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Pugni neri: “Trentacinque secondi ancora” di Lorenzo Iervolino

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Quei due pugni chiusi erano una preghiera di solidarietà, una preghiera di speranza per un paese separato che presumeva di essere un’entità univoca. Tommie Smith e John Carlos non sono nati solo per correre più veloci degli altri, avevano qualcosa da dire al mondo immersi in una lotta permanente, che a quasi cinquant’anni dalle Olimpiadi di Città del Messico 1968 non è finita. «Grazie allo studio, – scrive Lorenzo Iervolino in Trentacinque secondi ancora (66thand2nd, 288 pagine, 23 euro) – Tommie si era accorto di essere solo un puntino nel disegno più vasto della lotta che i neri stavano portando avanti».

Il racconto della progressiva presa di coscienza di non essere solo corpi dentro a un movimento aerobico è forse l’aspetto più interessante che emerge dal lavoro dell’autore, che ha compiuto un viaggio negli Stati Uniti sulle tracce di un gesto, addentrandosi nell’intreccio qui davvero inscindibile tra politica, società e sport. Tommie e John si accorgono che nella propria infanzia e nell’adolescenza non c’è stato nulla normale, è dunque necessario porre le domande taciute anche dentro casa. È necessario non abituarsi all’assenza di libertà.

«Se torno vivo da Memphis» aveva detto Martin Luther King, «prepareremo una grande marcia il giorno dell’inizio delle Olimpiadi, a Città del Messico».
«Perché torna laggiù?» gli aveva chiesto John, superando un’insolita timidezza.
«Lo sciopero dei netturbini va avanti, devo essere là con loro» aveva risposto King.
«Intendevo: perché torna laggiù dopo che hanno promesso di ucciderla?».
«Ci torno per sostenere chi non può esserci. E anche per sostenere chi non vuole esserci».

Nel 1968 il Progetto olimpico per i diritti umani era ormai parte integrante delle lotte per il riconoscimento dei diritti civili e aveva ricevuto tanto il pieno supporto del Reverendo King jr., quanto quello del Black Panther Party. Il 4 aprile 1968, quando hanno ammazzato la forza dell’amore, Carlos si trovava in tournée a Trinidad, la seconda della sua carriera e discusse con il capo delegazione della squadra statunitense: «King non era un presidente né un eroe degli Stati Uniti. Non c’è motivo di abbassare la bandiera in suo onore», asserì quest’ultimo. John raggiunse l’asta bianca, tirò le cordicine e fece scendere la Star Spangled Banner tra gli applausi del pubblico.

Sulla pista di Città del Messico Smith incise il record del mondo, 19.83, sulla distanza dei duecento metri. Carlos, anni dopo, disse di averlo lasciato vincere, perché il compagno teneva particolarmente alla medaglia d’oro. Sull’argomento i due non si metteranno mai d’accordo, ma la storia l’hanno scritta insieme: la bandiera statunitense è stata issata assecondando il tempo dei loro due pugni neri sospinti verso il cielo. Smith, Carlos e Norman, velocista australiano, proletario dall’anima nobile che si associò all’essenza della ribellione, rivendicano l’intuizione del Black power salute, sono tre pezzi di verità sovrapponibili sulla genesi del gesto che scosse il mondo ed è tuttora rievocato come uno dei momenti in cui lo sport diventa qualcosa di più.

Il razzismo pretendeva di allontanare Tommie, John e Peter, la pista li ha resi inseparabili. Il 16 ottobre 1968, alle ore 20.41 circa, la solitudine, che assomigliava alla paura, nel tunnel verso il podio olimpico divenne solidarietà e amicizia. Quel paio di guanti e di calzini neri con le scarpe tenute in mano non sono dissociabili dalla moltitudine di giovani in giacca e cravatta e dalle giovani sull’Edmund Pettus Bridge a Selma, assiepati con il volto scoperto davanti alla polizia con le maschere antigas e manganelli. Norman, a chi gli ricordava quanto la sua solidarietà sul podio avesse oscurato la singolare impresa sportiva e compromesso l’apice della carriera, confessò che l’orgoglio di esserne stato parte l’avrebbe accompagnato fino all’ultimo giorno della propria vita.

Le medaglie pesano nella geopolitica sportiva, dunque non le hanno sottratte al medagliere, ma hanno pensato di potersi prendere con l’oblio le esistenze di chi aveva disobbedito. Il Progetto olimpico per i diritti umani, organizzazione che trovava ragione nell’opposizione al razzismo anche nello sport, era andato allo scontro con il presidente del Cio Avery Brundage. Non era bastato arruolare Jesse Owens, velocista nero, quattro medaglie d’oro a Berlino nel 1936 sotto lo sguardo accigliato del Führer Hitler che al rientro in patria non gli valsero neanche una stretta di mano alla Casa Bianca, per tenere sotto controllo i ragazzi.

Tommie, John e Peter, per anni assediati, accusati, disconosciuti, hanno pagato un prezzo alto per la propria scelta. Resta una fotografia iconica, che in fondo esprime l’ispirazione del potere più significativo, quello di non rinunciare mai alla propria parola.

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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