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Lost in Translation – Conversazione sull’intraducibile

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Lost in Translation di Ella Frances Sanders è stato uno dei libri più apprezzati dalla critica negli ultimi mesi.

Il motivo è semplice: si tratta di un incantevole gioco metalinguistico, in cui l’autrice decide di illustrare una serie di parole intraducibili, tratte da diverse lingue, provando così a superare le barriere linguistiche e il necessario impoverimento apportato da qualsiasi traduzione.

Per l’appunto, dando corpo grafico a quella percentuale di significato ulteriore, implicito, intraducibile che  viene necessariamente smarrito nella traduzione: Lost in translation.

Oltre ad evocare il celebre film di Sofia Coppola con Bill Murray e Scarlett Johansson, il libro (edito in Italia da Marcos y Marcos) è un prontuario di apertura mentale,  un antidoto ai pregiudizi culturali, una guida divertente e graziosa ad applicare nel quotidiano il bellissimo concetto esemplificato da una delle parole intraducibili: Ubuntu, “io posso essere io solo attraverso voi e con voi”.
Abbiamo rivolto alcune domande alla traduttrice del libro, Ilaria Piperno.

Come è nato il progetto di questa traduzione?

È nato nel modo migliore, direi il più desiderabile per un traduttore… Leggere un libro che appassiona, ti fa ridere e commuovere, poi trovare un editore che pensa lo stesso, crede nel libro ed è disposto a pubblicarlo nella tua lingua madre. È stata una catena fortunata, e non credo di sbagliare se dico che capita di rado. Raramente il percorso di un libro è lineare, armonioso, ma per Lost in Translation è andata così.

La versione originale americana è arrivata nelle mie mani grazie a un’amica, mi sono innamorata del libro e ho pensato di proporlo a un editore. Ho contattato l’autrice negli Stati Uniti tramite il suo blog ed Ella mi ha immediatamente risposto con sincera disponibilità, così l’ho proposto a un editore. Conoscevo l’interesse della direttrice editoriale di Marcos y Marcos per l’argomento e a un anno di distanza ne abbiamo parlato insieme al Salone del Libro di Torino nell’ambito dell’Autore invisibile, il ciclo di incontri dedicati alla traduzione letteraria.

Uno dei punti di grande interesse del libro, che coinvolge in particolare il tuo ruolo, è mostrare il superamento dei limiti del linguaggio. Come ti sei trovata a tradurre un libro di parole intraducibili?

Credo che tradurre un libro su parole intraducibili incarni un rebus e una sfida per un traduttore, come ho detto in alcune presentazioni del libro. È come se in queste cinquanta parole fosse condensato ciò che si ritrova sistematicamente disseminato in ogni traduzione, ovvero l’intraducibilità. Ho tradotto i testi di Ella esclusivamente dall’inglese, ma mi sono trovata a dialogare necessariamente con culture diverse, tutte quelle da cui sono tratte le parole del libro. È stato un viaggio, diverso forse da quando ho tradotto romanzi o saggi, nel senso che il contatto in questo caso era con varie lingue e varie culture.

La pluralità linguistica e il confine tra ciò che è trasmissibile da una lingua all’altra, da una cultura all’altra, è in sé l’oggetto del libro. Lost in Translation mette in luce quella costellazione di concetti, immagini, gesti che appartengono indissolubilmente a un unico universo proponendoci di usarle anche nel nostro. Sfogliando l’introduzione di Ella trovai l’idea commovente, nel senso di un antidoto alla maledizione della Torre di Babele, dove la diversità non è incomunicabilità ma ricchezza e scambio. Credo che ogni traduttore percepisca “fisicamente” questo concetto mentre traduce e che sia intrinsecamente legato alla sua funzione.

Certo, poi c’è la questione della “perdita” in relazione al tradurre, e questo è il cuore del problema: Ella propone una “soluzione creativa”, ovvero andare oltre e usare parole di altre lingue che non sono la nostra, ma che ci aiutano ad esprimerci.

Qual è la parola, tra quelle tradotte, a cui sei più legata?

Ho diverse “parole preferite” tra quelle racchiuse in Lost in Translation, ma quella a cui sono più legata è sicuramente Ubuntu. È una parola molto nota, anche per l’importanza pubblica che Nelson Mandela le ha attribuito, ma indica un concetto talmente profondo e vicino al mio personale modo di sentire che l’avverto molto vicina. Nei miei ringraziamenti personali ho voluto dedicare questa parola a due sorelle, per me molto importanti, che nella loro vita hanno praticato Ubuntu pur non essendone “linguisticamente consapevoli”.

 

ubu

Qual è stata la parola che è stato più difficile tradurre?

Domanda difficile! Ne ho più di una: la parola gallese hiraeth, goya in lingua urdu e in parte luftmensch, in yiddish, di cui ho discusso variamente con persone di origine tedesca e italiana, ebraica e non, perché non riuscivo a risolvere la dualità tra “persona per aria, fra le nuvole”, che in italiano ha un significato ben preciso, e “persona d’aria” che è altro. Devo dire che anche il confronto con la redazione è stato continuo e proficuo durante tutto il corso del lavoro, e non solo nella fase di revisione finale.

Quali sono le parole italiane che erano presenti nella versione originale e che non hai inserito nell’edizione nostrana?

Una parola soltanto, “commuovere”, nel senso di qualcosa che fa commuovere. La decisione è stata condivisa e presa con la casa editrice, abbiamo deciso di eliminarla nella versione italiana perché non ci sembrava rappresentativa, da diversi punti di vista.

In Lost in Translation i testi e le immagini hanno lo stesso peso nel mettere in luce una parola e l’autrice è anche l’illustratrice. Cosa puoi dirci del nesso testo/immagini in relazione alla tua traduzione?

In Lost in Translation il rapporto testo-immagini è fortissimo, è vero, e peculiare, diverso da quello esistente per esempio nelle graphic novel o nella letteratura per l’infanzia. Ella ha pensato alle immagini come se dovessero esprimere autonomamente la parola, anche in assenza del testo. Si potrebbe dire che l’autrice ha realizzato “un’autotraduzione intersemiotica”, se vogliamo. La mia traduzione ha riguardato soltanto i testi, ovviamente, e lei stessa ha ricreato graficamente le definizioni in italiano, che l’editore le ha inviato negli Stati Uniti. Mentre traducevo ho cercato di tenere conto del peso delle illustrazioni e del rapporto con il testo italiano, ho tentato di evitare eventuali effetti stridenti parola/illustrazione e di ricreare una forte armonia fra i due piani anche nella versione italiana, così come era in quella originale.

Pensi che ci sarà un seguito, un Lost in Translation #2?

Ella ha già scritto sul suo blog e sui social che sta lavorando a un nuovo libro e noi siamo in contatto, so che il binomio linguaggio/illustrazioni continua ad appassionarla…

Qual è secondo la te situazione dei traduttori in Italia in questo momento? E cosa si può fare per migliorarla?

Credo che la tematica della traduzione stia riscuotendo sempre più attenzione negli ultimi anni, tra festival tematici, premi, indagini e articoli su riviste anche non specializzate. Nel corso delle presentazioni del libro mi ha molto colpita quanto e come sia cresciuto negli anni l’interesse per la traduzione anche fra i non addetti ai lavori.

Per quanto riguarda la figura del traduttore editoriale, nel nostro paese esistono alcune “fragilità”, se così vogliamo chiamarle, che spesso rendono difficile accedere a prassi di trattamento economico ̶ e non solo ̶ che in altre paesi sono consuete, come ad esempio l’inclusione delle royalties nel contratto di traduzione o la citazione del nome del traduttore in copertina o nelle recensioni dei libri. Ci sono editori sensibili e rispettosi di buone prassi, che riconoscono da vari punti di vista il ruolo e il valore del traduttore editoriale, e ne esistono altri che le praticano meno rigorosamente…

Un grandissimo passo in avanti è stato fatto proprio di recente con il Protocollo d’intesa STRADE-SLC- ODEI, siglato tra STRADE-Sindacato Traduttori Editoriali, in particolare grazie al gruppo di volontari interni che si è occupato di seguire il lungo percorso, e ODEI-Osservatorio Editori Indipendenti. Condividere buone prassi con gli editori è senza dubbio un punto fondamentale per migliorare le condizioni di lavoro del traduttore di libri.

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
Commenti
3 Commenti a “Lost in Translation – Conversazione sull’intraducibile”
  1. RobySan scrive:

    …“commuovere”, …. La decisione è stata condivisa e presa con la casa editrice, abbiamo deciso di eliminarla nella
    versione italiana perché non ci sembrava rappresentativa…

    Lost in editing.

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