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Luciano Bianciardi: io mi oppongo!

Sul «Messaggero» di qualche giorno fa, Matteo Nucci celebra con questo articolo il quarantennale dalla morte di Luciano Bianciardi, intellettuale per tutta la vita all’opposizione, traduttore di grandi classici e autore di un testo cruciale nel nostro Novecento letterario che è «La vita agra», dove l’aspra critica all’establishment culturale, a cui peraltro Bianciardi apparteneva, si mescola al racconto di un Italia stravolta e snaturata dal boom economico.

Pare che l’autenticità la riconoscesse dalla voce. I finti intellettuali come i finti amici li scansava immediatamente, semmai li prendeva in giro e ne faceva oggetto di un sarcasmo a volte feroce. Perché era in lotta contro la grettezza e la meschinità e cercava l’abbraccio vero, onesto, la bevuta e la mangiata con braccianti e intellettuali, basta che fossero uomini, come lui. Eppure morì solo. Quasi solo. Quarant’anni fa, dopo quasi tre settimane di agonia in una stanza del San Carlo di Milano. Negli anni che seguirono, Luciano Bianciardi, grossetano classe 1922, fu dimenticato. Ne coltivarono il ricordo gli amici, gli artisti di strada, i pittori e i fotografi con cui aveva condiviso il pane e il vino. Pochissimi continuarono a leggerne i libri. Poi arrivò Pino Corrias a dare alle stampe nel 1993 una biografia che viene oggi ripubblicata (Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano, Feltrinelli). Poi arrivarono Massimo Coppola e Alberto Piccinini autori di un film straordinario (Bianciardi!) e curatori assieme a Luciana Bianciardi, la figlia, dell’intera opera (il cofanetto con il film e i due “antimeridiani” è stato ripubblicato ora in un’edizione speciale: Luciano Bianciardi, Opera completa, ISBN, 2 voll. + DVD).

E così oggi, finalmente, nessuno storce più il naso se si nomina Bianciardi fra i principali scrittori del Novecento italiano e il suo capolavoro, La vita agra, fra le opere decisive. Del resto, in quel libro c’è tutto il suo autore e il suo dolore, c’è tutta l’Italia di quegli anni e tutto il dolore che provoca, in qualsiasi tempo, la perdita delle radici e il rimpianto dell’Eden di un mondo fatto di relazioni chiare e parole dirette. Quel mondo Bianciardi lo abbandonò presto. Era la Maremma che girava assieme all’amico Cassola su un bibliobus di sua invenzione per portare i libri nelle campagne. Era la casa natia, le osterie, la gente che si conosceva per nome, la moglie e due figli. Lasciò tutto per rincorrere una “solenne incazzatura”. Quell’incazzatura raccontata ne La vita agra: i 43 minatori morti nell’esplosione della miniera di Ribolla. Era il 1954. Il protagonista del romanzo, alter ego dello scrittore, prese un treno per Milano dove, da bravo anarchico, progettava di far esplodere i palazzoni dei padroni. Ma l’utopia anarchica si sarebbe spenta in fretta. Quel che restava, oltre al freddo, i cieli grigi e l’indifferenza della metropoli, era il cosiddetto miracolo economico. “I miracoli veri” scrisse “sono quando si moltiplicano pani e pesci e pile di vino, e la gente mangia gratis tutta insieme, e beve. I miracoli veri sono sempre stati questi. E invece ora sembra che tutti ci credano a quest’altro miracolo balordo. (…) Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici (…). A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera. Io mi oppongo”.

L’opposizione milanese di Bianciardi fu però un’altra donna, una famiglia parallela, e una vita faticosissima pur di sbarcare il lunario. L’impiego in Feltrinelli (da cui fu licenziato perché “strascico i piedi, mi muovo piano, mi guardo attorno anche quando non è indispensabile”), l’odio per le “segretariette secche” che usano a sproposito il loro piccolo potere, il lavoro di traduttore in casa (inarrivabili le versioni di Miller) dal mattino alla sera, con l’incubo dei conti da pagare e il terrore dei ‘tafanatori’, rappresentanti pronti a tutto pur di vendere. Tra i paradossi della città (il traffico, la solitudine, i morti in strada, il perenne frastuono – “ma la gente non protesta per il fragore dei martelli vibratili. La gente protesta semmai se nella casa di fronte tengono il grammofono troppo alto e arrivano a cascata le note di Vivaldi”), solo il rifugio dell’amore e dell’amicizia. Ossia, a casa, la vicinanza della donna amata e il sesso. Fuori, invece, gli amici del bar Giamaica di Brera, dove elaborare un futuro: un “neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio”, un mondo non schiacciato dal delirio della produttività e fondato su una graduale rinuncia del non necessario.

Il progetto non sarebbe mai andato in porto e Bianciardi lo sapeva bene. Il suo libro invece ebbe successo. Forse anche troppo. Lo ammirarono addirittura coloro di cui si faceva beffe. Lui fu invitato ovunque. La sua ribellione venne assorbita nello scintillio di aperitivi intellettuali, nella disonestà da cui quella ribellione era nata. Forse fu qui che cominciò la crisi finale? Difendersi dalla povertà e dall’anonimato è dura. Dai soldi e dal successo può diventare durissima. Bianciardi tentò con tutte le sue forze. Indro Montanelli gli propose una collaborazione al Corriere. Lui rifiutò. Preferì scrivere per Il Guerin Sportivo e commentò in una lettera: “Anziché mandarmi via a calci in culo, mi invitano a casa loro”. Abbandonò Milano per Sant’Anna di Rapallo dove immaginò un ritorno a Grosseto. Ma ogni Eden non può che restare solo un sogno. Quella fu l’ultima definitiva delusione. Il Céline italiano, il Miller della Maremma, lo scrittore così poco e così tanto italiano, aveva deciso, ormai. A Giovanni Arpino, pochi  giorni prima del ricovero, confessò: “Sto crepando, ma ci metto troppo. Morire è difficilissimo”.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
Commenti
11 Commenti a “Luciano Bianciardi: io mi oppongo!”
  1. sergio garufi scrive:

    bianciardi è stata una delle più belle scoperte letterarie della mia vita di lettore. bel pezzo, bravo matteo.

  2. Liborio Conca scrive:

    Sottoscrivo il commento sopra, in tutto.

  3. maria scrive:

    Mario Monicelli diceva che muoiono solo gli stronzi..
    Luciano Bianciardi stronzo non voleva esserlo…
    non riusciva a morire e sento che non è morto….
    non è nemmeno uno scrittore, un traduttore o un’ intellettuale.
    Oltre come un viaggio, vivo come un’incendio…
    L.B. è un’IDEA.

  4. Ester de Miro scrive:

    Molto bello il pezzo. Solo manca la citazione del film di Carlo Lizzani La vita agra, appunto, del 1964, in cui il regista, attraverso un credibilissimo Ugo Tognazzi, fa un ritratto a tutto tondo di Bianciardi e della società italiana travolta da boom economico.

  5. Fulvio Tnas scrive:

    Fa i conti con Bianciardi e la sua Vita agra anche il recente: “Aspetta primavera, Lucky” di Flavio Santi.

  6. Rita scrive:

    Ringrazio l’autore per questo bellissimo articolo che mi ha fatto venire voglia di leggere Bianciardi.
    E poi se era amico di Cassola (uno dei miei autori preferiti), tanto basta!

  7. Bianciardi non lo conosco per bene, ma credo che il sistema degli inviti a cena sia un ordigno ben allenato per far polpette dell’invitato… forse la cosa migliore sarebbe andare a cena, mangiare bere e usufruire dei servizi sanitari, tenere gli occhi dritti dritti, poi, senza dare troppo a vedere, bisogna uscire, tornare a casa, correre a casa, ma proprio correre a perdifiato perché

    “così come sono riuscito a mettermi in salvo da molte altre atrocità, anche da questa atroce cosiddetta cena artistica nella Gentzgasse sono riuscito a mettermi in salvo, e su questa cosiddetta cena artistica nella Gentzgasse io scriverò, pensavo, senza sapere che cosa, semplicemente ci scriverò sopra qualcosa, e correvo, e pensavo, scriverò subito su questa cosiddetta cena artistica nella Gentzgasse, non importa che cosa, solo subito, pensavo, immediatamente scriverò qualcosa su questa cena artistica nella Gentzgasse, subito, pensavo, immediatamente, continuavo a pensare, e intanto attraversavo di corsa il centro della città, subito e immediatamente e subito e subito, prima che sia troppo tardi”

    A colpi d’ascia, Thomas Bernhard

  8. Larry Massino scrive:

    Mi dispiace per Bianciardi, sicuramente una decente creatura, ma se il “neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio”, è un mondo ” non schiacciato dal delirio della produttività e fondato su una graduale rinuncia del non necessario “, come credo interpreti l’autore dell’articolo traendo comunque da ragionativi di Bianciardi, non ci siamo. La ” graduale rinuncia del non necessario ” di solito sta appiccicata alla coda delle libertà negate, delle repressioni omicide e della fame più nera. Poi, se si tratta di comprare libro più dvd a più di 100 euro (così mi pare di capire), de che stamo a parla’?

  9. carlo scrive:

    Mi piacerebbe dividere il mondo in due pezzi non comunicanti. Da una parte i teologi della crescita infinita, dall’altra i pastori della “ graduale rinuncia del non necessario “. Da qui li vedremmo scannarsi per l’ultima goccia di petrolio, per l’ultimo chicco di riso e sarebbe difficile contenere risate immonde.

  10. Senza nulla togliere al valore letterario e storico dell’opera, La vita agra mi è sempre sembrata una riedizione delle storie degli inetti anteguerre. Sacrosanta la lettura del contesto storico, e la critica spietata che se ne fa; comprendo anche che intuire risvolti di realtà laddove i contemporanei non li vedono è destabilizzante e porti a una perdita di punti di riferimento (quindi a una conseguente sfiducia sia nella vita sia nella politica); ma desolante è la reazione finale del protagonista ( e tristemente anche dell’autore) che fugge ai suoi doveri paterni e matrimoniali, per crearsi una seconda famiglia e abbandonare del tutto la prima (tristissimi i passaggi in cui si riportano le lettere alla moglie, capire che lei ha capito eppure chiede sempre “quando torni”). Insomma, non tutti hanno reagito così alla congiuntura, e le scelte di Bianciardi mi sembrano il solito scacco dell’intellettuale che sentendosi impotente abdica a se stesso, si chiude, e deride gli altri sentendosi superiore ma in realtà deride se stesso. E finisce per perdere, per non aver vissuto, per sublimarsi in un’opera d’arte che parla di sconfitta.
    No so, queste le mie impressioni.

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