italia: «Da Lerici a Lucca ci sono 42 miglia. Si passa per gli Stati del Principe di Massa e Carrara. È il sovrano più piccolo di tutti, e i suoi sudditi i più rozzi e i più maleducati che esistano. Vi ho dormito una sola notte, e non ho visto nessuno, uomini, donne e bambini, che non fosse di una volgarità senza pari.» (Rovelli, “Il contro in testa”, p. 47).

Rivolgere oggi lo sguardo a questi abitanti, a questi non-luoghi frontalieri di recente fondazione, ci offre quindi lo straordinario privilegio di assistere alla “mutazione antropologica” di un popolo relativamente giovane, che da uno stadio di vita a tutti gli effetti premoderno, si trova catapultato mani e piedi nell’epoca dell’immagine del mondo.

Per chi credeva di poter restare sé stesso rimanendo immobile, mettendo improbabili “radici” di sangue e terra, non è meno di un’apocalisse accorgersi che tutto intorno a noi è cambiato, e ritrovarsi migranti nel nostro stesso paese, ormai stranieri in casa propria.

«Incapace di accogliere il turista, ospitandolo e condividendo gli stessi spazi, il popolo di Forte dei Marmi ha sempre preferito consegnargli il paese, inginocchiandosi e servendolo a testa bassa. […] Asservendosi, è più facile lamentarsi e maledire alle spalle. E a fine estate ci si può rialzare, pulirsi i pantaloni dalla polvere e dire, come a padre Patrizio la voce misteriosa dal cesso, Amen, ora però fuori dalle palle. […] È un’idea di turismo che ha funzionato alla grande per più di un secolo, e anche quando sono arrivati i russi noi li abbiamo accolti allo stesso modo. Cosa potevamo fare? […] I russi pagavano di più, ma per un motivo semplice: non volevano mica affittare, loro compravano proprio. E quando vendi, poi hai venduto per sempre. Non è che a settembre puoi tornare tutto allegro con un giacchetto sulle spalle e dire vabbè, abbiamo scherzato, ci si vede il prossimo anno. Questa era casa tua, ma adesso non lo è più. E allora sei tu che devi andartene.»

D’altra parte era stata evocata a lungo, la globalizzazione, a destra come a sinistra (dalla Terza Internazionale in avanti, per restare ai riferimenti testuali), e se adesso prende forme che non ci aspettavamo è solo perché tendiamo a dimenticarci che il futuro non accade nelle forme conservative della prefigurazione, ma nelle modalità fuori controllo e inaspettate dell’adempimento.

«Lo zio Aldo ripeteva quella sua frase profetica che diceva sempre. E cioè: Ma tanto un giorno arriveranno i russi, e allora stai sicuro che da queste parti cambia tutto. […] E poi, quando avevo sei anni, lo zio Aldo è morto. Molto prima di poter sapere quanto ci aveva azzeccato con la sua profezia. Perché c’è voluta una trentina d’anni, ma alla fine è andata proprio come diceva lui. Sono arrivati i russi e tutto è cambiato. Anche se non sono i russi che pensava lui, e il cambiamento non gli sarebbe garbato per nulla.»

Il denaro si prende tutto «come uno tsunami», e produce un bovarismo di ritorno negli ammirati autoctoni, «esclusi dall’esclusivo», e insieme servi proattivi dello spettacolo che va in scena tutte le estati.

«Potevamo non considerarli un po’ divini? E quindi è ovvio che d’estate tentavamo disperatamente di essere come loro, rinnegando i nostri familiari, la nostra origine, e soprattutto il dialetto versiliese che ci dichiarava subito zotici e straccioni.»

Forte dei Marmi diventa così una quinta onirica tra Dark city (guarda caso l’altro nome di una città costiera chiamata Shell Beach!) e La palla numero 13, in cui il culto dell’“avere per essere” ha ormai prodotto un scenario (psichico) intercambiabile: «Le boutique non ci sono utili nemmeno come punti di riferimento, per dire magari ci troviamo alle nove davanti a Prada, oppure Mario ha parcheggiato nella via che c’è Ferragamo. Questo non si può fare, perché i negozi del centro di Forte dei Marmi sono creature migranti, in continuo spostamento tra gli angoli e le strade, e molti soccombono dopo breve vita per lasciare spazio a griffe più prestigiose. Quindi, solo perché una boutique stava in un certo punto la settimana scorsa, non è per niente sicuro che oggi sia ancora lì.»

Un bandolo non si trova. La benevolenza del dio ha l’occhio mobile. L’idolatria per le merci, e attraverso le merci per le divinità che se le possono permettere, diventa così l’altra faccia di un culto per l’originalità standardizzata che genera comportamenti (e sacrifici) patologici.

«Quella che va in scena ogni domenica è una colossale sfilata di moda, in cui devono essere modelli e insieme spettatori, un tutti contro tutti tremendamente impegnativo che ha ormai raggiunto livelli impossibili di sofisticazione. E come non possono permettersi di comprare nei negozi, gli appassionati di shop-watching non possono nemmeno dormire negli alberghi o affittare una casa, quindi la loro presenza è una toccata e fuga, una stressante gita di un giorno con pranzo al sacco.»

Solo nel finale, quando il punto di percezione passa dalla vista (ormai perduta) all’olfatto, cade uno scarto, e tondellianamente – ricordate “l’odorino del Nord” (e della libertà) sull’autobrennero in Altri libertini? – il narratore intercetta un momento di agnizione, un satori che promana dal buio (come in Cattedrale di Carver), e annuncia la possibilità di una svolta proprio con l’imbocco “alchemico” della via di mezzo.

«Il fatto è che si trattava di una di quelle notti che monta il nebbione, una specie di bruma pastosa che è tipica nostra, e certe sere sale su dal mare e si mischia con l’umido dei monti per coprire tutto. Gli ingredienti perché venga bene sono guazza, salmastro e un goccio di resina di pino, e si tratta di una miscela perfetta per devastare qualsiasi creazione dell’uomo, dal legno verniciato delle persiane alle cromature delle auto. […] E quella sera ci guidavo in mezzo, potevo sentirlo che si appiccicava alla macchina e rosicchiava la carrozzeria e la gomma delle guarnizioni. E forse è proprio questo il trucco della famosa nostalgia fortemarmìna, il segreto di questo paese che vive del tuo passato: l’umido assassino sgranocchia ogni cosa, la gratta via e poi ne mantiene l’essenza, se la porta dentro per secoli, e quando di notte torna a spandersi sul paese te ne riporta l’odore.»

Lo stile è qui un tutt’uno col mondo che descrive, coi temi (ossessivi) che sono cari all’autore, e infatti è come scaturisse da un unico “accordo power” che riprende e ripete il rumore del nostro tempo con mille variazioni di tonalità e di effetto, fino a produrre un suono (e una voce) inconfondibile.

Fabio Genovesi è insomma un punk rock della scrittura, uno che ha imparato a scrivere ascoltando i Clash e i Dead Kennedys (amando probabilmente più i secondi), tra un film di Bud Spencer e l’ultimo Fantozzi – come tanti noi t/q, del resto, ma con la marcia in più di una memoria (specie dell’infanzia) prodigiosa e soprattutto di una sincerità fuori dal comune, che mescolate insieme ne fanno il più proustiano dei nostri narratori under 40; vicino allo spirito di maestri appartati come il suo concittadino – di montagna – il bardo Vincenzo Pardini – stessa capacità (mimetica) di cogliere, in un giro di frase, presente passato e futuro di un luogo come di un personaggio, stessa perseveranza etica e tematica, stesso andirivieni “salvatico” (Rigoni Stern) prima che salvifico.

Commenti
2 Commenti a “L’odorino del mare”
  1. Oblio scrive:

    “Gente riottosa e greve, astiosa e maldisposta, un popolo che vive di turismo e insieme è il meno ospitale del pianeta. Questa è la Versilia, questa è Forte dei Marmi.”

    Direi che Genovesi con queste parole ha ben descritto gli indigeni.

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  1. […] Un po’ di tempo fa il mio parrucchiere mi ha raccontato di una signora russa che, accompagnata nel suo salone da una cliente abituale, al momento di pagare era rimasta tanto soddisfatta dal suo lavoro da non chiedergli neppure il conto, e da lasciare mille euro sul bancone, così, in contanti, facendolo rimanere tanto sbigottito quanto felice. All’inizio non ci avevo creduto, a questo come a tanti suoi racconti (tipo quello di quando mise l’annuncio sul giornale proponendo acconciature a domicilio, per poi ritrovarsi in camere di attempate signore reggiane in desabillé. Ma non è questo il luogo adatto… un giorno magari ve le racconto tutte, queste storie fantastiche). Comunque: io non ci credevo, alla storia della russa, fin quando ho letto Morte dei marmi di Fabio Genovesi, Laterza, collana Contromano. Avevo già scritto qui di un altro libro di questa collana, ma si tratta di due testi completamente diversi (nonostante si cerchi, un po’ forzatamente, di trovarne un sostrato comune, qui). […]



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