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L’originale di Nabokov

Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore

È il 1977: malato, costretto a letto da una caduta e dalle sue complicazioni, sentendo probabile la morte, Vladimir Nabokov chiese alla moglie di bruciare quanto aveva finora scritto di un romanzo intitolato L’originale di Laura. La moglie promise, ma perso il marito non riuscì a mantenere l’impegno. E neppure il figlio Dmitri che, corteggiato dal potentissimo agente Andrew Wylie, si è oggi convinto a dare alle stampe l’embrione dell’ultima opera nabokoviana. Dmitri, che è curatore e traduttore in inglese di parte dell’opera paterna, è stato criticato per la scelta: avrebbe tradito i desiderata del padre per denaro. Il libro è uscito in Inghilterra e Stati Uniti a metà novembre, di lì a poco in Italia, e da allora sono circolate recensioni più o meno crudeli sulla scarsa qualità del testo incompiuto e, a margine, articoli semplici e succosi sul figlio degenere e l’agente spietato che per rilanciare l’opera di un autore ben più citato che letto provano ad agitare le acque pubblicando un abbozzo di libro. Purché se ne parli. Si parla del figlio perché dell’inedito c’è poco da dire: ciò che era pronto della storia al momento della morte è una serie di studi separati fra loro, momenti diversi di una trama che si può solo intuire. Nel primo capitolo, Flora, giovane moglie di un accademico grasso e acciaccato, si dedica a feste e tradimenti. Nel secondo conosciamo la famiglia e il passato della ragazza, compresa una fase lolitesca in cui è oggetto dell’amore di un certo Hubert H. Hubert, parodia esplicita dell’Humbert di Lolita. Nel terzo, dell’iniziazione sessuale di Flora adolescente. Di qui in poi seguono abbozzi di capitoli senza una relazione apparente fra loro, piccoli studi di diversi personaggi: risaltano su tutti il capitolo su un romanzo scritto da uno degli amanti della ragazza, la cui protagonista si chiama Laura, di cui Flora sarebbe l’originale, l’ispirazione; e un capitolo sui pensieri del marito, uomo stanco, malato, alle prese con un esperimento nichilista di meditazione che ha per scopo simulare mentalmente e dunque reversibilmente la propria morte. Per capire il perché di una sequenza di capitoli decisamente più disordinata di una normale prima stesura, bisogna conoscere qualcosa del metodo dell’autore.

Nabokov scriveva i suoi romanzi a matita su schede di cartoncino, in modo da poter tenere insieme i diversi capitoli, rielaborandone ciascuno a piacere, riservandosi di trovare collocazione a ciascuna parte solo dopo aver capito bene l’equilibrio e i rapporti fra tutte. I suoi libri non venivano scritti dal principio alla fine, ma si gonfiavano nelle varie parti a poco a poco. Per rendere conto di questo processo, il volume è uscito ovunque in un formato particolare: ogni pagina riporta in alto la fotocopia della scheda e in basso il testo dattiloscritto. I recensori europei e americani nel complesso non sono stati benevoli. Il critico del Wall Street Journal su tutti: “È un peccato che le istruzioni sull’ultimo cartoncino”, una lista di termini inglesi per cancellare, “non siano state rispettate”. (Della pubblicazione degli incompiuti, d’altronde, Nabokov diceva: “È come far circolare campioni del proprio sputo”). I critici hanno ragione, ma una cosa va detta di questa operazione commerciale: la collaborazione tra Penguin e Knopf, editori congiunti della versione originale, ha prodotto un capolavoro di design, un oggetto d’arte il cui senso va al di là del valore del romanzo incompiuto. Nell’edizione italiana di Adelphi, maneggevole e dal prezzo abbordabile, le schede sono riprodotte in bianco e nero e leggermente rimpicciolite. La costosa edizione originale presenta una piccola ma decisiva differenza: le schede, stampate in quadricromia, sono del colore e della grandezza degli originali, e il resto della pagina, su cui in basso è dattiloscritto il medesimo testo inglese, è grigio. Così la scheda, bianca e sporca di matita cancellata, domina la pagina. Non solo: le schede sono tutte perforate lungo i contorni, in modo che si possano staccare e raccogliere, per mischiare a piacere i capitoli ben abbozzati e i piccoli studi. Il volume risulta grosso il triplo della versione Adelphi: sia perché non è carta ma cartoncino, sia perché pubblicandosi anche il retro delle schede si sviluppa un numero doppio di pagine. È un oggetto ben strano che è difficile confondere con un libro di narrativa. Arriverei a dire che più che di un libro si tratta di un museo portatile di Nabokov, congegnato per farci conoscere e toccare il processo creativo dell’autore, che egli stesso così descrisse: “…il processo avviene esclusivamente nella testa, non sulla carta (…) Sento una specie di crescita sommessa, come se qualcosa si dipanasse dentro di me, e so che i particolari sono già lì, che anzi li vedrei ben chiari se guardassi più da vicino…” Ogni appunto, ogni abbozzo di capitolo, è il tentativo di incollare con uno spillo la farfalla di un’idea senza distruggerne le ali colorate, che rimangono nella testa dell’autore, ancora in gestazione. “Dato che l’intera struttura, illuminata da una debole luce della mente, si può paragonare a un dipinto (…) posso puntare la mia lampadina tascabile su una qualsiasi parte o particella del quadro. Non comincio i romanzi dal principio (…) prendo un pezzetto qui e un pezzetto là, finché ho riempito tutti i vuoti sulla carta”. Se dalla forma di questa versione originale dell’Originale di Laura emerge in modo palpabile il metodo di Nabokov, il merito spetta all’ideatore del progetto grafico, Chip Kidd, miglior inventore di copertine in America e Art Director di Knopf, che qui si è dedicato all’intera presentazione del testo, concependo un sistema per proporre, piuttosto che un inedito farraginoso, un esempio tangibile dell’arte e dei procedimenti dell’eroe émigré che ci dà l’occasione di imparare o quantomeno verificare di prima mano la particolarità delle tecniche nabokoviane. Per esempio: l’autore non conosceva “prime stesure”, perché teneva il libro tutto in testa, rilasciandone particolari poco alla volta. Le parti, gli studi che ancora non sapeva dove piazzare, trovavano il loro posto con tutta calma, rimanendo elasticamente attaccate al resto senza la fretta di darsi un senso; le parti giustapposte in modo libero fornivano stimoli ulteriori, contribuivano alla soluzione dei problemi narrativi. Una tecnica oggi prevalente fra gli scrittori grazie ai software come Word, ma radicalmente sperimentale intorno alla metà del secolo. Dai frammenti, anche dai più compiuti, si capisce pure come mai Nabokov riuscì a essere grande scrittore in due lingue lontane come il russo e l’inglese. Alla BBC, nel ’62, spiegava: “Non penso in nessuna lingua. Penso per immagini (…) e di tanto in tanto la schiuma delle onde cerebrali forma una frase in russo o in inglese, ma questo è tutto”. Le schede lo confermano: certe successioni di dettagli perfetti, ma scisse fra loro, quasi esoteriche, non valgono ancora sulla carta, sono in attesa che si creino nella testa dell’autore i legami che consentano alle intuizioni formali e alle immagini di formare un tessuto completo. E le frasi sono spesso sgrammaticate, o scritte in modo impulsivo, quasi trasandato: la sua lingua impiegava tempo e riscritture continue per raggiungere la precisione del suo immaginare. Sono solo un paio delle cose che si possono imparare giocando con le schede di The Original of Laura. Una confezione che parrebbe leziosa e troppo cara (inadatta a tempi di crisi: 25£) ed è invece la condizione necessaria perché questa operazione abbia senso. Infatti solo giurando: “Questo non è un libro”, si può convincere il fantasma di Nabokov a non infestare i sogni di suo figlio e del suo agente per averlo tradito ed esposto al giudizio di gente di molto inferiore a lui quando non si poteva difendere – e per averlo fatto solamente per denaro.

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
Commenti
2 Commenti a “L’originale di Nabokov”
  1. Angelo Pulichino scrive:

    Mi capita spesso di leggere dei diversi “stratagemmi” di scrittura degli autori maggiori… alcuni di loro sarebbero rimasti impressionati dalle funzionalità di Word & Co. Io personalmente, non so cosa farei senza!

  2. Mario Ciusa scrive:

    Piú che d’accordo con l’analisi di Pacifico. Bravo soprattutto per la chiusa, nella quale si espone quasi togliendosi la giacca da critico per mostrare la camicia da lettore e uomo.

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