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Lontano e vicinissimo: il nuovo romanzo di Gianluigi Ricuperati

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di Leonardo Merlini

Da qualche parte si sente profumo di Dickens. Scriverlo a proposito del terzo romanzo di Gianluigi Ricuperati, La scomparsa di me, in uscita per Feltrinelli, sembra una battuta un po’ troppo sopra le righe, benché lo scrittore torinese da sempre abbia mostrato una vocazione alla scoperta vasta almeno quanto i romanzi del padre di Oliver Twist. Sembra una battuta perché il libro parla di un uomo senza troppe qualità che muore, giovane, in un incidente stradale e poi comincia a… ritornare, da una dimensione in cui è “qualcosa che non ha tracce, non ha peso, non ha fiato”, qualcuno “senza tutto”, e lo fa entrando, per il tempo di una giornata dal risveglio al sonno, nei corpi di persone che aveva conosciuto o anche solo sfiorato in vita.

Una presenza che è solo consapevolezza, senza interazione. Una irrequietezza che saprebbe di contrappasso dantesco se la voce del narratore, in questo figlia della mente curiosa dell’autore, non fosse in grado di unificare il grottesco e il tragico, il meraviglioso e l’indecifrabile, il vicinissimo e la massima lontananza. In questo – oltre che in una prospettiva che fa pensare a una versione aggiornata della logica del Canto di Natale, seppur con un intento non più di redenzione bensì di (inevitabilmente limitata) comprensione – sta quell’alone di Dickens che potrebbe comunque anche essere rubricato nel capitolo infinito sul fascino ricorsivo della narrazione.

Una qualità, ingenua se volete, ma che nella letteratura italiana resta rara, per lo meno in termini di una cogente curiosità del mondo e degli “altri” (che, lo sapete, per ogni persona sensibile possono essere l’inferno, come diceva Sartre), cui Ricuperati rivolge uno sguardo che non è compassionevole (altro terribile rischio, insieme a quello del “moralizzatore”, tanto caro agli autori nostrani), ma è uno sguardo di vicinanza, di prossimità direbbe qualcuno più avvezzo alla spiritualità contemporanea, che diventa cifra letteraria e, per molti versi, marchio di fabbrica dell’autore. Che nel suo restare una figura quasi impossibile da catalogare (ma con una fame onnivora, che si può dedurre pure dal rapporto di lunga durata con un altro inesausto osservatore del mondo come Hans Ulrich Obrist, o dalle parole di apprezzamento di uno scrittore totalizzante come Rick Moody), si fa comunque presente, offrendosi a un confronto che, in fondo, potrebbe diventare anche una sorta di dibattito sullo stato delle lettere nel nostro Paese, ma questa è un’altra storia (e la racconteremo un’altra volta. Forse).

“La struttura della vita quotidiana nel XXI secolo è resa possibile da una sequenza incalcolabile di interazioni nanometriche. Una cifra a 199 zeri. Ecco cosa ho scoperto”, scrive a un certo punto Ricuperati. Ma poi aggiunge: “Avrei dovuto saperlo”. Qui, in tre semplici parole, c’è qualcosa che è di più di un semplice cambio di prospettiva, c’è una posizione diversa del romanziere, c’è una montagna di dubbi e di domande che diventano – e lo diceva Milan Kundera che in questo mestiere non contano le risposte, ma le domande – il romanzo, questo romanzo, ma forse anche tanti altri. Perché poi, e qui si coglie la vocazione consapevole di Ricuperati, che pur nella molteplicità dei suoi erranti interessi continua a definirsi “solo uno scrittore”, il libro è anche un catalogo, un elenco di momenti, di persone, di dettagli erotici (i canini perfetti di una dottoressa che a un certo punto porta una buona notizia ai genitori di una bambina malata, la lingua più lunga del normale di una donna conosciuta online), di impotenze e di armonie impreviste.

La scomparsa di me, ha la cosciente crudeltà di mostrare come ogni vita – anche quella più intelligente – non possa arginare il fallimento, non possa fare altro che circondarsi, a un certo punto, di macerie (e quelle della genitorialità sono le più incandescenti, intollerabili). Ma che, al tempo stesso, ha l’impagabile – e ben più rara  – dote di accettare il fatto che questo fallimento è comunque la nostra vita e di guardare a essa, con le sue meschinità e le sue bellezze, con uno sguardo affettuoso, volendo bene alle parole che la descrivono, prendendosi cura – come scriveva Paolo Mereghetti a proposito del primo Wim Wenders, che si prendeva cura delle sue immagini – della letteratura e del suo oggetto, arrivando così piuttosto vicino a quella sensazione di “meraviglia” tanto cara a Gianluigi Ricuperati.

Che ha pure il coraggio, in un romanzo che già nasce coraggioso per il modo – verrebbe da dire Candido, con la C maiuscola – in cui semplicemente affronta certi argomenti, di parlare così della morte del narratore e dei suoi periodici “ritorni”: “Il colpo di sfortuna è stato l’incidente, l’assenza delle cose e della vita, ma riguardare in faccia (anzi: da dentro la faccia) i protagonisti di uno dei momenti più straordinari della mia esistenza ha rappresentato per me un dono impagabile: il picco di un’avventura non rimborsabile”.

Qui c’è qualcosa. Qualcosa di nuovo, di ardito e di molto interessante.

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