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Lucertole per Berlusconi

di Giacomo Giossi

Era il dicembre del 1994, Berlusconi era già sceso in campo, D’Alema era segretario del Partito Democratico della Sinistra e a scuola prendevano avvio le occupazioni, ancora sotto l’egida della pantera. Frequentavo un liceo scientifico formalmente buono, ma emotivamente frigido: una scuola democratica, ma di osservazione strettamente borghese e anche un poco parvenu.

Un liceo adatto insomma alle ambizioni di piccole famiglie arricchite all’ombra di studi dentistici, notarili e medie e piccole aziende. Tuttavia non mancavano gli spazi per la protesta e nemmeno quelli del dibattito seppur fortemente formalizzato, quasi allora fossimo già tutti su Facebook.

Per quanto mi riguarda vivevo con entusiasmo nichilista il berlusconismo cavalcante, l’unica forza politica capace di liberare il peggio del mio narcisismo anarcoide. Passavo certo il tempo a leggere i classici con quella perizia che sta nell’ordine alfabetico tipica degli autodidatti e poi ovviamente almeno tre quotidiani al giorno, e sempre sveglio prima dell’alba, prima che la tortura scolastica prendesse piede nella mia mente offuscandomi e alterandomi la giornata.

Potevo poi anche essere innamorato della mia compagna di banco e poi ancora perdutamente di (quasi) tutte le ragazze della classe, e del corridoio e poi della scuola, ma mentre i “compagni” scrivevano lungo le pareti della scuola slogan magari invecchiati, ma sensati e mentre facevano assemblee confuse, ma bellissime, io non facevo che appoggiare l’impresentabile, offrirmi al libero mercato dello scandalo scolastico come un fervente berlusconiano. In pratica l’insopportabile fotocopia in velluto e clarks dei genitori altrui, delle ambizioni più nascoste di molti di quelli che mi guardavano con disgusto e perplessità.

Poi certo con il tempo si sa, con un po’ d’isteria, con qualche amore più consistente e anche la forma politica tornava ad un aspetto di generale sensatezza. E in fondo D’Alema prima e Bertinotti poi in quanto a liberazione narcisistica del potenziale elettore non erano affatto un cattivo riparo.

La scuola poi non l’ho nemmeno finita, escluso per grigiore reciproco direi. Così mentre i miei compagni dicevano cose bellissime e sensate io oggi sono uno squallido quarantenne che alla vigilia di una delle più terrificanti campagne elettorali della repubblica – in cui l’orrore e il suo inesauribile buco sembra ingoiare ogni tentativo di pensiero e di analisi – vede riapparire la figura mefistofelica di un gommoso Silvio Berlusconi accettabile proprio per le sue condanne (per non dire della sua presunta simpatia da Italia anni Cinquanta).

L’inumanità di Berlusconi appare così più rassicurante degli acciacchi dei suoi avversari alcuni ormai totalmente disconosciuti perché invecchiati o perché rapidamente abbandonati alle loro inconsistenze. Non conta dunque nemmeno più il consenso elettorale perché Berlusconi sembra aver finalmente raggiunto quell’agognato consenso sociale a lungo inseguito, un consenso non più di parte, ma trasversale e soprattutto vergato di sostanziale affetto. Un paese dunque che ragiona come una grande famiglia in cui anche il peggiore, purché lo sia realmente, può essere nuovamente accolto alla sua tavola natalizia tra l’industrioso papà, l’ansiosa mamma e il nonno ex direttore e perenne fondatore sempre così generoso di consigli.

Non venti, ma ventitré anni sono passati alla velocità della luce in cui vite studentesche sono state macinate dentro biografie precarie. Oltre venti anni dentro i quali la prima volta che si è fatto sesso va insieme alla prima seduta di analisi, al primo lavoro, al primo licenziamento, ai ripetuti fallimenti, ai pochi ed effimeri successi. E c’è pure qualcuno che avuto il tempo di comprare (probabilmente ereditando pezzi di famiglia) casa, automobile e poi fare vacanze al mare caraibico e anche qualche figlio (pochissimi). Qualcuno ha avuto anche il tempo infine di ritenersi soddisfatto, pensa un po’.

Berlusconi da un lato dunque e dall’altro il rimpianto di Prodi che è quasi la più grande idea politica ormai da dieci anni presente a sinistra; il rimpianto, non Prodi. Un rimpianto che fa da contraltare alla plastica di Berlusconi, due movimenti quasi paralleli entrambi nati quasi subito, anche il rimpianto, per la precisione nel 1998.

Non si tratta dunque di capire per chi votare o se votare o meno, ma di riposizionare piuttosto un percorso che scriteriati parametri biografico politici rendono sostanzialmente inconsistente e piattissimo, non si tratta di capire dove siamo finiti e perché, ma come mai non ci siamo mai stati. Ridotti ad avere avuto un tempo addosso, ma mai vissuto e storicizzato, ci si ritrova incapaci di stare in un posto che non sia una nicchia rassicurante, fissi ora al centro di periferie di pensiero orribili e prive di senso, incapaci sostanzialmente di produzione. E proprio ora che il PIL torna a salire. Ah Ah.

Bisognerebbe opporsi diciamo così, forse ridisegnare un tempo pubblico che sia distinto da quello privato, non per coerenza, ma almeno per ordine, ritrovare la misura, ma ci si può dare come obiettivo di senso la mediocrità? Eppure non pare che ci siano altre strade che non siano quelle contenute da un binario che vede da un lato il disastro elitario ed emotivo di Lapo Elkann e dall’altro l’incapacità di visione e la totale cecità di quel povero Filippo Turati mentre il fascismo eruttava da ogni poro della piccola borghesia e del sottoproletariato italiano. Stiamo stretti tra Lapo Elkann e Filippo Turati perché entrambi hanno senso, ma entrambi non capiscono e non capirono praticamente nulla e anche per questo non mi arrischierei a fare alcuna sintesi tra loro, anzi conviene dilungarci e non aspettarci troppo da un futuro che è sempre e solo un’idea di potere. Teniamoci le parole posate e le scarpe lucide di vernice anche per oggi che va bene così.

Un’élite ricca di ricordi, di sensati rimpianti e di un’infanzia prosperosa che pare però essere incapace di parlare ad una platea più ampia e questo perché non è in grado di dire, ma solo di dotarsi di una posa, di riprendere dai nonni – gli ultimi in grado di porsi come esempio di senso – gli abiti smessi senza riuscire a riempirli. Una nudità interiore incapace di forma, ma solo di un’estetica estenuante di parole vacue e appiccicate alternate ad una pensosità priva di reale urgenza, ma gonfia della retorica più amena ormai ridotta a puro disagio autoriferito.

Nati davanti ad una televisione ci si preoccupa di non dare troppo fastidio declinando ogni cosa ad uno spazio individuale: la condivisione che diviene privatizzazione del pubblico è forse la più evidente forma di autocommiserazione di una generazione che se non ha colpe è solo perché non ha figli.

Citare è l’unico gesto al momento consentito, non leggere, non pensare, non studiare. Vedere e poi citare e quindi lasciare intendere, un lusso per pochi, un lusso facile da perdere, ma una volta perso non si esiste e quindi derubricabile da rischio a semplice patologia di sistema.

Ridotti all’epoca della somiglianza compiaciuta scegliamo la nostra direzione sulla base di ricordi sempre più offuscati, ci manipoliamo tra di noi per non subire l’inganno del tempo, per non tradirlo e per restare fosse anche nel ruolo di freaks alla sua tavola. Il tempo di oggi è quello che ci permette in cambio di un irreale presente di evitare il futuro. Non verremo spazzati via, non verremo cancellati, non verremo ricordati. Dopo di noi, nemmeno una parola, dopo i dinosauri, eccoci qui come lucertole stese al sole.

Giacomo Giossi è responsabile editoriale di cheFare. Scrive per quotidiani e riviste.
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