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Lontani ma vicini: l’Islam e noi

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Nella foto: il monastero di Mar Musa, in Siria (fonte immagine).

Che cos’è l’Islam italiano? La comunità di immigrati musulmani, che ormai conta un milione e seicentomila persone, quali problematiche, contributi e necessità pone? Che cosa s’intende per integrazione? Sono domande alle quali dovrà rispondere anche il Consiglio per le relazioni con l’Islam italiano, organismo consultivo di recentissima formazione.

A metà gennaio, presso il Viminale, il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha presieduto la riunione d’insediamento del gruppo di lavoro che dovrà elaborare proposte sulla delicata materia dei rapporti tra lo Stato e la comunità Islamica.

Fra gli altri nel Consiglio, coordinato da Paolo Naso, una presenza significativa sarà Shahrzad Houshmand, studiosa colta e appassionata. Nata nel 1964 a Teheran, formatasi nella scuola di Qom, centro della ricerca religiosa sciita, si è laureata in teologia Islamica all’università della capitale iraniana e, dopo il trasferimento a metà degli anni Ottanta, in teologia fondamentale cristiana alla Pontificia Università dell’Italia meridionale e alla Lateranense. È specialista in Cristologia Coranica, teologa e docente di Studi Islamici a Roma presso la Pontificia Università Gregoriana. La sua vita è testimonianza della ricchezza e delle opportunità di un fecondo dialogo Islamo cristiano. Figlia di professori universitari, è cresciuta in un ambiente familiare laico, illuminato.

Un prozio  importante come Mehdi Bazargan, ingegnere già al vertice della Compagnia Nazionale Iraniana del Petrolio con Mossadeq e poi oppositore dello scià Reza Pahlavi, messo nel 1979 dall’ayatollah Khomeini a capo del governo provvisorio iraniano dopo la rivolta. Dai primi passi si riscontrò una difficoltà reciproca. Restò in carica per otto mesi. «Bazargan era veramente amato da tutti, perché oltre a essere una persona molto colta, di comprovata onestà, aveva passato anche diversi anni nelle carceri dello Scià – racconta Houshmand –. Sulla sua figura convergevano tutti. Le sue idee rappresentavano un punto d’incontro tra destra e sinistra. Una delle sue prime richieste era di creare una Repubblica democratica Islamica. Questo venne rigettato dall’imam Khomeini. Repubblica Islamica, né una parola in più, né una parola in meno».

Professoressa, all’epoca dell’unica rivoluzione Islamica che finora si sia affermata era un’adolescente, appena quindicenne. Quali ricordi conserva di quelle giornate?

«Ero molto piccola, ma quell’onda coinvolgeva chiunque, nessuno rimase fuori da quel cambiamento forte. Alla monarchia venivano poste richieste di cambiamenti sociali radicali, economici, più diritti. Una rivolta popolare a un certo livello, ma non proprio nel senso vero della parola. Khomeini, fino all’anno precedente era totalmente sconosciuto, tuttavia il popolo aveva riposto tutte le proprie aspettative in una figura di protesta in esilio e che era pure religiosa. Dalla Francia giungeva una certa promessa di pluralismo e diritti sociali che concorse a un’unità nazionale».

Gli eventi influenzarono le sue scelte negli studi? Qualche lettura in particolare?

«La rivolta ha influenzato i giovani, innanzitutto perché le scuole restarono chiuse per sei o sette mesi. Ci siamo impegnati nelle letture alternative. Avevo sotto mano i libri di un grande pensatore, qual era Ali Shariati. Rinnovare, riformare la stessa lettura Islamica con un approccio anche poetico e sociale, perché, oltre a essere figlio di un grande studioso Islamico, aveva compiuto i propri studi di sociologia alla Sorbona in Francia. Riusciva a unificare le visioni Islamiche con la nuova democrazia e ciò era molto affascinante per i giovani, anche per me nonostante avessi 15 anni. Uno dopo l’altro ho letto i suoi libri e mi sono piaciuti. La scelta personale di intraprendere gli studi Islamici è dipesa molto da queste letture. Genitori, nonni, zii erano laici; non mi avevano impartito un’educazione religiosa, ma sicuramente valori di onestà, giustizia, pace, vita etica sì, non sotto una prospettiva religiosa».

Che cosa ha significato la scuola di Qom?

«Non ricordo dove seppi dell’esistenza di una scuola di studi religiosi Islamici nella città di Qom. Apriva per le prime volte a livello massiccio anche alle donne. C’era un concorso, che vinsi, nonostante le difficoltà che trovarono i miei per accettare questa mia scelta fuori ogni schema. Erano preoccupati perché sarei uscita da Teheran, ma soprattutto la stessa scelta di studi Islamici non era in linea con il loro pensiero. Cercarono di dissuadermi per poi permettermi democraticamente di frequentarla. Ho trascorso sette anni in questa scuola tradizionale, non università. Da secoli hanno resistito e hanno avuto la propria indipendenza da ogni Stato ed era un grande bene. Si poteva decidere senza un’oppressione governativa. Aveva tutt’altro sistema rispetto alle università, i professori scelti dallo studente, Il metodo di studio anche era veramente all’avanguardia. Ho imparato tanto, studiato tantissimo, a cominciare dalla lingua araba. Parlavo persiano e francese. Studi di lingua e letteratura araba, storia, esegesi coranica, tradizione e filosofia Islamica. Una buona parte di questi studi si concentravano sul diritto Islamico, un po’ troppo sulla sharia».

Poi il ritorno a Teheran.

«Mi mancava un altro respiro e sono ritornata a casa. Lì ho fatto il percorso dell’università sempre nella facoltà di teologia, nell’indirizzo che ho amato: religioni e misticismo. Vinsi il concorso per il dottorato. Ciò che più mi animava era la passione intellettuale per lo studio delle religioni. Nel frattempo mi trasferii in Italia. Ho chiuso la mia tesi essendo già qui».

Qual è stata la prima esperienza dell’Italia?

«Da turista a Roma. Ricordo dodicenne lo shopping con mia madre in Via Nazionale. Mai avrei immaginato che sarei tornata a viverci. Ora, dopo trent’anni vissuti qui, mi sento italiana. Nelle aule universitarie ho cominciato a frequentare la religione cristiana».

Nel novembre 2011, in un’intervista concessami, il Premio Nobel Shirin Ebadi sostenne che la riuscita della primavera araba, definizione che non condivideva, si sarebbe dovuta valutare sull’effettiva conquista di diritti da parte delle donne. Lei ha patito una condizione di subalternità?

«No. Non sono fuggita, non sono rifugiata. Torno ancora in Iran, ho ottime relazioni e piena fiducia nei cambiamenti, nei progressi culturali quand’anche lenti. Credo profondamente in ogni modo e sempre nell’incontro, nella conoscenza e nel dialogo. Penso per esempio a un viaggio di alto livello nel quale ho fatto incontrare il professore, teologo, Piero Coda con ayatollah di primissimo piano».

Lei conosce personalmente Padre Paolo Dall’Oglio. Le chiedo un ritratto.

«Ci siamo incontrati in varie occasioni di dibattito pubblico e in privato, in casa dei suoi amici romani ai quali narrava i propri vissuti a Mar Musa e il percorso della loro confraternita. Una volta l’ho invitato ed è venuto a casa ed è stato molto bello. Di lui colpisce la fede autentica, sincera. Un essere umano mosso dalla compassione per l’altro chiunque esso sia. Ciò aveva preso la sua anima, in modo vero. Lo testimoniava e testimonia con la propria vita. Non parole, sogni, bensì idee realizzate concretamente, un atto vero. La comunità che ha creato, che esiste, immagina il nostro dopodomani. Lui va in Siria, in un paese a maggioranza musulmana, ristruttura un monastero antico, riapre la porta di questo monastero a tutti, soprattutto ai musulmani, sono più i musulmani che vanno lì.

Rifletteva in un’atmosfera di grande armonia, pace e reciprocità. In un ascolto dell’altro che si trasformava in un dono. Diventava un dono reciproco senza nessuna pretesa di superbia. Tanto da fargli scrivere quel meraviglioso libro, che è la sua tesi di dottorato, Speranza nell’Islam, e l’altro, già il titolo basterebbe a meditare, Innamorato dell’Islam, credente in Cristo. Capovolgendo questa è la mia vita: innamorata di Gesù, credente nell’Islam. Già con i documenti del Vaticano II, dopo secoli possiamo dire che nell’altra esperienza religiosa, che ha un altro nome dal nostro proprio cammino, si possono trovare luci e frutti, semi del verbo, cristianamente detto; il volto di Dio nell’altro, Islamicamente detto. Praticava questo. Sapeva molto. Ha voluto condividere il destino così tragico, violento, del bel popolo siriano che ha amato profondamente».

Come ricostruisce il testo necessario Padre Paolo Dall’Oglio – uomo di dialogo ostaggio in Siria (Pisa University Press, 90 pagine, 10 euro) curato da Chiara Lapi, l’allora ventitreenne novizio gesuita annunciò al padre spirituale di voler offrire la propria vita per la salvezza dei musulmani. Può spiegare la duplice appartenenza Islamo cristiana, il sentirsi cristiano e musulmano allo stesso modo?

«Sì, le dicevo che è l’uomo del dopodomani. Muslimān significa letteralmente chi si affida, abbandona in Dio. Il Corano stesso nomina altri profeti musulmani, perché arriva proprio al senso della parola. Paolo Dall’Oglio era veramente una persona che si affidava e abbandonava in Dio. A prescindere dal senso letterale, condivideva le bellezze dell’Islam e le meraviglie del Cristianesimo, perché una fede autentica non ha più paura di guardare l’altro e di vedere anche le bellezze dell’altro. Quando invece la fede è debole s’impaurisce davanti all’altro, deve rifugiarsi in un istituto, dentro a un confine perché ha paura di perdere qualcosa. Dall’Oglio non ha mai avuto paura di perdere il volto di Gesù nella sua vita, nella sua anima. Anzi l’aveva fatto suo con grande spirito, riuscendo a guardare nell’altro e cogliere la bellezza, tanto da farlo arrivare a dire innamorato dell’Islam. Anche il Corano ha delle meraviglie da far innamorare chi si avvicina al testo senza pregiudizi e superbia».

Il dialogo: come si tiene insieme all’evangelizzazione, all’annuncio, alle pretese assolutistiche? Dall’Oglio sosteneva di superare l’idea di un dialogo interreligioso, per recuperare quella del dialogo fra persone credenti.

«Quando l’incontro si basa sull’uguaglianza, sulla dignità reciproca si può giungere a un dialogo fruttuoso. Dall’Oglio insisteva molto sul punto, perché l’Islam non è una ideologia nell’aria. Quando tu guardi il volto dell’altro, puoi capire meglio ciò che pensa. Per lui l’evangelizzazione non consisteva nel far convertire, battezzare, ma far vedere la bellezza del volto di Gesù. Penso questa sia la vera evangelizzazione. Col potere del denaro, la forza e la guerra non si otterrà mai una conversione sincera. Lui portava avanti una vera evangelizzazione perché era un testimone. Oggi più delle parole abbiamo bisogno di testimoni forti come lui. Per sapere di più oggi abbiamo bisogno dei testimoni che condividono il dolore dell’altro, nonostante la diversità religiosa, politica, che non si fermano davanti a nessun muro perché l’altro resta sempre una persona con pari dignità. Testimoni più fedeli al messaggio del nostro nuovo mondo, che parte con la Rivoluzione francese: libertà, fraternità e uguaglianza. L’abbiamo dimenticato in Europa».

Tema cruciale: democrazia e religione. Il khomeneismo riconosceva allo sciismo uno specifico carattere politico, il repubblicanesimo Islamico. Per tornare a Dall’Oglio: un credente non può non essere democratico, diceva. L’intreccio tra religione e politica è una caratteristica irrinunciabile nell’Islam?

«Nel pensiero Islamico ciò che non è ammissibile è il disinteresse, per usare le parole di Papa Francesco: la globalizzazione dell’indifferenza. Per il Corano e per la lettura Islamica ciò che è peccato nel senso religioso è il disinteressarsi della vita del prossimo. Di questo ne è pieno il Corano quanto la tradizione Islamica che avverte: “Non puoi dormire con la pancia piena, sapendo che l’altro ha fame”. Se questa vogliamo chiamarla politica, allora sì, l’Islam risponde che dobbiamo essere politici. La vita stessa del profeta Muhammad dice che era un politico, ma sempre ritornando al concetto dell’interesse per la giustizia sociale della propria comunità. Infatti la testimonianza della giustizia e della fede vanno di pari passo nel Corano. Ci sono due versetti significativi: Siate testimoni di Dio, portatori della giustizia; per poi capovolgere: Siate portatori della giustizia, testimoni di Dio. Un vero credente non è colui che si rifugia soltanto nelle proprie preghiere. Come può una persona dichiararsi credente e non avere la compassione per il prossimo? In questo campo la politica sì è irrinunciabile: non è possibile dividere la lettura di una fede autentica religiosa dalla compassione, dall’intervento per il benessere sociale, politico, dalla giustizia per l’altro».

Però…

«Ora però confondere questo con il prendere assolutamente il potere politico, governare il popolo è tutto un altro discorso. In questo senso non c’è nessun obbligo Islamico di dover prendere il governo di una nazione. L’obbligo è dover partecipare pienamente. Essere sempre attento a ciò che chi governa fa. È dovere del popolo criticare il governo, non è semplicemente un suo diritto. Non partecipare alla vita politica colpisce sia l’individuo sia la comunità. Rimane un dovere religioso criticare i passi sbagliati di un governante, che non dovrebbe essere necessariamente un credente musulmano. L’importante è che faccia bene il proprio lavoro».

Il fondamentalismo è sostanzialmente una religione senza cultura. L’Islam è una visione monocolore del mondo, la sottomissione della soggettività al testo?

«Sono trascorsi quattordici secoli dall’arrivo del messaggio coranico. Si sono creati popoli, culture, civiltà. Una grande civiltà che ha contribuito allo sviluppo della civiltà oggi europea. Perché all’inizio si poteva avere un approccio totalmente anche razionale e scientifico? All’origine, nel testo, nella comprensione del testo, la ricerca della conoscenza faceva parte della stessa vita religiosa. Se vogliamo parlare di grandi matematici, chimici, medici, filosofi, astronomi, loro non si sono mai dichiarati non musulmani. Erano pienamente consci, credenti nel messaggio coranico e proprio per questo l’amore per la conoscenza li portava ad andare oltre.

Il Corano stesso nel momento della creazione, quando presenta questa sua nuova creatura, che era l’essere umano, in una scena allegorica chiede agli angeli e arcangeli di sottomettersi. Davanti al loro stupore, alla loro quasi critica, il Corano in una risposta dichiara, annuncia la supremazia di questa nuova creatura che è proprio la conoscenza. “L’essere umano è capace di arrivare alla conoscenza ultima”. Se questo è il criterio stesso che il Corano presenta come il criterio della supremazia dell’essere umano, anche sugli angeli e arcangeli del cielo, la conoscenza diventa fondamentale per la vita religiosa. Questa era la prima lettura dei musulmani che hanno creato, creduto e portato avanti una civiltà basata anche sulle scienze».

Poi che cosa è successo?

«Purtroppo lentamente si è data più importanza a un aspetto giuridico. Vediamo che nei secoli più recenti gran parte dello studio coranico, l’esegesi, si è basata soprattutto sul diritto Islamico. Si è data troppa importanza tra gli ottanta e duecento versetti fonte della sharia tra gli oltre 6200 versetti del Corano, tralasciando il resto e arrivando a creare una idolatria del Corano che non si presenta mai come un idolo, ma come un libro. Dice io sono un libro, non il libro in assoluto. Sono luce, guida, aiuto il discernimento, sono un ricordo, un invito per gli uomini. Un libro che può aiutare la conoscenza. È vero che oggi ci sono delle scuole che hanno creato una vera idolatria del Corano, mistificandolo. Siamo purtroppo a livelli dequalificati. Conosco purtroppo bene questa mentalità. Compito degli intellettuali, teologi è di far riemergere l’importanza della conoscenza e della stessa ricerca della verità sulla quale il Corano insiste. Usando la simbologia dei nomi invita a una ricerca senza fine, anche il centesimo nome di Dio è un invito a una ricerca continua. Nessuno può afferrare tutta la verità ma il cammino della conoscenza è un cammino aperto e percorribile. È in contraddizione stessa con il Corano chiudere tutto in una interpretazione oscurantista».

Violenza e Islam, a causa del terrorismo di matrice Islamista, vengono sempre più associati nel discorso pubblico, mediatico. Adonis nella conversazione che alimenta il libro Violenza e Islam (Guanda, 189 pagine, 14 euro) dice che il Corano è «un testo estremamente violento». Il testo coranico come si pone nei confronti del miscredente, dell’apostata e della giustificazione della violenza?

«La violenza così ricorrente nel Corano? Assolutamente no, direi molto meno della Bibbia, in cui solo tre libri sono assenti scene di violenza e sono al femminile: Rut, Ester e Cantico dei cantici. Il Corano ha dei versetti dove si può interpretare una certa aggressività, dipende sempre dal lettore.

Non si può criticare un testo dicendo può essere abusato con una certa lettura. Quale dovrebbe essere la risposta alle ingiustizie, alle violenze? La violenza è esistita ed esisterà. Una religione che pretende di presentare una via di vita non solo spirituale ma umana terrena al suo lettore, dovrebbe dirci cosa si dovrebbe fare davanti a delle ingiustizie. Pure il Corano presenta delle risposte. Sostiene che davanti all’ingiustizia si possa rispondere con un atteggiamento forte.

C’è un aspetto interessante che come studiosi dell’Islam oggi dobbiamo riprendere, rielaborare e far riemergere. Il Corano dice che puoi reagire, ma ci sono versetti in cui afferma chi è il nemico di Dio. Chi abusa del denaro dell’altro con l’usura dichiara guerra a Dio e al suo Messaggero. Chi è il nemico di Dio? Chi fa male al popolo abusando a livello economico della sua fiducia, in questo versetto viene chiamato nemico. Dopo aver contemplato reazione, la via maestra che il Corano presenta è il perdono: Tu rispondi al male non con un bene della stessa misura, bensì superiore. Ciò comporta uno sforzo grande.

Non esiste la guerra santa nel Corano. Questo è un termine usato dalle crociate. Il Corano non usa mai la guerra santa. È una guerra di difesa personale o collettiva per il popolo, contro l’usura, la violenza o sui minori. Come mai non vi alzate a difendere uomini, donne e bambini che gridano aiuto ché vivono in una situazione dolorosa? Questo è lo spirito del Corano e lo possiamo analizzare benissimo. Un testo può essere abusato come ammette lo stesso Corano: ci sono dei versetti chiarissimi e solidi, altri che possono essere fraintesi, chi ha il cuore malato utilizzerà quei versetti per i propri fini».

C’è un aspetto in particolare della strategia dell’Isis che la colpisce in quanto negazione della civiltà Islamica?

«La distruzione delle ricchezze archeologiche, del patrimonio artistico – culturale è un segno evidente della negazione della civiltà Islamica operata dall’Isis».

Lei partecipa al nascente Consiglio per le relazioni con l’Islam italiano. Sono circa centomila i musulmani in possesso della cittadinanza italiana. Una domanda preliminare: che cos’è l’Islam italiano?

«Ci sto pensando da tempo e mi dico che può esistere. L’influenza culturale, geografica, nazionale, caratterizza il comportamento di questa forma religiosa che rimane sempre l’Islam. È una realtà da non poter cancellare. Con una politica lungimirante si possono determinare le condizioni affinché la comunità Islamica contribuisca alla pluralità della democrazia italiana, contribuisca con il proprio lavoro al miglioramento economico sociale dell’Italia. Un Islam più aperto consapevole di trovarsi nella culla del cattolicesimo. Sognare, progettare, un Islam che contribuisca a una lettura più illuminata per i musulmani in Europa e nel resto del mondo. Un Islam che viva in grande armonia e scambio, in una dinamica di reciprocità. Il cristianesimo può aiutare a superare questo esagerato atteggiamento verso la sharia. La lettura islamica può aiutare il cristiano a essere maggiormente operatore di una fede autentica cristiana».

Una questione concreta: i luoghi di culto. Attualmente in Italia le moschee sono meno di dieci su un totale di ottocento luoghi di preghiera. E la richiesta di aggregazione è crescente. Che cosa si fa?

«La paura porta all’aggressività. Non aiuta nessuna delle due parti. Non si può chiedere a chi arriva di abbandonare da un giorno all’altro le proprie tradizioni, necessità spirituali, alimentazione, sistema di relazioni, non è fattibile e giusto. Chiedere di tradire la propria identità causa malessere. Avere luoghi di aggregazione e preghiera dignitosi aiuta a mantenere l’equilibrio».

L’Italia importa il 75.9% del proprio fabbisogno energetico. Proprio oggi comincia a Teheran la missione del governo e imprese italiane. Che cosa ci lega, oltre ai tredici memorandum e i contratti dal valore di 17 miliardi di euro firmati in seguito alla visita del presidente Hassan Rohani?

«Diciassette miliardi, sì. L’antica Persia e l’antica Roma avevano gli stessi confini. Ci siamo scambiati non solo soldati ma amanti, poeti, scrittori. L’Italia e l’Iran hanno una lunga storia e cultura comune poco conosciuta oggi. All’epoca di Dante Alighieri si conoscevano maggiormente, la stessa letteratura e poesia persiana. Dante aveva avuto accesso alla poesia persiana, un testo appare molto simile a ciò che lui elaborò. A ogni modo ci sono stati incontri e scambi profondissimi intimi a livello intellettuale, poetico, religioso, spirituale tra questi due popoli, culture e nazioni. Non solo quello economico è fattibile. Direi che tra tutti i popoli europei gli iraniani amano soprattutto gli italiani. Molti giovani senza aver visto questo paese lo immaginano. L’Italia non ha mai fatto nessun danno. Figure come Mattei hanno mostrato la dignità della relazione con gli iraniani».

Qual è il ruolo della religione in quella che Francesco ha definito la terza guerra mondiale?

«La religione ha un grande potere, perché non rimane solo sulla superficie della vita dell’uomo ma entra nella mente dell’essere umano, nel cuore. Per questo ne constatiamo l’abuso. La religione può essere d’aiuto con una visione universale invece se settaria provoca ferite più profonde. I viaggi di Papa Francesco indicano una via maestra per le religioni. Una fede autentica religiosa non è un’istituzione, non è un confine ma un insegnamento soprattutto a una visione unitaria del mondo, della famiglia umana. Ripartire dai valori della rivoluzione francese, un concetto laico e religioso che non siamo riusciti ancora a concretizzare».

Commenti
2 Commenti a “Lontani ma vicini: l’Islam e noi”
  1. Vlad scrive:

    non ha minimamente risposto alla domanda sul rapporto tra islam e non credenti.
    Comunque continuo a pensare che le religioni siano incompatibili con la libertà moderna, sono ammirevoli i tentativi dei credenti più “progressisti” di cambiarle ma si dovranno scontrare con la realtà purtroppo, e la realtà è che sopratutto nell’islam il grosso dei credenti diffida di chi è o sembra “modernizzante”, “laicizzante”.
    Sulla situazione iraniana consiglio di leggere Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran

  2. Vlad scrive:

    e poi con tutto il rispetto, che mi frega di sapere che Maometto era per la giustizia sociale? Tecnicamente lo era pure Gesù e anche Gesù ha detto tante belle cose, poi i comportamenti dei credenti delle rispettive fedi hanno privilegiato altri aspetti, temo

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