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Lucia – La radio al cinema: un festival sui podcast a Firenze

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Ultimamente ho iniziato a farlo anch’io; ad ascoltare i podcast, intendo. Fortunatamente in molti hanno cominciato a farlo ben prima; e poi c’è chi i podcast li realizza, li produce. I margini di espansione, tuttavia, sono molto ampi: le possibilità concesse da questo strumento vanno in direzioni diverse, tutte da esplorare.

Quello che significa un podcast – dal lato degli ascoltatori così come da quello dei creatori – sarà al centro del primo Festival internazionale italiano dedicato al tema. Il Festival si chiama LUCIA – La radio al cinema e si svolgerà dal 12 al 14 dicembre alla Manifattura Tabacchi di Firenze: ospiti da tutto il mondo, dibattiti e soprattutto ascolti collettivi.

Il Festival, pensato e realizzato da Radio Papesse, ha la direzione artistica di Ilaria Gadenz e Carola Haput; ho chiesto a Ilaria di presentarci il progetto, e di offrirci uno sguardo generale sul piccolo universo (in espansione) dei podcast.

Partiamo dal Festival: come nasce, e con quali intenzioni?

LUCIA è un festival dedicato all’ascolto di opere radiofoniche e podcast, nato per celebrare la bellezza della narrazione audio. In inglese c’è una parola che racchiude tutto questo: audiocraft, che in sostanza significa l’arte di raccontare storie in suono. Ecco, LUCIA è un festival dell’audiocraft.

E in questi ultimi dieci anni, proprio anche grazie al podcast, l’ascolto è tornato al centro del discorso; in ogni parte del mondo vengono realizzate storie capaci di emozionare, coinvolgere, far ridere e anche piangere, veri e propri prodotti editoriali nati per l’orecchio, non semplici letture di testi nati per la carta stampata. LUCIA propone al pubblico italiano questo tipo di ascolto, e per rendere accessibili lavori prodotti in lingue diverse dall’italiano lo fa portando la radio al cinema: cioè con la proiezione a schermo dei sottotitoli in italiano e in inglese.

Allargando il discorso ai podcast stessi: si tratta di un mezzo in diffusione crescente, con sempre più formati e ascoltatori. Potete fornirci qualche numero sul fenomeno? (intendo più o meno sulla quantità di podcast, sulla varietà, sul numero di ascoltatori).

Per i numeri possiamo far riferimento all’ultima indagine Nielsen, presentata allo scorso United States of Podcast a Novembre. Nell’ultimo anno circa 12 milioni di persone hanno ascoltato podcast, con un incremento del 16% rispetto al 2018. Ci sono dati significativi sulle abitudini di ascolto di chi ha tra i 18 e i 24 anni (ascolto prolungato e in inglese, per il 43% dei soggetti intervistati) e sulla percentuale degli heavy listeners, coloro che ascoltano quotidianamente e che per ora non superano la soglia del 4 %… Sono numeri interessanti, ma vanno messi in prospettiva e comparati con l’ascolto degli altri media. L’unica cosa certa è la crescita dell’ascolto, ma non la dimensione in sé.

Però di festival del podcast che offrono un approccio metrico, calcolabile, strategico del fenomeno ne esistono già. Lucia ha un altro obiettivo. A noi interessa diffondere una cultura dell’ascolto, che è trasversale, non si rivolge solo ai podcast ma anche alle produzioni per la radio di qualità ad esempio.

Rispetto all’estero, in particolare al mondo anglosassone (ma non solo), qual è lo stato dei podcast in Italia? Possiamo ritenerci soddisfatti in termini di quantità e qualità media?

Partiamo dalle buone notizie: podcast di qualità ci sono, l’ascolto on demand cresce velocemente, il fenomeno prende forma. MA. Ma diffusione e crescita sono lente e in ritardo rispetto ad altri paesi europei, agli Stati Uniti, all’America Latina. La diffusione di una cultura dell’ascolto di contenuti on demand è più rapida in quei paesi dove esiste una solida tradizione di ascolto di programmi scritti, parlati, pensati per l’ascolto e non per il sottofondo, cioè in tutti quei paesi dove c’è un’abitudine all’ascolto della radio pubblica. In Italia, dove la radio pubblica è ascoltata da una nicchia di ascoltatori inferiore a dieci milioni di ascoltatori al giorno, la cultura dell’ascolto fa più fatica a radicarsi, ma si sta diffondendo grazie ai podcast.

Nel mondo anglosassone quasi tutti i produttori dei podcast più popolari si sono formati come produttori della radio di servizio pubblico. In Italia spesso è così, ma sono molto pochi. Inoltre da noi, caso molto raro rispetto ad altri paesi, ci sono produttori e autori televisivi che stanno sperimentando con il podcast. È un ulteriore esempio di quanto la nostra cultura sonora sia fortemente condizionata, molto più che all’estero, dal predominio culturale della televisione.

Anche in Italia, come all’estero, stanno emergendo produttori indipendenti, piattaforme di distribuzione indipendenti e grandi editori internazionali, ma i numeri di queste piattaforme, seppur in crescita, sono relativamente esigui. Inoltre sui numeri possiamo dire poco, perché al momento non c’è un servizio di rilevamento degli ascolti delle singole piattaforme o delle singole serie, come avviene per la radio con gli ascolti. Le piattaforme non rilasciano dati di ascolto e quelli che rilasciano non sono certificati da fonti esterne e imparziali, quindi non possiamo sapere esattamente come sta andando l’ascolto di questi contenuti in Italia.

All’interno del Festival racconterete anche “come” si crea un podcast. A questo proposito partirei da una domanda preliminare: è semplice costruire un podcast? Da cosa bisogna partire, quali sono gli elementi preliminari irrinunciabili?

Crediamo che il montessoriano imparare facendo sia un buon punto di partenza. Imparare ascoltando è ancora più importante. Per questo Lucia e per questo due incontri che mettono in dialogo ruoli diversi della produzione audio.

Giovedì 12 aprono il festival Eleanor McDowall e Ariana Martinez. La prima è direttrice di Falling Tree Production, curatrice di Radio Atlas e producer di una della più belle trasmissioni di narrativa sonora della BBC, Short Cuts di BBC4. Ariana Martinez è artista e producer emergente, di recente premiata con il Signal to Noise Award dalla Gilded Audio and UnionDocs. Parleranno di come affrontano le sfide del medium e della produzione sonora, soprattutto di quelle che emergono di fronte al racconto di esperienze vissute a cavallo di due lingue.

Il 13 dicembre invece Katharina Smets sarà in conversazione con Audiocollectief Schik per discutere e confrontarsi su quanto sia difficile rimanere in equilibrio, tra distacco e prossimità, quando ci si trovi a raccontare storie intime e personali. Poi ci sarà Jonathan Zenti, a cui lasciamo l’arduo compito di insegnare l’ABC del podcasting a un gruppo di 20 persone. Per la nostra esperienza di producer, costruire un podcast non è semplice, così come non lo è costruire un programma radiofonico: bisogna avere una sensibilità autoriale, se non drammaturgica, nella scrittura del testo, nella selezione dei suoni, della musica, nella costruzione di una sceneggiatura, lineare o meno, che dia senso a ogni elemento sonoro. Bisogna non dimenticare il pubblico per cui si racconta, che non si è soli. Per un podcaster in nuce, ascoltare è fondamentale per imparare a osare, a sperimentare, a non ridurre la propria voce ai format più comuni.

Probabilmente un segreto nel successo dei podcast risiede nel fatto che possono essere prodotti anche con un budget minimo. Esistono differenze vistose tra podcast “autoprodotti”, o indipendenti, e produzioni più ricche, realizzate dai grandi network?

Esistono grandi differenze tra i podcast indipendenti, una serie prodotta da Audible o una distribuita da Radiotopia. Senza voler inibire le intenzioni di nessuno, un podcast si può fare con pochi soldi,  così come si può registrare un disco di una band indipendente con poche risorse; ma un podcast di qualità richiede tempo e competenze per la ricerca, la scrittura, per il montaggio, senza parlare della sua promozione e distribuzione. Siamo ormai felci della produzione creativa, auto-impollinatori e tutto si può fare da soli, ma laddove ci sia una squadra di lavoro e diverse competenze coinvolte, il risultato si sente.

Un genere a sé è quello delle interviste: esistono delle caratteristiche tecniche da tener presente, insomma qualche “trucco” per realizzare un buon podcast strutturato come intervista?

Come Radio Papesse abbiamo intervistato centinaia di artisti, curatori, ricercatori e non esistono trucchi o scorciatoie. È buona norma preparare un’intervista, documentarsi, leggere, guardare, ascoltare prima dell’incontro. È altrettanto importante sapere ascoltare, lasciare spazio, tempo, non imporre la propria risposta nel porre una domanda. In altre parole crediamo che l’importante sia ciò che l’intervistato ha da dire, non l’intervistatore. In questo modo l’intervista diventa una conversazione, le voci si rilassano e si possono ottenere risposte sincere, generosità di tempo e parole.

Consigliamo di avere una lista di domande, di non andare a braccio ma di essere abbastanza flessibili da ricalibrare il tono e il tiro se l’incontro non va dove vi sareste aspettati. Con William Furlong – che con il suo magazine in audiocassette Audio Arts ha incontrato e intervistato centinaia di artisti e mappato l’arte contemporanea tra gli anni Settanta e il 2007 –  crediamo che ogni conversazione, prima di essere materiale documentario o artistico, sia soprattutto un’esperienza umana.

Quanto conta l’elemento vocale, la qualità della voce, della dizione o della lettura?

Se stiamo parlando ancora di podcast, che è un medium intimo, conta l’autenticità della voce, più che la sua perfezione e pulizia formale. Certo la voce deve essere chiara e non tutti sono capaci di leggere un testo in modo comprensibile, ma molto dipende dalla scrittura e poi dall’allenamento.

Per concludere: vi va di fornirci una piccola guida, una selezione di podcast da non perdere, sia in Italia che eventualmente in lingua straniera? Sia tra le produzioni più grandi che in quelle più “indipendenti”

Dalla storia di Gregor (e dei cd prestati a Moby e mai restituiti) in poi, Heavyweight di Jonathan Goldstein per Gimlet Media, continua a sorprenderci e farci sorridere e ascoltare storie umane di persone che hanno bisogno di togliersi qualche peso dalle spalle. Conversations with people who hates me, con e di Dylan Marron riesce a trasformare l’hateful speech fermentato online in conversazioni e confronti produttivi, un bel lavoro intelligente e fresco. The Heart ci piace per il modo intimo, delicato o audace, in ogni caso onesto, in cui corpo, amore e sesso sono raccontati. Ma The Heart anche per la sua storia, da quando si chiamava Audio Smut su CKUT 90.3 a Montreal a quando è entrato nell’olimpo dei migliori podcast di Radiotopia.

Ci affidiamo poi a wilson.fm, un magazine online settimanale, che distribuisce playlist tematiche di podcast, una risorsa incredibile. Poi Shortcuts di BBC4 con la voce incredibile di Josie Long che ti accompagna ogni volta in avventure e storie sonore mai definibili, mai ripetitive. Continuiamo poi ad ascoltare e imparare da How Sound di Transom, the back stories for great radio storytelling: vi troverete le risposte a tutte le vostre domande su come si fa nell’audio storytelling. Tra gli ascolti di quest’anno, Dolly Parton’s America perchè Dolly è un’icona; Have you ever Heard George’s Podcast, ascoltate l’ultima puntata Concurrent Affairs, Geogre Mpanga – ovvero George the Poet – parla con Uganda e Britain alla vigilia delle elezioni inglesi. E infine un podcast di France Culture, Ma fille sous influence, giunto alla seconda serie, un reportage sulle foreign fighters francesi, spesso ragazzine, che decidono di unirsi all’ISIS.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
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