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American Dust: Luca Briasco racconta Richard Brautigan

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È in libreria American Dust di Richard Brautigan (minimum fax) con traduzione e postfazione a cura di Luca Briasco: pubblichiamo il testo ringraziando l’autore e l’editore. (Fonte immagine)

Una tragedia a lieto fine

Quando Richard Brautigan si sparò, a Bolinas nel 1984, sulla sua vita venne gettato uno sguardo vagamente emblematico che aveva ben poco da dire sul valore letterario dei suoi libri. Era già qualche tempo, ormai, che il suo necrologio lo incalzava: era l’hippie malridotto e alcolizzato, la figura culturale di interesse un po’ effimero, lo scrittore la cui reputazione si basava sulla sensibilità drogata dei suoi contemporanei. Era come se fosse stata l’epoca in sé a creare la popolarità di Brautigan, com’era successo per le camicie a disegni cachemire o gli stivali Frye: veniva trattato come una moda imbarazzante.

Così, in uno dei più bei saggi della sua ultima raccolta, Perdersi, Charles D’Ambrosio rievoca il personaggio Richard Brautigan, nel tentativo di dar conto della sua curiosa sorte letteraria: da fenomeno capace di sfornare bestseller a ripetizione, almeno a partire da Pesca alla trota in America – il romanzo pubblicato nel 1967 al quale rimane ancora oggi legata la sua fama – a soggetto da dimenticare o rievocare con l’imbarazzo che si riserva a tutto ciò che si è scoperto e amato nel corso della propria giovinezza, e del quale pertanto ci si vergogna sempre almeno un po’.

A distanza di più di trent’anni dal giorno nel quale si tolse la vita con un colpo di arma da fuoco, l’oblio che ha circondato a lungo la figura di Brautigan è stato rimosso solo in parte. I suoi libri sono quasi tutti in stampa negli Stati Uniti, in Italia diversi editori si sono sforzati di rilanciarlo, e la critica, europea più che americana, non ha lesinato gli sforzi per trovargli una collocazione nel canone letterario, che prescindesse da quella – per definizione effimera – legata alla primavera di Haight-Ashbury. Si è osservato per esempio – e con validi argomenti – come paradossalmente Brautigan, nei «gloriosi» secondi anni Sessanta della contestazione e del Flower Power in cui si affermava come figura pubblica e intellettuale di riferimento, non abbia in realtà prodotto pressoché nulla. I romanzi che seguono Pesca alla trota, infatti (Zucchero di cocomero e L’aborto), erano già da tempo nei cassetti dello scrittore, e per i successivi (Il mostro degli Hawkline, Willard e i suoi trofei di bowling, Sombrero Fallout e Sognando Babilonia) si dovranno attendere gli anni Settanta inoltrati, in pieno riflusso nixoniano.

Quanto alla produzione narrativa del «secondo Brautigan», molto rilievo è stato dato all’utilizzo di stilemi di genere, dal gotico al western alla detective story, incorporati nel titolo stesso delle opere (The Hawkline Monster: A Gothic Western; Willard and His Bowling Trophies: A Perverse Mystery; Dreaming of Babylon: A Private Eye Novel). Poiché il saccheggio in chiave ironica dei generi di massa del Novecento, a fini di riscrittura o parodia, rappresenta uno dei tratti distintivi della narrativa postmoderna, non è mancato, specie tra la critica accademica, chi ha accostato Brautigan ai maestri americani della metafiction, da Barth e Barthelme a Coover. Una chiave di lettura, questa, cui l’autore avrebbe reagito con autentico orrore, se solo si pensa a un episodio esemplare avvenuto durante il suo soggiorno a Parigi del 1983 – su invito del suo editore francese, Christian Bourgois – per promuovere American Dust.

Nel corso di un’intervista rilasciata al giornalista belga Jean-Baptiste Baronian, chiamato a citare gli autori americani che più lo avevano influenzato, Brautigan elencò, nell’ordine, Stephen Crane, Mark Twain, Ambrose Bierce, Emily Dickinson. Sorvolando sul nome di Hemingway, nume tutelare della sua adolescenza, affermò poi che Il Grande Gatsby e Mentre morivo di Faulkner erano tra i romanzi che aveva amato di più. Quando Baronian notò come avesse citato solo autori classici, Brautigan ribatté: «Ma io sono un classico!»
«Nonostante il suo gusto per la parodia?», obiettò Baronian.
«Non esiste parodia nei miei libri», disse Brautigan. «Non credo nella parodia. D’altro canto, mi piacciono i giochi. Adoro giocare. Quel che scrivo ha una forte componente giocosa, e quando si è giocosi è inevitabile lasciarsi attrarre dall’umorismo. E poi, io amo la vita, in ogni suo aspetto. Amo bere, mangiare, pescare, fare l’amore, e tutto questo lo ribadisco nei miei libri. Perché parlare di parodia, allora?»

A quel punto, Baronian citò direttamente American Dust, e il brano comico nel quale Brautigan parla degli hamburger, che il critico considerava un classico esempio di parodia.
«Lei trova?», rispose ancora Brautigan. «Non c’è niente del genere nei miei libri. Sono solo invenzioni narrative. Ed è nelle invenzioni narrative – e solo in esse – che si possono comprendere e realizzare le più grandi esperienze umane».

Una presa di posizione netta, questa, accompagnata da una dichiarazione di poetica che distingue con chiarezza tra parodia e gioco, smarcandosi così dalle forme di narrazione più «mediate» nel nome di un’adesione diretta, «classica» e profondamente americana, alla vita e all’esperienza. Con in più una prerogativa tutta personale, che consiste nella predilezione per la metafora insolita, per gli accostamenti incongrui o spiazzanti, e che trae la propria linfa vitale da una lunga e mai interrotta esperienza di poeta.

È quello che si potrebbe definire, a distanza di trent’anni e più dal suo ultimo libro e dalla sua morte, l’«effetto Brautigan»: la malinconica e buffa leggerezza che scorre nelle sue pagine migliori, e che gli consente di aprire prospettive inedite sui miti fondanti dell’immaginario americano, offrendone una versione spiazzante e tanto più rivelatrice, che si tratti del sogno del successo, della ricerca della felicità, del rapporto con la natura o dell’istituzione famigliare.

Il nucleo grezzo e potente di autenticità che traspare dietro il gusto per la metafora e per gli accostamenti più insoliti e stravaganti ha indotto D’Ambrosio, nel saggio citato in apertura, a suggerire una chiave di lettura e un inquadramento di Brautigan dentro un’altra tradizione e un’altra linea narrativa.

Cadute la maschera e la mitologia dell’hippie alcolizzato, osserva D’Ambrosio, «rimane solo la sua prosa, la prosa screpolata e grumosa con l’umore triste e nero e il disincanto di chi scrolla le spalle pensando fa lo stesso, i pleonasmi e i curiosi errori grammaticali, le metafore bislacche che o fanno centro o finiscono così fuori bersaglio da sembrare freddure malriuscite». Una scrittura, dunque, lontanissima dalla raffinatezza autoconsapevole del postmoderno, e per la quale è necessario cercare altri accostamenti e corti circuiti possibili. Uno su tutti, solo apparentemente paradossale:

Raymond Carver e Richard Brautigan condividevano le influenze del tempo e del posto in cui vivevano, nonché un padre alcolista, lo sradicamento, la povertà e l’amore per la pesca. Erano quasi coetanei, nati a qualche anno di distanza, entrambi originari del Nordovest, e guardando certe loro vecchie foto sarebbe facile prenderli per fratelli. Nella scrittura, le influenze condivise [Hemingway sopra tutti] si notano soprattutto se si accosta l’opera di Brautigan ai racconti di Carver contenuti in Di cosa parliamo quando parliamo d’amore. Già il titolo di questa raccolta prende in prestito da Brautigan il sapore un po’ grezzo, la mancanza di fronzoli di chi fatica a esprimersi, e i racconti in sé, nelle loro frasi brevi e scandite, nelle loro immagini spesso surreali, nella loro brevità, densità e struttura episodica, nella caratterizzazione dei personaggi, nelle ambientazioni e nei dialoghi, fanno pensare a una stretta affinità con Revenge of the Lawn, il libro di racconti di Brautigan.

Muovendo da una serie di dati incontrovertibili, anagrafici (Brautigan era nato nel 1935, Carver nel 1938, e i due sarebbero morti a soli quattro anni di distanza uno dall’altro) come geografici (il Nordovest americano, con le sue segherie, i suoi boschi e laghi, e l’alcol a fiumi), D’Ambrosio – a sua volta cittadino di Seattle – sviluppa un parallelismo tanto sorprendente quanto credibile, e ipotizza una linea narrativa il cui completamento ideale – almeno sul piano tematico – è rappresentato da un’altra icona degli anni Sessanta: quel Ken Kesey che è rimasto anche lui imbrigliato dentro l’immaginario hippie e lisergico ma che, accanto al suo capolavoro riconosciuto, Qualcuno volò sul nido del cuculo, ha scritto, con Sometimes a Great Notion, un’autentica epopea northwestern, purtroppo ancora inedita in Italia.

La lettura di D’Ambrosio ha il merito innegabile di «recuperare» l’autore e di sottrarlo alla sorte che il romanziere e amico Thomas McGuane aveva crudamente sintetizzato in una formula pluricitata: «Quando gli anni Sessanta finirono, Brautigan si trovò nelle condizioni del bambino gettato via insieme all’acqua sporca». Un processo, quello di svincolamento almeno parziale dalle mitologie dei Sixties, che lo stesso Brautigan avrebbe certamente gradito, visto che, in più di un’occasione, aveva ammesso quanto vedersi classificato come scrittore hippie lo lasciasse perplesso, aggiungendo: «C’erano dei cambiamenti impressionanti in corso nella società americana. Sarebbe stato impossibile non lasciarsene coinvolgere».

Lo svincolamento dai Sixties ha proprio in American Dust un banco di prova essenziale e rivelatore. Ambientato nei luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza di Brautigan, negli anni Quaranta, il romanzo ha un’evidente matrice autobiografica che lo scrittore e amico William Hjortsberg ha esplorato nei dettagli nella monumentale biografia Jubilee Hitchhiker. È come se, in questo che sarebbe stato il suo ultimo libro pubblicato in vita, Brautigan avesse deciso di raccogliere «tutti gli elementi del suo passato che si era rifiutato a lungo di discutere, perfino con gli amici più stretti» (dalla povertà raminga e solitaria dei suoi primi anni all’assenza del padre e al difficile rapporto con una madre anaffettiva e indifferente, fino a fatti specifici e tutti autentici: l’aver abitato sopra un’agenzia di pompe funebri, le battute di pesca nei laghetti delle segherie, la caccia alle rane o ai lombrichi, la raccolta dei vuoti di birra), facendoli risorgere e trasfigurandoli tramite l’invenzione narrativa.

La matrice autobiografica e il tentativo di riscattare i ricordi più dolorosi attraverso la forma del racconto rappresentano senza dubbio una legittima chiave di lettura di American Dust, e una delle ragioni del suo fascino elegiaco: né è dunque casuale che l’edizione francese del libro, affidata alle cure di un americanista di grande prestigio come Marc Chénetier (autore anche di quello che a tutt’oggi è il miglior profilo critico su Brautigan), sia stata «liberamente» intitolata Mémoires sauvés du vent. C’è però una seconda matrice nel titolo del romanzo, e nel refrain che, riprendendolo letteralmente, ne scandisce le pagine:

Prima che il vento si porti via
Questa polvere… polvere americana

È sulla polvere americana che è necessario un supplemento di riflessione: si tratta infatti di un termine troppo pregnante e denso di richiami storici e culturali perché la sua presenza possa essere considerata casuale. Inevitabile – tanto più in un romanzo ambientato negli anni Quaranta – pensare immediatamente al Dust Bowl, il susseguirsi di tempeste di sabbia che colpirono gli Stati Uniti nella prima metà degli anni Trenta, in piena Grande Depressione, inducendo decine di migliaia di persone ad abbandonare la propria terra, ormai inaridita e non più coltivabile, per cercare fortuna in California.

Gli anni Quaranta che American Dust ci racconta sono ancora figli di quel gigantesco sradicamento collettivo, e della crisi economica all’interno della quale si colloca: di un senso di precarietà che la seconda guerra mondiale ha se possibile moltiplicato, e che però si è tradotto – in musica, con il folk di Woody Guthrie, come in letteratura, con i romanzi di Steinbeck – nella costruzione di un nuovo immaginario, collettivo e solidale.

Un esempio lampante, direttamente dal romanzo di Brautigan. Ecco che cosa avviene quando il protagonista senza nome decide di sfidare i timori del suo amico e compagno di avventure e di far visita allo strano vecchio che abita in una baracca sul lago:

«Lei abita qui?», chiesi, sapendo già, ovviamente, che ci abitava, ma sapendo anche quanto fosse importante lasciare che lo dicesse lui, per farlo sentire più a suo agio e consentirgli di segnare il proprio territorio, calandomi nel ruolo di ospite animato dalle più pacifiche intenzioni.
«Sì», rispose. «Ci sono venuto a stare ai tempi della Crisi».
Quando nominò la Crisi, capii che sarebbe andato tutto bene.

La Crisi accomuna il popolo di reietti che affolla le pagine di American Dust, ed è il comun denominatore a partire dal quale si creano i meccanismi di solidarietà collettiva e di sopravvivenza. Meccanismi strettamente connessi all’oralità, al racconto e allo scambio tra generazioni. Solitario, strambo, costretto continuamente a cambiare casa e città, il protagonista trova salvezza nella propria indole contemplativa e nella capacità di ascoltare gli altri. Trascorre il proprio tempo a «fissare le ragnatele, ascoltare i vecchi che parlavano dei tempi in cui Teddy Roosevelt era presidente e guardare i veterani che marciavano lungo la strada in numero sempre decrescente con l’avanzare del ventesimo secolo». Certo, aggiunge, «ascoltare le storie dei vecchi non ti garantisce lo stesso successo materiale che puoi ottenere con la consegna dei giornali», o con le tante altre attività protocapitaliste nelle quali eccellono i suoi amici «integrati», ma non c’è altro che «Whitey» – così è soprannominato l’io narrante – sappia veramente fare.

Il racconto, che sia testimonianza o invenzione, memoir o tall tale, è la vera ancora di salvezza attraverso la quale una comunità disgregata rinnova i propri rituali collettivi in un bagno di solidarietà. Ne sono simbolo plastico e toccante i due grassoni che vediamo apparire già nelle prime pagine del romanzo, e che ogni giorno ricreano una casa sulle sponde del lago, cucinando e pescando seduti su un divano. Il protagonista li immagina «riempire i questionari all’ufficio di collocamento», scrivendo alla voce «esperienze lavorative» soltanto: «Salopette e scarpe da tennis». Ne descrive con tenerezza i rituali e riporta le loro poche battute di dialogo, incentrate sul fatto che tutti gli amici siano andati via, guarda caso tra il 1929 e il 1931, gli anni in cui era esplosa la crisi economica.

Lo scambio tra marito e moglie va avanti così:

«Magari non pescano neanche più», disse l’uomo, portando i piatti verso il divano, dove la donna si era appena seduta. «La gente cambia. Smette di andare a pesca. Molti preferiscono il minigolf. Forse anche a Bill e a Betty Ann è passata la voglia di pescare». […]
Me ne stavo lì seduto, a fissare il loro salotto che risplendeva nel buio, vicino al lago. Sembrava quasi una fiaba a lieto fine nel cuore gotico dell’America del secondo dopoguerra, prima che la televisione menomasse l’immaginazione collettiva e rinchiudesse la gente in casa, impedendole di vivere con dignità le proprie fantasie.
A quei tempi la gente aveva un’immaginazione tutta propria da coltivare, e del resto i piatti si preparavano in casa. Ora i nostri sogni si incarnano in una qualunque strada americana, costellata di ristoranti di catena. A volte mi viene da pensare che perfino la nostra digestione sia una colonna sonora registrata a Hollywood da una delle tante reti televisive.

Ben lungi dal costituire il cuore della desolazione, il salotto in riva al lago, con i suoi vecchi mobili consunti e la sua perenne precarietà, preserva ancora il candore di una fiaba a lieto fine. La polvere americana resiste al vento, ma cederà di lì a non molto. A farla volar via non saranno le tempeste o la crisi, ma il benessere: un nuovo mondo nel quale la gente preferirà il minigolf alla pesca, la fruizione passiva della tv all’immaginazione collettiva, il cibo preconfezionato ai sapori della terra.

Nella finzione romanzesca, il cambiamento epocale è già accaduto: al protagonista non rimane che starsene «seduto, il primo agosto del 1979» con «l’orecchio premuto sul passato, come se fosse il muro di una casa che non esiste più».

1979: a trent’anni e passa dagli eventi narrati, ma anche a più di dieci dagli ultimi fuochi del sogno dei Sixties, che proprio nel nome dell’immaginazione al potere e del recupero di valori collettivi e solidaristici avevano combattuto la propria battaglia.

Poco prima che American Dust venisse pubblicato e accolto con un misto di sussiego e indifferenza, Brautigan, chiamato dal suo editore a inviare poche righe di presentazione del libro, scriveva:

So the Wind Won’t Blow It All Away è una tragedia americana che si svolge negli anni Quaranta. Rievoca l’indipendenza e la dignità di un piccolo gruppo di persone il cui stile di vita era già condannato mentre lo praticavano, illudendosi che sarebbe andato avanti per sempre. La prima antenna televisiva su una casa americana è stata la loro pietra tombale.

Nell’encomio affettuoso di un piccolo gruppo e di uno stile di vita condannato alla fonte, anni Quaranta e anni Sessanta convergono e si confondono al punto che non è facile comprendere di cosa Brautigan stia veramente parlando. Una cosa è certa: rileggendo questo suo ultimo romanzo, e calandosi nella dolce elegia che lo pervade, sembra a tratti di poter condividere le parole di commiato dedicate da Ken Kesey allo scrittore che più gli aveva conteso il ruolo di icona hippie: «Tra cinquecento anni, quando tutti noi saremo stati dimenticati, la gente leggerà ancora Brautigan».

Luca Briasco è stato editor di narrativa straniera per Fanucci ed Einaudi Stile libero. Ha scritto diversi saggi sulla letteratura degli Stati Uniti, con particolare attenzione al romanzo contemporaneo. Insieme a Mattia Carratello ha curato La letteratura americana dal 1900 a oggi. Dizionario per autori (Einaudi, 2011). Collabora da più di dieci anni alle pagine culturali del Manifesto. Ha tradotto una quarantina tra romanzi e raccolte di racconti, fra gli ultimi: Una vita come tante di Hanya Yanagihara, e Il simpatizzante di Viet Thanh Nguyen, Premio Pulitzer 2016. A novembre 2016 è in uscita per minimum fax Americana. Libri, autori e storie dell’America contemporanea.
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