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L’ossessione per la purezza nell’ultimo romanzo di Jonathan Franzen

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Torniamo su Purity con un pezzo di Luca Illetterati, dopo aver pubblicato una recensione di Stefano Piri

di Luca Illetterati

Alla domanda che chiedesse, un po’ ingenuamente, di che cosa parli Purity, l’ultimo discusso romanzo di Jonathan Franzen, il lettore giunto con la lettura a metà del libro e che non avesse voglia di ricostruire l’elaborato intreccio (che peraltro non gli si è ancora del tutto dipanato), potrebbe rispondere che il romanzo parla in qualche modo di Franzen stesso.

Non perché si tratti di un romanzo autobiografico. E nemmeno perché siano già da subito fin troppo evidenti quelle ossessioni che caratterizzano da sempre la narrativa franzeniana e di cui egli ha peraltro saputo scrivere in prima persona in alcuni splendidi testi raccolti soprattutto in FurtherAway (Più lontano ancora, Einaudi 2012): i rapporti fra i sessi come sfibranti rapporti di potere, la famiglia come ineludibile ricettacolo delle nevrosi pubbliche e private, Internet come luogo di costruzione di una verità potente e artefatta, e così via.

In realtà questo libro parla di Franzen perché si sente tantissimo, leggendolo, la presenza dello scrittore, un po’ come se lo si avesse davanti a fissarci, mentre stiamo passando da una pagina all’altra. L’imponente progetto architettonico messo in piedi e dentro il quale ci si sta avventurando rischia persino di imporsi sulla verità della vicenda e nel seguire questa scrittura superlavorata – e talvolta forse anche un po’ ruffiana – è come se noi entrassimo nella mente del romanziere piuttosto che nella mente della miriade di personaggi che abitano i diversi piani della narrazione.

Si sbaglierebbe però, credo, se ci si fermasse a questo, se ci si lasciasse bloccare da questa impressione.

Il lettore che è arrivato alla fine del libro e si è un po’ liberato di questa impressione – che si è cioè finalmente trovato a lasciar sfumare l’immagine prima iperpresente dello scrittore e si è dunque lasciato andare dentro una vicenda che si scioglie progressivamente con innegabile maestria – darà, infatti, alla domanda ingenua che chiede di cosa parli Purity, una risposta diversa.

Innanzitutto perché nel frattempo sarà davvero riuscito a empatizzare con la folla di personaggi che vive dentro questo imponente affresco – e dunque con la coerente follia di Annabel; con lo sforzo di Tom di salvarsi dallo sfacelo di un amore impossibile; con le peripezie di Pip (il soprannome dickensiano di Purity) nel suo tentativo di trovare in qualche modo se stessa e insieme la possibilità di una qualche coerenza nel mondo; con la pervicacia insieme lucida e malata di Andreas Wolf; ma poi anche con Leila, con Annagret, con la madre di Andreas nella Berlino Est capitale della Repubblica del cattivo gusto, con Coleen, con Jason, con i coinquilini bizzarri di Pip nell’appartamento in stile occupy di Oakland.

Soprattutto, però, il lettore che avrà lasciato depositare dentro di sé le oltre 600 pagine di questo romanzo, avrà compreso che l’argomento principale di esso, che il vero fulcro intorno a cui si costruisce la complessa struttura narrativa del romanzo, è davvero Purity. Non però intesa solo come il personaggio che porta questo nome. Purity – e in questo sta, mi sembra, la sua grandezza – racconta di un’ossessione apparentemente innocente e candida,e tuttavia onnipervasiva e profonda, che caratterizza il mondo contemporaneo, un’ossessione che il Novecento sembra aver lasciato in eredità a questo nuovo secolo per molti versi illeggibile e diafano: l’ossessione per la purezza, l’idea, cioè,che possa aver luogo una dimensione pura e incontaminata dell’esistenza, che purezza, innocenza e candore siano i valori cui tendere, e che anzi essi rappresentino l’abito etico che dobbiamo indossare per essere adeguati alla società contemporanea, a questo mondo che fa della trasparenza il suo valore supremo, il dio da tutti invocato e adorato e a cui, come in effetti si deve a un dio, tutti si prostrano.

Ciò che Franzen sembra mettere in scena sono dunque i modi attraverso i quali le più diverse esistenze che abitano l’universo per molti aspetti idealtipico di Purity, pretendono di crearsi una qualche purezza, una sorta di innocenza, una forma di pulizia e illibatezza che li liberi dalle colpe che pure sono all’origine dei loro modi d’essere.

Se c’è in effetti un’espressione che ricorre quasi compulsivamente dentro questo romanzo, essa è proprio ‘senso di colpa’. Tutti i personaggi sono intimamente segnati dal senso di colpa, tutti rispondono, con le loro vite, a una colpa che in effetti li costituisce per ciò che concretamente sono. E ognuno di essi è una traiettoria specifica determinata dalle modalità di reazione alla colpa: c’è chi la nasconde a sé stesso prima ancora che agli altri, c’è chi la dissumula, chi la sublima, chi la nega, chi la irride; chi proprio non la sopporta e non la sostiene. Ma nessuno ne è immune.

Non esiste nessuna purezza nell’esistenza, sembra dire Franzen. L’esistenza, per essere, è già da sempre impura, è già da sempre, giocoforza, macchiata del fango del mondo, dei detriti della storia, degli umori e delle spinte degli altri con cui siamo, fin dal nostro primo respiro, in relazione.

Quella che Franzen rappresenta, dunque, è una delle forma più invasive della hybris contemporanea. La pretesa degli umani di questo tempo di cancellare le ombre, di mettere tutto sotto la luce chiara del sole è, infatti, una forma di radicale disconoscimento dell’umano stesso, è il tentativo blasfemo di liberarsi di ciò che costituisce l’esistenza finita che siamo, di cancellare il nostro provenire da una storia non scelta e non decisa e il nostro non essere mai pienamente in potere di determinare il nostro destino. Il progetto Sunlight di Andreas Wolf – figlio della Germania dell’Est dominata dalla Stasi – che svela al mondo, attraverso i suo leaks, i segreti del mondo, e che contemporaneamente vive per evitare che venga scoperto il suo di segreto è in questo senso l’immagine più eclatante di questa macchina patogena della trasparenza.

Peraltro, sembra dirci ancora Franzen, tanto più imponente e asfissiante è la ricerca della purezza e dell’innocenza, tanto più c’è evidentemente un fondo oscuro e sporco da nascondere e coprire.

L’ossessione per la trasparenza assoluta, per lo svelamento totale, per la ricostruzione di traiettorie esistenziali geometricamente semplici e coerenti è il lato sublimato di una macchia mai accettata, di una impurità imbarazzante e dunque repressa, nascosta e per questo ancora più potente e ossessivamente presente e attiva.

Nemmeno Pip, che pure porta, vergognandosene, la purezza nel suo stesso nome, è pura. Per quanto Andreas la descriva come troppo pura, Pip sa bene di non esserlo. Anzi, come in una tragedia greca, nella sua ingenua innocenza (che trova peraltro proprio nell’ingenuità una peculiare declinazione della colpa) Pip ferisce nel profondo suo padre e tradisce sua madre. Nemmeno Tom, Leila o Jason, i personaggi forse più positivi di questo universo contemporaneo descritto da Franzen, sono innocenti. Anche le loro vite sono appoggiate a segreti e tradimenti che sono quanto di più intimo essi possiedono; segreti, tradimenti, storie, che sono ciò che li fa essere quello che sono e nel modo in cui sono.

E tuttavia c’è un senso in cui Pip è effettivamente più pura di tutti gli altri personaggi con cui entra in relazione. Pip è in qualche modo pura perché accetta la colpa, perché non pretende di ripulirla del tutto, perché costringe le persone che ama a fare i conti con essa. E ad accettarla.

Franzen svela dunque, dentro l’intreccio di queste esistenze,una nevrosi che ci descrive, un’ossessione che non è solo delle vite che vengono qui narrate, ma che è un segno profondo di questo tempo, di questo tempo che noi stessi siamo.

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