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Lucia Berlin, la donna che scriveva racconti

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di Lucia Brandoli Bousquet

Ho iniziato a leggere i racconti di Lucia Berlin, A Manual for Cleaning Women, in agosto, in esilio dalla civiltà sulla riviera romagnola, quando per una serie di ragioni non riuscivo né a mangiare o dormire, figuriamoci deglutire le pillole d’integratori con cui speravo di emanciparmi dal cibo e ricrearmi una vita ai lidi che fosse simile a quella nello spazio. Diciamo che a me hanno reso le notti più sopportabili, semplicemente perché mi hanno fatto dimenticare chi ero, nonostante Whatsapp, l’infinite-scroll e i vari deficit d’attenzione.

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Foto2 / La donna che scriveva racconti, edizione italiana.

A quanto pare non sono l’unica a cui è successo, stando a Lydia Davis (che insieme a Stephen Emerson ha curato questa raccolta postuma) e spero funzioni anche per voi, che tutti prendiate questo splendido libro tradotto da Federica Aceto appena uscito per Bollati Boringhieri con il titolo La donna che scriveva racconti. Vi farà dimenticare la to do list di domani e vi farà credere di essere a Oakland a fare le pulizie nella casa di fronte a quella dove vivevate, oppure di essere seduti da Angel, la lavanderia a gettoni sulla quindicesima strada, dove avete fatto amicizia con un indiano alcolizzato, davanti a voi la scritta, arancione fosforescente, “Dio concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare”. Ecco, avrete a disposizione almeno quarantatré vite diverse, una per ogni racconto, sempre che non v’immedesimate anche nei personaggi minori. Quarantatré vite di vinti.

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Foto 3 / A Manual for Cleaning Women: Selected Stories, edizione americana.

Sì, questo è un incipit pieno di oggettistica e topografia personale – proprio come i racconti di Berlin, a pensarci bene – e serve a spiegarvi come mai ho deciso di parlare di questa autrice, io che per prima non sono particolarmente attratta dalle recensioni, che – dati alla mano – godono nel mondo del giornalismo la stessa fama che godono i racconti nel mondo dell’editoria. Tant’è che questa grande autrice, in vita, fu più o meno sconosciuta. Emerson dice che era seguita al massimo da un paio di centinaia di lettori affezionati – considerato che stiamo parlando degli Stati Uniti decisamente pochi.

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Lucia Berlin nasce nel 1936 a Juneau, Alaska, e cresce sballottata da un villaggio di minatori all’altro tra Idaho, Kentucky e Montana per seguire la carriera del padre, ingegnere minerario, finché nel 1941 non viene arruolato nell’esercito. A quel punto Lucia, insieme alla madre e alla sorella, raggiunge la famiglia materna a El Paso, Texas, dove avrà modo di conoscere il nonno, dentista e alcolizzato (sì, è la seconda volta che appare questo termine, segnatevelo perché è una parola chiave) che vi ricorderà molto il protagonista del racconto “Dottor H.A.Moyniahn”.

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Foto 4 / Lucia Berlin a Deer Lodge, Montana nel 1941.Buddy Berlin/Literary Estate of Lucia Berlin LP

Una volta che il padre torna dalla guerra, la famiglia si trasferisce a Santiago del Cile, dove Lucia tra uno yatch e una cena di gala diventa un’affascinante ereditiera e la madre un’alcolizzata con tendenze suicide. Ormai abituata a essere una nomade, anche da adulta Lucia continua a nutrire questa sua inquietudine geografica che la porta a vivere in Messico, Arizona, New Mexico, New York, Boulder (Colorado), e in una manciata di città della California. Non sempre in appartamenti, ma anche in roulotte (si sa, la scrittura non paga) e comuni hippy. Insomma, un trasloco ogni nove mesi – lettera di rescissione in più o in meno. Il tutto con quattro figli a carico, avuti da uno scultore e un jazzista, e tre matrimoni alle spalle esauriti prima dei trentadue anni.

Per allevare questi quattro figli, Lucia (che com’è specificato sul sito ufficiale si pronuncia Lu-see-a) faceva proprio la donna delle pulizie, ma anche la segretaria, l’infermiera, la centralinista e l’insegnante. A quanto pare negli anni ’60 non c’era nulla di particolarmente puro o coraggioso nello “scrivere e basta”. La scrittura di Berlin si nutre di vita. Con tutto quello che è stata, con tutti i posti in cui ha vissuto e le lingue che parlava Berlin avrebbe potuto riempire ben più di un libro e forse è proprio questo accatastarsi di esperienze e di vite parallele che l’ha fatta diventare una scrittrice di racconti.

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Foto5 / Lucia Berlin nel 1963. Buddy Berlin/Literary Estate of Lucia Berlin LP

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I racconti selezionati per questa raccolta sono stati scritti tra gli anni ’60 e ’80. Berlin ruba gli aneddoti della storia della sua famiglia e li trasforma in letteratura, senza i falsi pudori e i sofismi di tanti scrittori dell’epoca, che nascondevano la stessa attitudine dietro qualche presunta teoria di scrittura creativa. In questo modo Berlin crea un prototipo raffinato di auto-fiction. Tanto che Mark Berlin, uno dei figli, è arrivato a dire: “Our family stories and memories have been slowly reshaped, embellished and edited to the extent that I’m not sure what really happened all the time. Lucia said this didn’t matter: the story is the thing.”Frase che mi fatta pensare subito a “Zucchero”, il racconto autobiografico di un’altra scrittrice, A. S. Byatt. Dove la malattia del padre la costringe a ripercorrere il suo passato, ormai completamente travisato dai racconti della madre, sacerdotessa della tradizione orale della loro storia. Berlin opera una serie di micro-variazioni sull’aneddotica del reale e dichiara:“Somehow there must occur the most imperceptible alteration of reality. A transformation, not a distortion of the truth. The story itself becomes the truth, not just for the writer but for the reader.”

«All’inizio [mio padre] non faceva che chiedere di mia madre, dov’era, quando sarebbe venuta. Altre volte pensava che fosse già lì, le parlava, mi diceva di darle da mangiare per ogni boccone che mangiava lui. Io cercavo di temporeggiare. La mamma stava facendo i bagagli, stava per arrivare. Non appena fosse guarito saremmo andati a vivere tutti insieme in una grande casa a Berkeley. Lui annuiva, rassicurato, tranne un giorno, quando mi ha detto: ‘Stai raccontando un mucchio di bugie’. E poi è passato a un altro argomento».

da “Dolore fantasma”

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Per quanto riguarda il titolo italiano, La donna che scriveva racconti, evidentemente qualche addetto marketing deve aver pensato che fosse meglio così, che forse il pubblico femminile si sarebbe immedesimato di più. Ma quale pubblico? Temo che i lettori o le lettrici che si avvicineranno a questo libro a scatola chiusa, attratti dalla copertina, probabilmente non troveranno quello che si aspettano. La donna che scriveva racconti, infatti, scrive di aborti, molestie, dipendenze e suicidi, con un tono dimesso e brillante, simile a un sorriso fatto al vetro del finestrino sull’autobus che ti riporta a casa dopo una giornata di lavoro che non è il lavoro che sognavi di fare, e ne parla con un umorismo feroce e disperato, che cerca di addolcirti la cattiva notizia. Uno sforzo commovente. Berlin non evita di raccontare cose spiacevoli se sa che può riuscire a trasformale in qualcosa di almeno un po’ divertente.

Ed è anche questa passione per il racconto che la rende una grande narratrice: la capacità di parlare contemporaneamente di scarpe, libri, morte e gossip – come scrive Elizabeth Geoghegan in un bellissimo articolo in sua memoria uscito su The Paris Review. I suoi personaggi anche quando sono sicuri di aver indovinato la parola giusta nei cruciverba dopo poco scoprono che è sbagliata, anche se sono grati per la vita che conducono a volte hanno l’impulso irresistibile di buttare tutto nel cesso, simili a Berlin, che quando vince una borsa di studio della NEA (National Endowment for the Arts) la usa per un viaggio a Parigi in cui non scrive una sola riga – un po’ come lo sceneggiatore alcolizzato di Insieme a Parigi.

Purtroppo questo titolo cancella completamente il doppio senso dell’originale: che alla lettera può essere tradotto sia come “Manuale per donne delle pulizie”, che come “Manuale per pulire le donne”. La scelta dell’edizione italiana non fa semplicemente leva su quello strano essere mitologico della donna scrittrice, ma della donna scrittrice di racconti, ammiccando sul fatto che sì, Lucia Berlin era una scrittrice, ma era soprattutto una donna. Portiamo pazienza perché la donna Lucia ne ha viste tante e le sue sono piccole e acuminate storie di meravigliosi sommersi. A differenza di Carver – per citarne uno su tutti – la fluidità della sua narrazione non comporta la castrazione dei dettagli fuori luogo. Nei racconti di Berlin tutto è perfettamente organico e credibile, senza perdere il fascino di quei particolari che potrebbero sembrare di troppo, anche il genere di storia mutuata dalla realtà che quando la si racconta non sembra possibile, per lei lo è. Berlin ha la capacità, come tutti i grandi scrittori, di raccontare storie vere. E in questo passaggio del racconto “Punto di vista” ci lascia intravedere il suo metodo.

Molti scrittori usano sfondi e oggetti di scena presi dalla propria vita. Per esempio, la mia Henrietta ogni sera consuma la sua misera cena su una tovaglietta azzurra all’americana servendosi di finissime posate italiane in massiccio acciaio inossidabile. Un dettaglio strano, che potrebbe apparire incongruo con questa donna che ritaglia i coupon per la carta da cucina Brawny, ma è un dettaglio che cattura la curiosità del lettore. O almeno è quello che spero.

Non credo che nel racconto fornirò spiegazioni di sorta. Io stessa mangio con quelle eleganti posate. L’hanno scorso ho ordinato un set da tavola per sei dal catalogo natalizio del Museo di Arte Moderna. Costosissimo, cento dollari, ma sembrava valerli tutti. Io ho sei piatti e sei sedie. Magari mi capiterà di dare una cena, pensavo. Alla fine ho scoperto che erano cento dollari per sei pezzi in tutto. Due forchette, due coltelli, due cucchiai. Un set per una persona sola. Mi sono vergognata di rispedire tutto indietro e ho pensato, vabbè magari l’anno prossimo ne ordino un altro.

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Quando ho iniziato a leggere A Manual for Cleaning Women mi ha ricordato subito qualcosa a metà tra Amy Hempel e Grace Paley, ma la scrittura di Lucia Berlin ha qualcosa in più. Il suo universo è la periferia americana, con gli immigrati, le famiglie con gli orologi in punto, le lotte di classe, le suore, i bambini, i puzzle a cui manca un solo pezzo con un angolino di cielo e un pezzetto di acero, le discariche, le camicie sbottonate, le palme, le pareti tappezzate da pagine di giornale, il whiskey, le moquette, gli ospedali, gli uomini, le mattinate in hangover, l’amore, la vergogna, il menefreghismo, gli autobus, le preghiere, le lavanderie e le sigarette, ma Berlin riesce a far diventare periferica anche New York, o Los Angeles e a parlare di Čechov e Mishima insieme ad alcolizzati e teppisti. I suoi racconti ci mostrano il punto di vista di una scrittrice non riconducibile ad alcun cliché, in un’epoca in cui il ruolo della donna stava cambiando rapidamente all’interno della società.

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Foto 6 / Lucia Berlin ad Albuquerque nel 1963. Buddy Berlin/Literary Estate of Lucia Berlin LP

Basta questo per definirla scrittura femminile? Non saprei. Non mi sono mai posta il problema della scrittura di genere, l’unica cosa che m’interessava era la qualità di un libro e la sua verosimiglianza. Che importa se è stato scritto da un uomo o da una donna? Queste categorie mi sono sempre sembrate intuitivamente piuttosto labili. Eppure nella scrittura di Berlin c’è qualcosa di diverso e di raro. Non voglio dire che gli uomini non possano scrivere così: qualunque scrittore relativamente esperto sarebbe in grado di copiare o riprodurre un certo stile. Il fatto è che di solito sono le donne che cercano di scrivere come gli uomini, non viceversa.

Berlin non scrive come nessuno, è stata paragonata a Carver, a Cheever, a Yates, a Saunders, eppure loro non possono essere paragonati a lei. Non ci sono scrittori come Berlin – o Hempel o Paley. E allora la risposta è sì, questa può essere definita senza vergogna scrittura femminile, ma la verità è che credo che a Lucia non ne sia mai importato niente.

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«Una volta ho comprato a Natasha, che ha quattro anni, una camicetta nera coi lustrini. Per le occasioni eleganti. La dottoressa Blum si è infuriata e ha gridato che era sessista. Per un attimo ho pensato che mi stesse accusando di voler sedurre Natasha. Ha buttato la camicetta nella spazzatura. Più tardi l’ho recuperata e a volte me la metto, per le occasioni eleganti.

(Donne delle pulizie: vi capiteranno un sacco di donne emancipate. Il primo stadio sono i gruppi di autocoscienza, il secondo la donna delle pulizie, il terzo il divorzio)».

da “Manuale per donne delle pulizie”

«Ancora prima di svegliarsi si è messo a invocare sua madre. Non si limitava a tenermi la mano, come fanno alcuni pazienti, mi si è attaccato al collo e ha cominciato a singhiozzare Mamacita! Mamacita! Si è lasciato visitare dal dottor Johnson solo a patto che io lo tenessi tra le braccia come un neonato. Era minuto come un bambino, ma forte, muscoloso. Reggevo un uomo in braccio. Un uomo dei sogni. Un bambino dei sogni».

da “Il mio fantino”

«Non erano ancora i pachucos, i teppisti che si sforzavano di essere: cercavano di infilzare in un banco il coltello a serramanico con un colpo secco del polso, solo che poi arrossi- vano se il coltello scivolava di mano e cadeva a terra. Non dicevano ancora: «Non hai niente da insegnarmi». Aspettavano di imparare, facendo gli indifferenti. E allora, cosa avevo io da insegnare? Il mondo che conoscevo non era migliore di quello che loro avevano il coraggio di sfidare».

da “El Tim”

Crediti © Bollati Boringhieri Editore 2016

Traduzione di Federica Aceto

Commenti
8 Commenti a “Lucia Berlin, la donna che scriveva racconti”
  1. Domenico Fina scrive:

    “Chiunque dica di sapere benissimo come si sente un’altra persona è un cretino” (dal racconto La lavanderia a gettoni di Angel)

    Articolo ben fatto. Ho letto il libro di Lucia Berlin e sono d’accordo su tutto ciò che si dice, qui. Il titolo è un errore (leggermente desolante) di marketing, sia perché l’originale era più interessante avendo più valenze di significato – e un’ironia di fondo che rimanda agli stessi racconti – sia perché intitolarlo “La donna che scriveva racconti” sarebbe come dire che una donna che scrive racconti è da annoverare nelle stramberie contemporanee, quando dovrebbe essere un’ovvietà. Ciò detto Lucia Berlin è una scrittrice straordinaria per capacità di osservazione, come se una videocamera girasse per case, strade, ambulatori, scuole, sale da ballo, lavanderie. Una sorta di documentario dell’immaginazione. Trasmette la sensazione di una scrittrice davvero versata nel raccontare, ha un ritmo incredibile. In un racconto l’io narrante dice di aver sposato sempre uomini taciturni, che strano destino per una donna che più di ogni cosa amava parlare.

    Anch’io ho pensato alla verve narrativa di Grace Paley e Amy Hempel ma in Lucia Berlin c’è più ampiezza, più varietà, sarei per dire. La capacità di muoversi in uno spettro amplissimo di vite ordinarie, e in questo girovagare conservare una sotterranea sprezzatura, una fedeltà alla vita, al suo brio, all’umorismo che risana.
    Quando sua sorella si ammalò di cancro, Lucia Berlin andò a stare con lei a Città del Messico e cercò di farla divertire. Le ha dedicato alcuni racconti struggenti, uno bellissimo si intitola Aspetta un attimo.

    Concordo anche nell’idea che Lucia Berlin, autentica come tutti i veri scrittori, non somiglia a nessuno. L’unica cosa sulla quale non mi trovo pienamente d’accordo è sulla famigerata scrittura femminile, Alice Munro è scrittura femminile? Alice Munro è Alice Munro. Lucia Berlin è Lucia Berlin. Uniche nella voce, universali nell’umanità.

    “La solitudine è un concetto anglosassone. A Città del Messico, se una persona sale su un autobus e tu sei l’unico passeggero, non solo viene a sedersi vicino a te, ma ti appoggia anche la testa sulla spalla”. (dal racconto Fool to cry)

  2. paolo cognetti scrive:

    Anch’io l’ho letto e l’ho trovato molto buono. Gran bel libro.
    Continuo a non capire la necessità di fare il nome di Carver o della Munro (perfino per dire che non ci assomiglia!) quando si parla di uno scrittore di racconti. Sono giochini di marketing che non dovrebbero trovare spazio qui.
    Certo che Lucia Berlin assomiglia a qualcuno: a Lydia Davis e a Grace Paley, soprattutto. E anche un po’ a George Saunders, anche se, ovviamente, è George Saunders che assomiglia a lei. E forse anche ad altri che non conosco, chi lo sa.
    Per me una scoperta entrata subito tra le grandi scrittrici di racconti, una delle tante dimenticate.

  3. Domenico Fina scrive:

    I nomi si fanno perche` il mondo degli autori di racconti non e` sterminato, i nomi ricorrenti appartengono spesso alla cultura americana, predomina insomma la lingua inglese. Lo si fa per cercare di introdurre alla lettura, talvolta anche come esercizio necessario per individuare il lato originale, egregio, di un autore ancora ignoto. Quando lessi per la prima volta Alice Munro mi era chiarissimo che non aveva ascendenti precisi, Carver, Cheever per me erano lontanissimi da Munro, che gioca sull’enigma e sulla capacita` di digressione fino al’ultima riga. Eppure era tutto un accostamento inappropriato.
    Tornando a Lucia Berlin la caratteristica che risalta in modo sorprendente e` che neppure per una riga mi sono sentito vagamente distratto o preso dal pensiero “qui avrei tolto questo passaggio”. Tutti i racconti hanno verve narrativa straordinaria, capacita` di interessare per se stessi, indipendentemente dalla storia o dal possibile finale: peraltro i racconti di Lucia Berlin non hanno un finale in cui si rivela un enigma, un’epifania. Sono estrose e umanissime improvvisazioni in diversi momenti della sua vita.

  4. RobySan scrive:

    E andava a pesca d’altura!

  5. Lucia Brandoli Bousquet scrive:

    Caro Domenico, dici che giustamente ti fa sorgere dei dubbi “la famigerata scrittura femminile”! Perfetto, hai ragione. È proprio questo il punto. Come dici tu: “Alice Munro è scrittura femminile? Alice Munro è Alice Munro. Lucia Berlin è Lucia Berlin. Uniche nella voce, universali nell’umanità.” È esattamente ciò che dico io.

    Paolo, non so da dove sia saltata fuori Munro in questa discussione, visto che nemmeno la cito. Ma forse è il primo nome che viene in mente quando si evoca il triste e rischioso binomio di “scrittura femminile”? Forse. Ma Andiamo avanti: se un grande scrittore è paragonabile solo a se stesso (anche se inevitabilmente evoca i nomi di altri autori, che rientrano nella stessa costellazione – in un pezzo su un autore che si pone come una recensione, citare nome di altri scrittori affini, insieme a brani tratti dal libro stesso, aiuta i possibili lettori ad orientarsi un po’ meglio, dico male Paolo?) allora quell’aggettivo, “femminile”, è utilizzabile come mero dato di fatto, che viene semplicemente dal genere dello scrittore a cui si riferisce.

    Purtroppo c’è tutta una serie di temi e di forme e di attitudini che si porta dietro questo termine. Hemingway e Fitzgerald, per esempio e per certi versi sono estremamente femminili, ma in quel caso si mica si dice così, si dice “sentimentali”. Quindi non prendiamoci troppo sul serio. Le donne non sono migliori degli uomini, come gli uomini non sono migliori delle donne. Facciamo tutti abbastanza schifo al cazzo. Poi, per fortuna, alcuni riescono a fare cose come Berlin, o Salinger, o Nabokov o Duras (Alexandre e Marguerite) e tutto il genere umano così ne giova un po’ ed è un po’ più beato. Questa è l’unica cosa che conta.

    E poi sì, RobySan, andava a pesca d’altura, come si fa a non amarla?

  6. linus scrive:

    Ho trovato il libro piacevoe e scorrevole. Nella sua semplicità apparente credo che valga la pena leggerlo e ritengo
    che la Berlin sia una grande narratrice scoperta in rirardo.

  7. Fides Modesto scrive:

    Un’artista, una donna, che travolge con la sua spietata pietà.

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  1. […] qualche considerazione che prescinde dal testo in questione. Lucia Brandoli Bosquet, su Minima e Moralia, ha giustamente criticato il titolo scelto da Bollati Boringhieri per l’edizione italiana del […]



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