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L’orgia del potere ieri e oggi. Intervista a Vassilis Vassilikos

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ATENE. Cinquant’anni fa, alle due del mattino i colonnelli Georgios Papadopoulos, Nikolaos Makarezos e Ioannis Ladas annunciavano il colpo di stato. Tutto era filato liscio per militari di seconda fascia abituati a muoversi nell’ombra. Fin dalla sera i carri armati avevano occupato i grandi viali progettati per la città ottocentesca. Truppe scelte avevano preso il controllo dei centri di comunicazione e del Parlamento. Paracadutisti si apprestavano ad atterrare sul Ministero della Difesa.

Erano mesi che in grande stile e con l’assenso del re Costantino II si preparava il putsch militare ma l’indecisione degli ufficiali maggiori e l’avvicinarsi delle elezioni previste per maggio spinse i militari di livello più basso a prendere le redini. Iniziavano sette anni di dittatura retriva e oscurantista passata alla storia come “Dittatura dei colonnelli”. Vassilis Vassilikos, greco del nord (nato a Thasos, cresciuto a Salonicco) non aveva ancora compiuto trentatré anni e non era ancora lo scrittore celebre per il romanzo che prese il nome dall’ultima lettera dell’alfabeto, Z, a cui in Italia venne aggiunto il sottotitolo L’orgia del potere.

Tradotto in tutto il mondo sull’onda della trasposizione cinematografica di Costa-Gravas, il libro sarebbe diventato il manifesto della lotta greca per la libertà. Eppure era stato scritto prima del golpe. Gli avvenimenti da cui prendeva spunto risalivano al 1963, all’omicidio per mano di estremisti di destra di Grigoris Lambrakis, “il Matteotti greco” (Z sta per “zi” che in greco significa “vive”). Vassilikos aveva saputo vedere lontano. Come molti della sua generazione, d’altronde, che all’alba del 21 aprile erano pronti a lasciare il Paese.

“Ma io ero già all’estero” racconta oggi, ottantadue anni, appartamento nell’Atene di Colono, dove nacque Sofocle e dove Sofocle fece morire Edipo. “Ero in treno, per la precisione. Viaggiavo dalla Svezia a Venezia dove avrei preso un battello per tornare in Grecia. Mi raggiunsero notizie concitate. Cambiai programma. Scesi a Roma dove avevo molti amici e aspettai di capire come si sarebbe evoluta la situazione. Quando tutto fu chiaro rimasi in Italia, poi mi spostai a Parigi. Finché il mio amico Italo Calvino m’invitò a tornare a Roma. Ho passato nel vostro Paese anni straordinari”.

Quando fu tutto chiaro, dice lei. Cosa fu a tal punto chiaro?

“Che la guerra civile non era mai finita e l’estrema destra era al potere. Una dittatura famosa nel mondo per le proibizioni bigotte, come la minigonna e i capelli lunghi. Ma che fece ben altro. Come tutte le dittature, ovviamente. Fra torture e omicidi. Per chi fuggì e per chi comunque passò quegli anni all’estero fu molto dura. Si aveva l’impressione di non condividere la sofferenza dei greci oppressi. Ma certo eravamo più utili fuori. Il libro e il film di Costa-Gravas ebbero il loro peso, benché la dittatura sia caduta perché agli americani non faceva più comodo”.

Dunque i colonnelli presero il potere grazie agli americani?

“Questo è chiaro. Papadopoulos era una specie di agente della CIA. In quei mesi ci si avvicinava alla “guerra dei sei giorni” e gli Stati Uniti volevano mano libera sulle basi aeree a Creta. Era tutto un altro mondo, quello. La tensione fra i due blocchi era alta. L’Unione Sovietica non doveva avere accesso al bacino del Mediterraneo che al tempo era il centro del mondo come poi è diventato il medioriente. Nel 1974 con l’apertura del canale di Suez l’importanza della Grecia decadde e gli errori dei colonnelli portarono alla fine della dittatura”.

Dittatura che i giornalisti italiani seguirono subito con grande attenzione.

“Certo. Qui si temevano azioni analoghe. Il progetto di colpo di stato di De Lorenzo che sarebbe diventato di pubblico domincio proprio grazie al vostro giornalismo d’inchiesta (grazie agli articoli di Eugenio Scalfari e Lino Iannuzzi sull’Espresso, n.d.r.) era l’esatto parallelo del nostro. E in ogni modo, in quei giorni di incertezza, furono italiani i primi grandi reporter a raccontare il colpo di stato. Mi ricordo bene le gesta di Furio Colombo. Aveva filmato la situazione. Era una delle prime testimonianze. Lasciando Atene aveva paura che al controllo gli sequestrassero la pellicola. Vide una signora americana che si portava appresso un enorme bagaglio. Si offrì di aiutarla e in cambio le affidò la sua valigetta. Qualcosa che oggi sarebbe impensabile. Comunque, quando la polizia aprì il bagaglio che si trascinava appresso Colombo, la sorpresa fu grande. Indumenti femminili e tutto quel che una americana prosperosa portava con sé. Gli agenti si diedero di gomito e ridacchiarono. Colombo passò. Raccontava la storia con grande orgoglio”.

Italia e Francia. Lei collaborò con la sinistra europea attivamente.

“Più quella italiana, a dire il vero. Il vostro Paese che io amo immensamente era un faro per tutti noi. Era cresciuto da voi, grazie a Gramsci, quel comunismo indipendente da Mosca che avremmo chiamato eurocomunismo. Non c’era solo Berlinguer. E gli intellettuali che conobbi e con cui diventai amico avevano idee chiare. Nanni Balestrini, Umberto Eco, Michelangelo Antonioni, Francesco Rosi. Che anni ho passato in Italia. La pubblicazione del libro voluta da Feltrinelli mi aveva aperto un mondo. Oggi quasi dimenticato, mi pare”.

L’arresto e le torture di Alekos Panagulis si ricordano ancora grazie al libro di Oriana Fallaci. Lei fu tra i primi a pubblicare Panagulis all’estero.

“Avevo aperto una piccola casa editrice quasi personale, chiamata “Otto e mezzo” in onore di Fellini e del suo meraviglioso film. Pubblicai le poesie di Panagulis. Pasolini fu determinante. Quando Panagulis fu liberato e venne in Italia lo conoscemmo personalmente. Capimmo di aver fatto un grande lavoro per la Grecia anche da qui. Era importante per evitare sensi di colpa verso chi era ancora in galera”.

Fu così difficile tornare in Grecia dopo quegli anni?

“No, prevalse l’entusiasmo per la libertà. Io poi continuai a lungo a vivere un po’ qui e un po’ all’estero. Sono stato ambasciatore UNESCO, dopo gli anni a dirigere la televisione pubblica mentre Papandreou era al potere. Era un’epoca in cui uomini di cultura avevano funzi0ni e ruoli riconosciuti che oggi è difficile anche immaginare”

Oggi tutto si è perso, dice lei.

“La sinistra non esiste più. La cultura versa in pessime condizioni a livello di riconoscimento sociale. Vede, la crisi greca è una crisi europea in cui il nostro Paese ha la funzione del debole abituato alle dominazioni straniere benché orgoglioso per natura. La tragedia ha inizio con Maastricht nel 1992 quando si commise il grande errore di puntare a un unione solo economica e non culturale. Senza una trasformazione che metta al centro l’immensa storia culturale europea non ci sono speranze da coltivare”.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie). I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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