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Lourdes: Andrea Cosentino porta in teatro il romanzo di Rosa Matteucci

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(fonte immagine)

Se c’è un posto che evoca non solo la fede, ma anche la speranza che la fede possa incidere fisicamente sulle nostre esistenze terrene, quel posto è Lourdes. Ma allo stesso tempo il santuario francese si porta dietro tutta la miseria terrena, fatta di corpi laceri, superstizioni, e dell’inquietante meccanismo “turistico” che inevitabilmente si innesca nei luoghi di culto più conosciuti.

Sarà per questo che il pellegrinaggio surreale di Maria Angulema, al centro del romanzo di esordio di Rosa Matteucci, uscito nel 1999, ha suscitato da subito un entusiasmo trasversale. Perché nella sua scrittura potentemente comica, ma allo stesso tempo attenta alle inquietudini mai risolte dell’animo umano, confluiscono tutto il grottesco e tutto il tragico di cui abbonda un luogo dove i confini della religione toccano la sfera delle credenze popolari.

A più di quindici anni di distanza dall’uscita del libro ci pensa un genio comico irregolare e irresistibile come Andrea Cosentino a trascinare sulle assi del palcoscenico una storia che – stando a metà tra la confessione interiore e l’affresco corale – sembra fatta apposta per il suo teatro di personaggi improbabili e macchiette surreali.

L’idea è venuta al regista Luca Ricci, che ha fatto indossare a Cosentino i panni di una “dama di carità” e ha dato vita a uno spettacolo caustico e divertente, vincitore del festival “Teatri del Sacro” 2015.

Cuffietta in testa e divisa, Maria Angulema intraprende un viaggio per chiedere conto a Dio del “fardello di dolore” che si porta appresso da quando il padre è morto in un incidente stradale, e possibilmente restituirlo al mittente. Sentimento umanissimo, come quello che spinge i malati e menomati di ogni forma a cercare il “miracolo” a contatto con l’acqua benedetta di Lourdes.

È così che Maria Angulema si troverà immersa in una massa umana di malati veri, malati finti, sorelle di carità, portantini e pellegrini – vite e destini differenti, tanto assurdi quanto profondamente umani.

In fondo è dalla notte dei tempi che l’uomo si chiede che ci sta a fare il dolore in un mondo creato da un Dio giusto, tanto è vero che perfino la Bibbia, col mito di Giobbe, cerca di darne spiegazione. Ma siccome una spiegazione non esiste – almeno non una spiegazione che possa davvero alleviare i dubbi delle nostre precarie esistenze – il risultato di questa impresa impossibile può avere risvolti tragici, oppure assolutamente comici.

Andrea Cosentino è maestro nel tenere assieme questi due aspetti della vita, grazie al suo teatro che fatto di tante voci pur essendo lui da solo sulla scena. Con l’accompagnamento musicale di Danila Massimi, Cosentino ci porta per mano lungo un campionario memorabile di miserie umane, grazie alla sua narrazione sbilenca e irresistibile, comica e dolcissima al tempo stesso.

E ci conduce, quasi senza che ce ne accorgiamo, verso l’illuminazione finale difronte al mistero della vita e del dolore, un’illuminazione che dai tempi di Giobbe o di Sant’Agostino è da sempre la stessa, e cioè: tu, uomo mortale chiuso nei confini invalicabili della tua finitezza, come pretendi di poter comprendere con la logica umana la grandezza della Creazione?

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