LOve

LOve: tentativo di esaurimento dell’eros

Parlare dell’amore, farne un discorso, scivolare oltre l’asse rigido di un Novecento fatto di cultura, politica, eros, società e lasciare che tutto coli e schizzi in un dripping letterario coinvolgente, affabulante e capace di dare forma improvvisa e sfuggente al desiderio.

Fulvio Abbate con LOve. Discorso generale sull’amore (La Nave di Teseo) scandaglia l’amore come oggetto informe, al tempo stesso sacro graal irraggiungibile quanto rapida e spesso improvvisa occasione di felicità. Non un centro è possibile e nessuna morale è pensabile, ma un viaggio convulso fatto di accelerazioni e rallentamenti, tristezze indicibili e allegrie ingiustificabili. Non esiste la possibilità di digressione in amore così come non esiste una forma di azione conseguente, perché l’azione come la digressione sono incollate l’una all’altra, irriducibili e sconsiderate al tempo stesso.

Fulvio Abbate dopo Roma vista controvento (Bompiani, 2015) dedicato alla città eterna ed effimera sembra proseguire lungo la medesima traccia concettuale: là ricostruendo il desiderio di Roma e qui la forma dell’amore attraverso l’elaborazione di un passato che pare un magnifico lego in cui ogni mattoncino nella sua semplicità e nella sua esattezza di colore restituisce le sfumature di un desiderio che si protrae, impossibile da richiudere nel tempo andato e che vive sempre presente, contemporaneo allo sfascio e ai ruderi stessi di un epoca ridotta o meglio ancora ricondotta alla facile ipocrisia del c’era una volta ormai senza più alcuna favola a seguire.

LOve non può essere definito una narrazione e nemmeno un trattato filosofico, così come non è un testo autobiografico e non è nemmeno una memoria culturale del tempo che fu, di certo LOve contiene tutto questo perché è un romanzo nella sua concezione più libera possibile e lo è proprio perché la libertà diviene la protagonista del suo racconto.

Non ci si può infatti misurare con LOve utilizzando le categorie dell’efficacia e ancor meno della tenuta perché è solo nel piacere e nella sua temperatura che LOve prende forma, così come anche nella sua negazione e lo fa con lo strumento di un lingua capace di passare dall’analitico al barocco con rapidità ed esattezza.

Fulvio Abbate non mischia Gilles Deleuze con Gloria Guida, la destra fascista con le Kawasaki, la madre Gemma con il ristorante la Tour d’Argent, ma li mette in dialogo, restituendo così al lettore il movimento di una società fattasi sentimento. Sentimento che diviene la grande sala cinematografica dove è ancora possibile tra i ricordi verbosi e le memorie ammaccate, ritrovare un senso comune, scambiarsi al buio sguardi e ammiccamenti, sfiorarsi in una privatissima eppure pubblica condivisione.

Un romanzo dunque che si fa discorso, dialogo irrefrenabile tra ciò che fu e ciò che fu poi compreso, tra ciò che fu desiderato e ciò che invece divenne distrazione. Un passato alla forma presente dentro al quale l’autore mette in mostra di volta in volta un aspetto del tempo, dei luoghi, della cultura attraversati a passo lento. Come in Ieri, oggi e domani di Vittorio De Sica, nel seducente spogliarello di Sophia Loren e come nel ridicolo e divertito ululare di Marcello Mastroianni che poi finirà addormentato anni dopo di fronte ad una Loren attempata al tempo di Robert Altman (Prêt à Porter).

Affidarsi a LOve e alla sua lettura (anche leggendolo confusamente, cogliendo pezzo a pezzo quel che si vuole) significa spostare un po’ più in là l’ottusità dei nostri giorni trasformandoli in dolce ingenuità. Certamente è un rischio, ma lo è come tutte le volte che la letteratura permette altre possibilità. Un libro sulla libertà e sull’amore, un tentativo felicemente fallito di esaurire l’eros di una vita, come fu anche nel caso di Roma e come anche nel caso datato 1975 di esaurire un luogo parigino. E per fortuna.

 

(Immagine: Dean West · Beverly Hills Gallery, February 25th dalla copertina di LOve, La Nave di Teseo)

Giacomo Giossi è responsabile editoriale di cheFare. Scrive per quotidiani e riviste.
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