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L’ora del mondo. Un estratto

Pubblichiamo, ringraziando autore ed editore, i primi due capitoli de “L’ora del mondo” di Matteo Meschiari, in uscita il 23 maggio per Hacca Edizioni. Il libro sarà presentato sabato 11 maggio al Salone del Libro di Torino (ore 16.30, sala Avorio). A dialogare con Matteo Meschiari ci sarà Matteo Nucci. Buona lettura.

1
La gaetta pelle

La corriera blu tormalina arrancava e tossiva giù per la valle dove la strada statale si arrotolava tra dirupi sbrecciati e declivi lividi di boschi. Da appena qualche giorno le faggete avevano indossato una sfumatura rossiccia perché le gemme si erano gonfiate ai primi soli e i torrenti della linfa avevano ripreso a premere dentro i tronchi notturni. Le nevi semisciolte sopra i campi in quota erano lacerti di tessuto consumati dal tempo e la corriera spariva e riappariva dietro i tornanti e tra i pendii irsuti per andare a dissolversi dietro l’ultimo versante con un leggero morbido ronzio. Allora tornò il silenzio nelle Terre Soprane e per mostrare che certe cose sono azzurre per sempre il Crinale si offuscò in se stesso e s’immobilizzò nel mistero della sua ambra. A quel punto Libera si asciugò il naso contro la manica e cominciò a scendere a salti verso gli Sfagni dei Lagacci dove l’Uomo-Somaro l’aspettava al crepuscolo da almeno novecentocinquant’anni. Difficile crederci. Ma è quello che i due Corvi del Dio Guercio hanno giurato e stragiurato. E io. Qui. Tale e quale. Lo scrivo.

Eccomi disse Libera.
Sì disse l’Uomo-Somaro.
Ero ai Casoni. Guardavo l’ultima corriera.
Bene. Sei proprio spiritosa.

L’Uomo-Somaro accavallò le gambe e cominciò a grattarsi la barba brizzolata con un angolo di zoccolo squamato. Libera sorrideva imbarazzata e si massaggiava il polso nel punto in cui la mano le mancava.

Me l’avevano detto disse l’Uomo-Somaro.
Detto cosa? disse Libera.
Della mano. Ovvero. Della non-mano.
Non l’ho mai avuta sai?
Anche questo mi hanno detto.
E che cosa ti hanno detto esattamente?
Be’. Che ti hanno buttata nei boschi.
Vero.
Che sei nata senza una mano e che quella ti ha buttato nei boschi.
Quella chi?
Tua madre.
Mia madre.
Sì.

L’Uomo-Somaro sbadigliò. Libera guardò la non-mano dentro la manica. La luce cominciava ad andarsene e lei non sapeva più cosa dire. Fu l’Uomo-Somaro a riprendere la conversazione.

Ti aspettavo. Novecentocinquant’anni sono lunghi.
Io ne ho dieci.
Sono lunghi e sono anche un po’ stanco io.
Che cosa posso fare per te?
Intanto ascoltami.

E l’Uomo-Somaro cominciò a raccontarle una lunghissima storia che risaliva ai giorni remoti in cui era stato un giovane somaro nelle salmerie di Annibale condottiero e poi era stato il ciuchino di compagnia della contessina Matilde quando lei era ancora una bambina dispettosetta e lui la menava in groppa dietro le stramberie di Bonifacio ovviamente molto prima dei fattacci di Lotaringia. Fu allora che fu dimenticato in una stalla in quel di Nonantola dove la paglia eccetera eccetera. Libera sbadigliò.

Non ti piace la mia storia?
Oh sì. Ma tu come sei diventato così?
Così come?
Eri solo un somaro no?
Sì.
Allora come sei diventato così?

L’Uomo-Somaro le raccontò della solitudine nelle stalle della contessina e di come il giorno in cui Matilde partì per andare in sposa lontano lontano decisero di ucciderlo per fare con la sua pelle un tamburo e lui ragliò e scalciò e fece il diavolo a quattro finché si liberò dei suoi aguzzini e scappò tutto dinoccolato e inebetito verso i boschi desolati d’Appennino.

Ci misero un sacco a sciogliersi.
Che cosa?
Le corde.
Poverino.
S’incastravano alle radici. Tiravano nei cespugli.
Poverino.
Ma alla fine si sciolsero. Come pagnotte sotto la pioggia.
E?
E il mio corpo un po’ alla volta cambiò. Per colpa del bosco.
Ah.
Sì. è da allora che ti aspetto.

Libera stava per chiedergli qualcosa di molto importante quando udirono un frusciare di foglie. Ormai la luce del giorno se n’era andata e tra i rami dei faggi galleggiava qualche vetro oltremare e due buchi di stella. Una massa di cespugli che copiava due cinghiali in lotta rabbrividì appena e per un attimo eterno Libera e l’Uomo-Somaro intravidero le forme di un felino. Aveva la pelliccia picchiettata e i baffi dritti come fili di ferro. La lince li guardò da una distanza temporale inconcepibile e all’improvviso sparì nelle non-luci del bosco.

2
Alto e silvestro

Le nuvole si accumulavano sopra il Cimone come se il monte fosse un cucchiaio di pietra e il cielo d’Appennino una pentola di polenta a testa in giù. I vapori giravano intorno con larghi cerchi schiumosi e intanto un ventaccio ghiacciato sfuggito da meteorologiche altezze inzuppava le terre e arruffava i roveti delle canine. Libera era lassù in una toppa di prato tra alberi curvi e correva in salita verso la Via Vandelli. Da dove siamo noi avremmo visto il lampo dei suoi capelli rossi e il pallore azzurrato dei suoi polpacci. Invece i vestiti si confondevano con erba e terriccio e Libera ricordava gli spiriti del metano che singhiozzano e sfiammellano verso l’alto. I capelli. I polpacci. Poi dopo pochi momenti la Selva Romanesca la inghiottì oscura e il cielo si sbriciolò in una polvere di pioggia gelata.

Dopo tre anni mi hanno presa aveva detto all’Uomo-Somaro.
Dopo tre anni nei boschi?

Libera gli raccontò come un manipolo di cacciatori della Guardia di Finanza l’avesse trovata a vagare con la ghirlanda di margherite nuova dalle parti delle Tagliole. O giù di lì. Lei era scappata tra i salti di arenaria macigno e arrampicandosi da carpino a frassino aveva scollinato sulle morene che contengono a valle la conca del Lago Santo. La serica corteccia dei faggi si inazzurrava per l’ora crepuscolare ed era una cosa bellissima da vedere ma quando il verde malachite delle acque balzò tra i tronchi e le raggiunse gli occhi Libera restò incantata e fu così fu allora e fu per quello che la presero e la legarono con le cinture. Adesso non scappi. E la portarono di filata al municipio di Pievepelago.

Davvero non sei riuscita a scappare?
No. Dovevi vedere le acque.
Del Lago Santo?
Oh sì. Magnifiche.
Ma come?
Eh.

In quel tempo dei suoi cinque anni Libera camminava a quattro zampe. La portarono al municipio e in quattro e quattr’otto la affidarono alle cure della Bianchini Giulia ristoratrice. E la Bianchini che non poteva sopportare quella bambina che si aggirava come una bestia tra i tappeti del suo albergo costrutto per gli sciatori delle molli pianure la frusticchiava con un asciugamano bagnato per indurla a raddrizzarsi. Alzati le diceva sempre più stizzita ma Libera semplicemente camminava così. Non ne voleva sapere. Bestia che sei. Ma no. Niente.

Avevo imparato dai lupi.
Ma guarda.
Ho corso con loro. Due anni. Si cambia.
Immagino di sì.
Cacciavano. In inverno scavavano una buca mi ci mettevano dentro e mi dormivano sopra per riscaldarmi.

Un giorno le misero dei legni legati alle gambe per obbligarla a restare in piedi. Una specie di gabbia fatta con cinghie e bastoni. La gente veniva da Modena per vedere il prodigio e più che stupirsi di una bambina esibita al mondo per esaltare la forza ortopedica e progressiva della civiltà (ma ovviamente non erano queste le parole di Libera) la folla batteva le mani tutta rossa ed eccitata per i troppi punch al mandarino e la guardava mentre perdeva l’equilibrio praticamente a ogni passo ma restava sempre in piedi senza scaravoltare il vassoio delle bevande. Povera me diceva Libera. Davvero povera lei. Ma la gente amava molto quello spettacolo.

Capisci?
Capisco. Da rompere quelle zucche a zoccolate.
Eh. Ma poi sono scappata ve’? Un po’ come te.

Libera raccontò. Fece così. Sgambettò la Bianchini che scendeva le scale con un’enorme balla di lenzuola e schizzando per la cucina fredda e silenziosa fece a balzi tutto il parco dell’albergo per tuffarsi nell’abetina e recuperare le altezze silvestri. Nessuno le chiamava più le Terre Soprane. Nessuno degli umani. Ma per fortuna dopo i lupi dell’infanzia aveva ritrovato i boschi ed estate dopo inverno era diventata quella che adesso era lei. Cioè Libera.

Gran bella storia. Ma tu lo sai perché sei qui? aveva chiesto l’Uomo-Somaro.
No.
Lo sai perché ti sto aspettando da novecentocinquant’anni?
No.
Per farla lunga e breve devi trovare il Mezzo Patriarca perduto.
Quello sparito dalle Terre Soprane? Quello che se infine ritrovato dovrebbe riaggiustare le cose quassù e forse anche a valle dove ci sono gli uomini?
Così si dice.
Quello –

Libera si interruppe. Quattro ombre accompagnate da un’ombra più piccola erano apparse nel buio alle spalle dell’Uomo-Somaro.

Eccoci radunati. La vuoi sapere la storia?

I buchi di stella erano molti tra le fessure dei rami. Un odore di fumo di legna scivolava a soffi nell’aria gelida e liquida. Sulla radura dei Lagacci si era accesa la luce di un casolare. Qualche animale rovistava tra le foglie. Le nevi azzurre lontane. E sì. L’Appennino.

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