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Luci e ombre sul patrimonio culturale

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Questo articolo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno. Segnaliamo che mercoledì 7 maggio Tomaso Montanari sarà ospite di Concita De Gregorio a Pane quotidiano (Rai Tre) per presentare Istruzioni per l’uso del futuro e giovedì 8 sarà al Salone del Libro di Torino per partecipare all’incontro Per una nuova stagione dei beni culturali insieme a Dario Franceschini e Salvatore Settis. (Fonte immagine)

All’entrata del Museo di Kabul una targa rudimentale ricorda:«A Nation stays alive, when its Culture stays alive». Un Paese resta in vita, finché resta in vita la sua cultura. Un’affermazione straordinaria perché avanzata, caparbiamente, nel fuoco dell’inferno afgano. Un’affermazione che ricorda la risposta che Winston Churchill avrebbe dato – durante la guerra – a coloro che gli chiedevano di estinguere le sovvenzioni pubbliche alle arti per concentrare quei soldi sull’esercito: «E allora per che cosa stiamo combattendo?».

E l’Italia di oggi, come risponde? Al solito, in modo contraddittorio: alternando drammatiche incomprensioni a esemplari rinascite. E non dispiace poter notare che alcune di queste ultime arrivano dal Mezzogiorno.

La gestione modello delle Catacombe di San Gennaro alla Sanità e il lavoro della cooperativa del Parco Sommerso della Gaiola, le esperienze delle cooperative molisane di giovani storici dell’arte, la tenacia educativa di Napoli Novantanove, l’esemplare percorso della candidatura di Matera a capitale europea della cultura del 2019 sono alcuni degli esempi che dimostrano che ad un’economia ‘petrolifera’ dei beni culturali (un’economia di rendita che crea desertificazione culturale e oligopolio economico, basandosi su opachi intrecci con il potere politico) è ora possibile opporre un modello di economia civile, che può creare reddito diffuso senza togliere agli spazi del patrimonio il loro carattere fondamentale di ‘luoghi terzi’ (e cioè non sottoposti al mercato), e senza inibirne la funzione costituzionale essenziale, che è quella di produrre cittadinanza attraverso la conoscenza. È ad Ercolano il più riuscito modello di vero mecenatismo privato a favore del patrimonio culturale italiano, quello della Fondazione Packard. E la nuova governance di Pompei, l’acquisto pubblico di Carditello e il ritorno dei Bronzi di Riace al pubblico godimento dimostrano che anche lo Stato può riuscire a fare la sua (preponderante) parte.

Certo, questa luce pasquale non può cancellare il terribile e perpetuo venerdì di passione che domina il patrimonio artistico meridionale: l’Aquila resta un cadavere a cinque anni dal sisma, le chiese di Napoli sono il caso più clamoroso di cultura negata, il Forum delle culture è un’occasione grottescamente perduta, il patrimonio monumentale siciliano è in condizioni di degrado estremo. E la notizia che Nicola Cosentino avesse una chiave della Reggia di Caserta aggiunge a tutto questo una pennellata di cupezza inaudita.

Ma le luci incoraggiano a pensare che possiamo farcela. Perché la strada non è quella, neanche troppo vagamente neocolonialista, indicata da Oscar Farinetti (il Sud come una gigantesca Sharm el Sheik), e nemmeno quella del turismo di lusso (il ministro Dario Franceschini ha dichiarato: «Penso che in Italia ci sia un gran bisogno di campi da golf, in particolare nel Mezzogiorno»). Ma quella del recupero di un rapporto vivo tra la comunità civile e il suo patrimonio culturale: «A Nation stays alive, when its Culture stays alive».

Se vale per l’Afghanistan, come potremmo dimenticarcene proprio noi?

Tomaso Montanari (1971), storico dell’arte, ha pubblicato per Einaudi i saggi A cosa serve Michelangelo e Il barocco; per Skira, il pamphlet La madre di Caravaggio è sempre incinta. È editorialista per la Repubblica. Con minimum fax ha pubblicato Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane (2013) e Istruzioni per l’uso del futuro. Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà (2014).
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