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Luca Rastello era il migliore

È morto poche ore fa Luca Rastello, a 53 anni. Era malato da tempo, da tantissimo tempo, decenni – un tumore incredibile – ma questo non ha intaccato un briciolo del suo talento, della sua onestà intellettuale, della sua determinazione nel lavoro. Per chi ha fatto il giornalista in Italia – o anche l’ha voluto fare – negli ultimi vent’anni è stato un modello assoluto, di rigore e di stile. Mancherà molto, a noi che l’abbiamo conosciuto, ma anche a quelli che non hanno avuto questa grande fortuna.
Questo qui sotto è l’incipit del suo ultimo romanzo,
I buoni, uscito per Chiarelettere nel 2014.


Pioggia come una nuvola di punte di spillo, e il passo che scivola sulla scaletta di metallo. Il cielo è grigio, e l’erba fra le piste ha il colore del fango. Bassi cespugli e un senso di inevitabile fine. Il bus scarica i passeggeri sotto una tettoia metallica, tutto si ferma, forse in attesa di un’altra navetta che porti in qualche luogo, purché sia. Sente freddo, allora tira fuori dalla tasca il suo quadernetto e dalla controcopertina estrae una foto della donna che lo tormenta, e la foto lo calma, come guardare la terra quando è in volo. Non si vede niente, solo un lampo e questa tregua fra lui e il cielo. una carcassa di aereo schiantata al suolo e arrugginita sul prato, al di là di un recinto. Poi qualcuno arriva e in pochi minuti c’è un’auto che schiva la metropoli lungo strade dove l’asfalto è morto da secoli e lo porta attraverso periferie e poi campi e steccati, fino a un villaggio dai colori smorti, battuto dalla pioggia. Un complesso di baracche, quasi tutte di legno, un cortile pieno d’erba come l’aia di una vecchia cascina. Bambini. Sembra che vengano su dalle fessure fra le pietre, gli corrono incontro e si fermano a un metro o due, più curiosi che timidi, e poi la voce di un Mauro che lui conosce: «Andrea. Ti aspettavano tutti». Lo aspettavano tutti. Andrea Vitaliano, operatore umanitario. Poco tempo per salutarsi, un abbraccio, poi i bambini gli sono addosso, parlano, e molte cose si confondono.
«Quanto ti fermi?»
Orazio, occhi grandi, più della testa sottile, mani lunghe da pianista che non userà.
«Parli la mia lingua…»
«Tutti parliamo.»
Hanno imparato dal frate.
«Allora quanto?»
«Qualche giorno, non so… Dipende…»
Mauro lo porta dentro il refettorio, hanno viaggiato insieme tante volte, amano raccontare delle guerre che hanno visto, come un biglietto da visita di quella vita trascinata in giro in cerca di seduzioni e stracci d’emozione (e allora il rumore delle batterie pesanti che colpivano la Krajina, e il piccolo Izet che piangeva, e i giorni in cui lui era pieno del pensiero di lei, e lei lo aspettava, e ogni volta che lui tornava da aver salvato il mondo lo guardava con gli occhi pieni di grazia e lui raccontava e raccontava).
Mauro è un fotografo, gira per il mondo ma lo fa per tirar su i soldi, per campare. Andrea no, lui lo fa per i progetti. Ha accettato di incontrare Mauro quaggiù per mostrargli il presidio per l’aids pediatrico allestito dalla sua ong. Mauro Bulgarelli, fotografo, crede che possa valere un buon servizio, anche fosse solo sulle pagine di quei settimanali del volontariato che pagano poco. È così che si tira avanti, ormai. Andrea tollera, ma vorrebbe guardare altrove.
Orazio ha un pattino solo ma ci sa andare da maestro, gira frenetico nella sala, schivando le panche all’ultimo momento e lo tempesta di parole, in italiano. Andrea si lascia stordire da quel fulmine magro, e riconosce la voglia di padre che ha già incontrato tante volte per il mondo. Mentre Orazio volteggia, c’è anche un piccolo Christi che rimane attaccato alla spalla e al ginocchio di Andrea, in silenzio, e lo guarda da sotto.
Orazio dice: «Hai braccia grandi».
«Sì, ce le ho. Appenditi.»
Si appende. Alza la gamba senza pattino, si appoggia alle rotelle sul piede sinistro, si aggrappa con tutte e due le braccia, Andrea corre, corrono, curva parabolica, urla: eh sì, ora stanno pattinando. Orazio sparisce, ricompare con grandi occhiali rossi: «I miei occhi non vedono più».
Andrea ha portato una foto per Florentina, che gliel’aveva chiesta l’anno scorso, ma Florentina se n’è andata dieci giorni fa. Gli volano in braccio da tutte le parti, sputano, lui si copre con la mano una graffiatura al polso, vogliono essere toccati.

Commenti
14 Commenti a “Luca Rastello era il migliore”
  1. Ciao Luca scrive:

    “Ho la sensazione che procurarsi testardamente un senso per se stessi, accettando di essere un perdente del potere, senza potere e senza desiderio del potere, un senso anche fatto semplicemente di bellezza e di capacità di darsi il tempo per la bellezza, dico, alla fine generi un altro senso, più vasto della pura consolazione personale. Vasto nel senso di collettivo, anche se per collettivi non enormi”

    Ecco una cosa che diceva Luca in un’email qualunque, scritta di getto, in un pomeriggio come un altro.
    Sì, era il migliore.

  2. Antonio S. scrive:

    “se volete fare inchiesta, non fatevi fregare dai simboli. Ogni volta che ne trovate uno, imparate a metterlo sotto stress, andate a vedere cosa c’è dietro: cercate di farlo esplodere”. Qualche anno fa, Luca Rastello venne a parlare nella scuola di giornalismo in cui stavo terminando il biennio. E ci diede quella che per me fu una lezione di vita, prima ancora che di mestiere. La più importante di tutte. Quella frase TRABOCCA di significato: il “simbolo” come scorciatoia semantico-ideologica… la famosa strada per l’inferno, lastricata di buone intenzioni. Da allora, ogni volta che mi sono trovato a fare qualcosa di degno, ho ripensato a quelle parole. A dicembre scorso l’ho rivisto, durante una delle tante agitazioni di fronte all’Ex Moi di Torino. Avrei voluto avvicinarlo, dirgli quanto quell’incontro fosse stato importante per me… mi ha fregato la timidezza. Ciao Luca, sei stato davvero importante per me

  3. sara scrive:

    grazie Luca

  4. chiara scrive:

    Poche volte per la morte di un “grande” mi sono sentita orfana. L’ho fatto per Terzani, lo ripeto per Luca Rastello. Non ho conosciuto di persona nessuno dei due, benché “colleghi” giornalisti, loro “grandi” io formica.Restano i loro libri che nel caso di Terzani viaggiano ancora grazie alla famiglia e all’editore, x Rastello necessitano di una vera spinta. Vanno divulgati, i ragazzi li devono leggere perché davvero Luca era il migliore della sua generazione giornalistica. Ci credete che era R.O. (redattore ordinario) e tale era certo di rimanere a vita? me lo aveva confessato in un’e-mail del settembre 2014, il che mi aveva consolato visto che io sono andata in pensione da R.O. senza mai ottenere 1 gradino in più, cosa da Guinnes dei primati in una categoria dove tutti sono capi o capetti.Così ne parlava «Sono R.O. all’età di Caronte (Giovane, come sai, mica tanto) e tale morirò, ma non mi dispiace perché mi permette di mantenere una certa autonomia e libertà rispetto alla macchina verticale del giornale che richiede un fortissimo sacrificio di principi e indipendenza». Anche questo fa capire chi era Luca e perché era il migliore.

  5. paolo m scrive:

    quattro anni fa Luca diede una splendida “festa dell’ombrello” a Pianrastello. Sembrava che il male l’avesse mollato nonostante le funeste previsioni dei medici, di qui la festa cui tutti partecipammo facendo, appunto, il gesto dell’ombrello.
    Fu una festa magnifica in cui molti compresero cosa volesse dire assaporare la vita.
    Ciao Luca, arrivederci, la terra ti sia lieve

  6. Peppino scrive:

    Ciao Luca, sei stato grande nella tua intensa e breve vita vissuta, forse più di una!!! Rimane un forte ricordo di te,del tuo carisma intellettuale e la tua curiosità viscerale di raccontare la verità.! Grazie della tua speciale amicizia

  7. Francesco L. scrive:

    Letto il commento di Paolo M. ho pensato: ok i medici stanno alla malattia come i greci stanno al debito della Grecia. Se non lo risolvono sono colpevoli. Invece vi dico che i medici di Luca hanno festeggiato con lui ogni sua vittoria e non so quando finiranno di asciugarsi le lacrime. Altro che ombrello e nefaste previsioni…fate silenzio se non avete niente da dire: “tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti!!”

  8. ivana brozova in chiapparo scrive:

    Buona sera da Praga, ho appena letto, con ritardo, e trovata la notizia per caso, l’articolo “La voce libera di Luca Rastello” e “Luca Rastello era il migliore”. Voglio ringraziarvi per le vostre parole che, trovando forza, scegliete per ricordare Luca. Ho lavorato a Torino dal 1979 al 2008. Ho conosciuto Luca tramite amici in comune, all’epoca dei suoi studi e lotte universitari/-e, di prime collaborazioni con Don Ciotti “Narcomafie”, poi durante e dopo il passaggio all’Indice. Ho insegnato a Luca la lingua ceca per 6 anni. Luca iniziò a studiare il ceco a Torino, dopo aver conosciuto a Praga Bohumil Hrabal, nella birreria “U tygra” (Dalla tigre). Iniziò a studiare per poter poi corrispondere con Bohumil nella lingua madre dello scrittore. — La conoscenza del ceco gli tornò utilissima durante i suoi soggiorni in Jugoslavia. Essendo la lingua di radice “slava”, essa consentì a Luca di entrare più intimamente nella mente e nei cuori della gente locale, passando sul ponte fatto di parole. Sarò una di voi che non lo dimenticherà, che vede-vedrà in lui un uomo di stra-da-ordinario. Se potete, vi prego di consegnare il mio ricordo di Luca a Monica e ad Elena-Alma e sua sorellina, da parte di Ivana Brozova in Chiapparo di Torino-Praga, da parte di mia madre, signora Maria Kober-Brozova, di 86 anni, di Praga, di cui, fatti a mano “boruvkové kolace”, dolci boemi tipici ai mirtilli, Luca amava mangiare. Noi qui a Praga e nella Selva Boema lo ri-cor-diamo sempre nel cor…. Ivana + Maria + amici della Selva

  9. Monica scrive:

    Mi fa piacere leggere tanti commenti di affetto: difficile comporre tutti i pezzi della vita di Luca, perché la sua intelligenza prensile non escludeva nessun ambito: da quello della matematica (ha lavorato fino all’ultimo alla risoluzione di teoremi) alla storia dell’arte (negli ultimi giorni mi parlava con entusiasmo di Gombrich), dalla politica al calcio, dalla letteratura alla filosofia. Da ragazzo scelse (già allora) una via atipica: innamorato della letteratura ceca e di “Praga magica” di Ripellino partì alla volta di Praga con il corredo utilissimo delle schede grammaticali (meravigliose) di Ivana Brozova, che gli aveva insegnato il ceco a Torino (e poi ci ospitò nella selva boema, accanto a profondi e misteriosi laghetti). Con il suo “ceco” Luca riuscì ad avvicinare Hrabal a Praga e a scrivere un pezzo per “l’Indice”. E quella fu la lingua con cui si rivolse ai primi profughi dalla ex Jugoslavia giunti a Torino , in piazza Castello nel febbraio 1993 (che commentarono sollevati “di questo italiano si capisce tutto!”) Quante vite ha vissuto Luca, con caparbietà, senza risparmio e occhi sempre aperti sul mondo! Grazie Ivana e un abbraccio alla tua mamma! Spero di rivedervi a Praga o a Torino!

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  1. […] eri lì con il piccolo principe a sfidare le vertigini in alta montagna quando hai saputo che Luca Rastello era morto e tu no, non avresti potuto più chiedergli […]

  2. […] Rascaba y lloraba, el parmesano se lo echaría incluso al café. Luego están todos estos libros de Luca Rastello sobre la guerra en la ex-Yugoslavia, inundan la ciudad (el autor era de Turín), el periódico […]



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