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Luigi Cinque, una ricerca senza fine

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Luigi Cinque è una figura straordinariamente poliedrica: musicista, regista, compositore, operatore culturale, protagonista della straordinaria fase degli anni ’70, dalla lotta politica alla ricerca musicale (da Luciano Berio al Canzoniere del Lazio, dal jazz al progressive alla musica contemporanea alla classica indiana), per poi proseguire in maniera matura e consapevole il suo percorso artistico coerentemente fino a oggi, sempre al di fuori degli schemi, sempre attraversando barriere, mescolando generi, esplorando mondi e linguaggi sempre diversi.

Nanni Balestrini, Umberto Eco, Pina Bausch, Pier Paolo Pasolini, gli Area, Paco Taibo II, Vidiadhar S. Naipaul, Edoardo Sanguineti, Valerio Magrelli, Mauro Pagani, Banco del Mutuo Soccorso, Jannis Kounellis… ecco solo alcuni dei nomi con cui Cinque si è incontrato in una carriera ritmata da straordinarie collaborazioni.

Un artista della sua cultura e della sua sensibilità non poteva non stabilire un rapporto di feconda e reciproca stima con Antonio Infantino, il geniale sciamano del ritmo a cui già dedicammo un commosso ricordo.

Abbiamo avuto il piacere di parlare con Luigi Cinque proprio del bellissimo documentario dedicato a Infantino e del suo libro, Kunzertu 7718, sorta di autobiografia artistica, che raccoglie le riflessioni e i racconti straordinari della sua eccezionale carriera,

Esce finalmente in Dvd The Fabulous Trickster. in viaggio con Antonio InfantinoPuoi parlarci della genesi di questo film?

Un mio compagno di origini lucane, eravamo al liceo, mi disse che aveva scoperto da poco Antonio Infantino, in concerto a Matera e continuò poi a dirmi per giorni che Infantino era come Bob Dylan. Quando, qualche anno dopo, vidi in azione Antonio sul palco del mitico Folk Studio a Roma, mi si chiarì l’affermazione di Carlo, compagno di banco e chitarrista classico. Il paragone aveva senso, non tanto per la musica e le parole, si capisce, ma per quel suo fenomenizzarsi immediatamente come un menestrello. Al ritmo diabolico dei cubba cubba, la chitarra sferragliante e le sue litanie, nenie, masciarate, incantesimi, nonsense, poesie e testi arcaici parlava idealmente ad un’intera comunità, ad una piazza del sud e non solo, attraverso tutto quel simbolismo di cultura antica, che sapeva di Tarantismo, dunque meridionale, grecomediterraneo e nello stesso tempo, attuale e internazionale.  Le sue performance erano trascinanti, selvagge, primitive. Nonostante questo, era davvero difficile, anche a prima vista, considerarlo uno (dei tanti) che faceva riproposta di ritmi e stilemi folklorici del sud Italia. Credo invece che la sua dimensione fosse sintonizzata sull’arte contemporanea.

In altre parole Antonio era vicino all’arte povera di Jannis Kounellis e Alberto Burri, alla provocazione/illuminazione e il narcisismo della self body art di Marina Abramović, al taglio della tela di Lucio Fontana per non dire poi del suo apparentamento ( una vera e propria affinità elettiva ), un aver “orecchiato”, la “ruminazione” del mondo in atto nella scrittura scenica teatrale dell’avanguardia o nel terzo teatro di Jerzy Grotowski ed Eugenio Barba, e, ovviamente, nella postavanguardia musicale rumoristica e minimalista.

Frattanto anch’io avevo intrapreso il mestiere di musicista e in quegli anni ebbi modo di incontrarlo in molte occasioni e manifestazioni musicali. Era il tempo del gran circo dei Settanta, del circuito alternativo giovanile, migliaia di concerti in giro per l’Italia e spesso non mancava Antonio Infantino, con i suoi Tarantolati di Tricarico, che dovunque arrivava, su qualunque palco, era una presenza preziosa, enigmatica, eccitante, coinvolgente, folle.

Pochi sapevano che egli aveva già un curriculum di tutto rispetto: architetto, cantautore, cantore nel “Ci ragiono e canto” di Dario Fo, autore/ poeta per Feltrinelli con Fernanda Pivano, l’amica di Kerouak, Ginsberg, De Andrè, che nella prefazione, scriveva di lui che “incarnava in senso letterale alcune delle cose migliori della cultura e dello spettacolo di questi ultimi quarant’anni”, pittore e artista visivo concettuale nella Firenze Fluxus e contemporanea di Berio e Giuseppe Chiari e del mitico (di passaggio) “Living Theatre” di Judith Malina e Julian Beck.

Insomma già nel 75 Antonio era un personaggio unico e multiforme. Nel ‘97 ebbi modo e possibilità di invitarlo nella mia Hypertext O’rchestra.  Abbiamo insieme vissuto esperienze indimendicabili : Etiopia, Brasile, Kenia, Colombia, in Sicilia e un po’ ovunque. Infantino sul palco è sempre stato impeccabile: un perfetto attore e un interprete eccezionale. Era capace di stare seduto fermo per più di un’ora con gli occhiali scuri fissando il pubblico e poi esplodere improvvisamente e trascinarsi dietro migliaia di persone a ballare la sua forsennata Taranta che noi avevamo preparato e arrangiato adeguatamente. Partecipai come sassofonista al suo strepitoso “Tarantrance”, cd che per la sua intima essenza techno/trance/dance entrò per qualche mese nella classifica americana del tempo che contava personaggi come Gloria Gaynor e Michael Jackson.

Poi come spesso accade nel nostro mestiere ci perdemmo di vista.

Ci rivedemmo in occasione di un concerto (mio e suo) in Lucania ed era già il 2014 o 15. Fu lì, tra Aliano (il paese bellissimo dei calanchi, “confino” di Carlo Levi) e la sua Tricarico, che decidemmo di intraprendere l’avventura di questo film. Il motivo che mi intrigava in quel frangente, più che la disamina del personaggio in chiave documentaristica con colorature etnografiche, era un altro. Era quel suo delinearsi, invecchiando, come un eroe sofocleo, una sorta di Aiace, di perdente per manifesto disadattamento.Per transizione simbolica, ora Antonio rappresentava l’implosione di certa cultura del sud, con i pezzi che volitavano in quel suo “runriver”, quel fluido fiume, quell’ininterrotto monologo interiore sempre più fine a se stesso, senza più una speranza di ricomporsi quantomeno in questo presente di realismo capitalista a pensiero decisamente unico.

Dunque, è un documentario?

La presenza in scena con ruolo di protagonista di Antonio potrebbe indurre a considerare il lavoro un documentario ma si tratta di cinema della realtà, con una sceneggiatura preesistente che ne ha determinato il modo di girare. Il cinema musicale ha poi una sua essenzialità dovuta al fatto che il musicista in scena agisce con la voce o lo strumento e dunque con una assoluta concretezza. C’è un codice esecutivo dal quale non si può prescindere.  L’esecuzione musicale di per se annulla la finzione.

Ma, al di là di ogni considerazione ed etichetta, il film fa giustizia di un personaggio di filosofo, sciamano irregolare, ultimamente molto trascurato e dropout. E’ stato davvero, usando una retorica abusata, il Dylan del sud con molte piccole ambivalenze che adombrano tra l’altro la narrazione di Frate Asino da Copertino e persino, rispettosamente, qualche parentela – da magnagrecia di montagna – con Padre Pio.

Nel booklet del DVD spieghi il perché hai voluto attribuire a Infantino la definizione di “trickster”, un po’ nel senso del “Briccone Divino” studiato da Jung e Kereny. Puoi esplorare ulteriormente il concetto?

Quando proposi ad Antonio il titolo The Fabulous Trickster rimase per giorni perplesso. Il trickster è anche l’impostore, mi diceva, ma lo convinsi che quel “dietto” lì, nel folklore, quel briccone divino studiato da Kereny e analizzato da Jung, è colui che presiede ai confini e con la sua genialità, l’ambivalenza, la contraddizione, il paradosso e non ultima la cialtroneria, mette in moto cambiamenti imprevedibili. Il Trickster è colui che, contraddicendo l’ordine costituito, fa camminare una comunità. Prometeo nel mondo greco era a suo modo un trickster. The Fabulous Trickster si confermò dunque titolo del film, con un sottotitolo che è “in viaggio con Antonio Infantino

Qual è il fascino peculiare di una figura come Antonio Infantino?

È stato un fenomeno di resistenza culturale. Attraverso il suo esempio dovremmo prendere coscienza del fatto che oggi in Italia ci sono milioni di persone appartenenti in un modo o nell’altro al mondo dello spettacolo e dell’arte che sono completamente abbandonati, non sindacalizzati, torturati da Istituzioni criminali che non pagano se non dopo anni, che non hanno nessun rispetto della produzione culturale, del pensiero, della loro azione molto spesso, per sua stessa natura, anticapitalista. Infantino è stato anche questo, straordinaria figura di perdente.

E dunque, al di là di ogni considerazione ed etichetta, il film fa giustizia di un personaggio di filosofo, sciamano irregolare, ultimamente molto trascurato e dropout.

Cosa c’entra il Tarantismo?

The Fabulous Trickster è, poi, il racconto da vecchio, dunque attuale, rispetto alla carrellata dei suoi concerti e successi. Ci siamo soffermati sul suo pensiero frammentario, orfico/pitagorico, idealistico/materialista e, come tale, anche ossimoro astorico a fronte di tanta letteratura sociologica di tradizione più politica: il tarantismo viene fuori non come quel qualcosa posto lì sotto il limite esistenziale delle classi subalterne che avevano la magia come unica possibilità di rassicurazione e che, poi, una dimensione sociale ed economica più evoluta avrebbe redento. No. Quel tipo di “fuoriuscita dal mondo”, invece, appartiene all’oscurità della dimensione umana, alla perdita di se stessi, alla personale via di conoscenza ed è una declinazione dell’anima che si manifesta a qualunque stadio di evoluzione sociale e politica. Insomma, siamo tutti, per una parte della nostra esistenza, dei tarantati. Orfeo che miticamente rappresenta l’oscurità è dentro ognuno di noi. Questo ci dice il vecchio Infantino, immigrato dal sud nei sessanta/settanta e costretto ad essere “eccentrico” per reclamare una sorta di “mi vuoi comprare” nei confronti di un sociale, quello di Firenze, democraticamente selettivo, chiuso e fortemente snob. Una biografia che mancava, credo, anche se il web e i social sono pieni di riferimenti alla sua persona. Ma qui, nel film, Antonio è diverso, è una sorta di Don Juan, il mitico stregone yaqui, vero o solo narrato da Carlos Castaneda. Qui è un loser resistente, un vecchio beat disadattato. Parla con il corvo, pasolinianamente ( mi sono concesso questo azzardo… un corvo che, morta l’ideologia, vive da disoccupato ), parla con le vacche podoliche della Transumanza lucana e ha continuato imperterrito i suoi concerti ritmorituali dovunque lo chiamavano a concertare la “mimesis orfica”.  Qui, nel film, è The Fabulous Trickster.

Tu hai scritto Kunzertu 7718, un libro corposo quanto interessante in cui racconti, quasi come tappe di un’iniziazione, gli “incontri con uomini straordinari” e le diverse fasi della tua carriera. A leggerlo sembra una testimonianza straordinaria sulla memoria, ma anche sulla scomparsa, della cultura popolare. Quale valore e significato dai a questa tua opera?

Come dico al lettore nelle prime righe, è un libro zoppo… dico… Kunzertu 7718 è un libro dispari, zoppo come un ritmo balcanico, con la «prefazione» che è diventata più lunga del Kunsertu del 77 – lo trovate nell’ultimo vagone, fresco e ingenuo come allora – al quale, prima che il racconto prendesse la mano, stavamo preparando le candeline per i quarant’anni.

Ora c’è una zeta, Kunzertu: più collegato al Konzert mitteleuropeo, all’esperienza contemporanea, al replicante, al viaggio inter/temporaneo, all’improvvisazione, a certa musica liquida, al post/umano, piuttosto che alle launeddas sarde, da cui era derivato il titolo di allora, cuntsèrtu – Kunsertu, che è il modo locale di chiamare il singolo strumento.

Kunzertu 7718 misura il tempo ad anni luce come le navicelle spaziali ed è infatti un diario di bordo, di incontri con persone straordinarie, gente di folk, di etnica, di classica orientale, di contemporanea e di jazz: storie di musica e di musicisti, punto. Nell’era dell’occhio e del display la musica non può e non deve più prescindere dalla sua stessa narrazione poetica, letteraria e cinematografica.

Sì, perché nel 78 scrissi per la Longanesi un Kunsertu (con la s) ed era un lungo e innovativo (perchè narrativo) saggio sulla musica popolare. Oggi lo ripubblico ma con una introduzione di oltre trecento pagine e il tema, l’oggetto in questione, è un altro. È la scomparsa, più esattamente, la liquidazione del popolare nella società postmoderna a trazione capitalista punto 4. E’ il diario di bordo di un viaggio per frammenti nel mondo della musica con racconti che arrivano dal popolare, dal jazz, dalla musica contemporanea.

Il libro è una diagonale in un mondo musicale, quello in un certo senso più nascosto,  nei suoi rituali e nelle sue magie. Narrazioni che si profilano dagli anni settanta fino ad oggi con continue epifanie di personaggi come Demetrio Stratos, Peter Gabriel e Jivan Gasparyan, Luciano Berio, Amiri Baraka, Franco Evangelisti e Nuova Consonanza, Mimmo Cuticchio, Nanni Balestrini, Pedrag Matvejević, Ornette Coleman, Antonio Infantino, Petra Magoni, John Cage e molte altre artiste e artisti del cosiddetto “grandifuori” ovvero l’infinito mondo extraeuropeo.

Con il primo Kunsertu in appendice e con l’aggiunta di oltre trecento pagine di racconti e meditazioni e i contributi e pensieri scritti – tra i molti – da Valerio Magrelli, Daniela Menta, Petra Magoni, Laura Betti, Maurizio Agamennone, Piero Brega, Antonio Infantino, Nanni Balestrini, Patrizio Fariselli, Daniele Sepe, Kunzertu 7718 finisce per essere un libro intrattenitorio e necessario per la comprensione del nostro tempo.

Leggendo la tua storia si incontrano nomi straordinari, da Pier Paolo Pasolini a Pina Bausch, da Umberto Eco a Luciano Berio. Qual è stato l’incontro (o gli incontri) crocevia della tua carriera?

Avevo diciott’anni o diciannove quando Pier Paolo Pasolini venne alla Sapienza a Roma a fare un corso su cinema e letteratura in dieci lezioni. La cosa interessante fu aver appreso in quella occasione che, quantomeno nel mondo che più ci appartiene, è possibile un’attenta (e pericolosa) migrazione delle tecniche da una disciplina ad un’altra. PPP applicò tutta una struttura (e alcune sovrastrutture già allora arrugginite) di tipo letterario al linguaggio cinematografico. Non alla sceneggiatura che è già un oggetto letterario, si capisce, ma più propriamente all’oggetto film.Al modo tecnico di girare, alle luci. Insomma erano tempi in cui affiorava una nuova drammaturgia delle tecniche e conseguentemente delle arti. Un fenomeno degli anni settanta. La tecnica di un’arte dunque spendibile anche per arti contigue. Una forma di neoumanesimo che produsse diversi interessanti frutti: nel cinema per l’appunto, nella nuova arte visiva, nella pittura, nella composizione musicale.

Di Berio e la Bausch ne parlo nel libro. Furono incontri sorprendenti non c’è che dire. Di quelli che lasciano il segno.

Puoi parlarci della tua esperienza di studio della musica indiana e come essa ha influenzato il tuo percorso artistico?

Anche sull’India c’è un capitolo in Kunzertu. Ho frequentato il Perfoming Art Institut della Benares Hindu University – sezione arti classiche nell’87 a Varanasi che continuo a chiamare con il nome inglese Benares per puro fascino del nome. Studiai le tecniche del raga avendo la fortuna di avere maestri straordinari forniti nell’occasione di una grande pazienza fino ad arrivare dopo qualche mese ad essere sullo stesso palco con Bismillah Khan il grandissimo suonatore di shannai e molti molti altri meno conosciuti ma altrettanto bravi. Fu per me un momento fondativo che affiora in tutte le mie esperienze musicali, e non solo, attuali. Raga vuol dire colore, Rasa è il sapore. L’intonazione intesa come coloree sapore e  non come precisione di hertz. Insomma, l’India è la grande madre e il sanscrito la maggiore (io credo) delle lingue di fondazione del nostro pensiero. La musica indiana contiene il tutto musicale, come il bianco contiene tutti i colori. Il canto Druphad è certamente collegato all’origine del mondo. Scrivo di questo in Kunzertu… della mia esperienza esoterica all’interno del mondo druphad e del raga.

Quali sono i tuoi futuri progetti?

Un’opera per il teatro Pavarotti di Modena, il Teatro di Vienna e di Zagabria su libretto di Sandro Cappelletto“E tu che ne sai del futuro?“ e un disco dai titolo “ Posthuman Circus“ in cui applicare alcuni nuovi (per me) criteri di musica transgenica che poi sono quelli in essere nei concerti della mia Hypertext O’rchestra. Il postumano e, naturalmente, le nuove frontiere della fisica delle particelle e la coscienza della performatività della natura sono consapevolezze destinate a cambiare profondamente la nostra vita.

Tu che hai vissuto da protagonista anni cruciali di lotta politica e fermento culturale straordinario, come vedi il momento presente? Come opporsi alla barbarie?

La cosa più sconvolgente è la semplificazione del pensiero analitico delle masse e degli intellettuali nostrani. Non si riesce a vedere un pensiero complesso neanche a cercarlo con il lumicino di notte.

Qui ormai le vacche sono tutte nere. In quest’ultima vicenda della capitana della Sea Wacht sono tutti riusciti a ridurre la questione ad un “capitone cazzomoscio e fascio e una capitana perfetta“, al fumettino di Antigone e Creonte. La questione dell’ordine mediterraneo e globale si fa invece sempre più complessa e conta nel sacrificio, nei prossimi trent’anni, di oltre quaranta milioni di miserabili barattati qua e là per l’ultima avventura del neocapitalismo punto 4.

Perché l’Europa nel 2002 ha tolto tutti i finanziamenti al Mediterraneo deviandoli sui paesi dell’Est come voleva la Germania? Chi ha scassato la Libia? Chi ha voluto un Iraq in mano all’Isis? Chi ha voluto devastare la Siria? Perché il Venezuela? Chi ha fatto fuori dalle elezioni Lula? Chi sta vendendo l’amazzonia ai cinesi? Chi impedisce uno sviluppo democratico al Medio Oriente? Chi finanzia l’oppressione della donna in molti di questi paesi e sappiamo che non c’è rivoluzione senza liberazione femminile. La globalizzazione ci mette davanti al mondo come in un video gioco. Non ci sono paesi più vicini e più lontani.

La questione Africa,poi, è gigantesca, la stiamo violentando da secoli e secoli, i paesi Europei colonialisti hanno fatto di tutto perché l’Africa perdesse la sua grande occasione di ripresa e liberazione a metà del Novecento. La crescita demografica in Nigeria – mentre gli leviamo e inquiniamo territorio con il petrolio – è data in espansione per 8 volte. I paesi Africani della costa non pescano più perché arrivano i superpescherecci portoghesi, russi, americani, giapponesi a succhiare con idrovore i banchi di pesce dopo che li hanno individuati con GPS sofisticati. Muore una civiltà di marineria atlantica straordinaria. Le ONG sono al 90% prodotte e al servizio del capitalismo punto 4.Le guerre e le bande le finanzia il grande capitale e i Paesi Europei tacciono perchè il mercato delle armi e l’indotto della ricostruzione è gigantesco. Non parliamo poi della natura e degli animali.

Sto andando a caso nel citare i punti della questione. E cosa facciamo noi popolo? Cadiamo nella trappola e riduciamo invece tutto all’osso, al “sei con noi o contro di noi”, al messaggio mcluhanizzato di quattro (“sempre gli stessi”)miserabili/funzionali che abitano i talkshow e intanto, mentre giustamente si parla di migranti e di poveri del mondo, in Italia si producono milioni di lavoratori della cultura e dello spettacolo ridotti alla fame, in statodi elemosina, non pagati, schiacciati da una burocrazia la cui incapacità e inefficienza è proporzionale alla ferocia, non sindacalizzati, esclusi da tutto, che vagano come zombi per un po’ di lavoro e un tozzo di pane. Guardate per credere. Parlo di questo perché è un settore che conosco bene.Ne deriva che non ci sono bianchi e negri. Ci sono solo ricchi e poveri. Questo è il capitalismo punto 4.

Insomma, spero in una politica che abbia la forza di procedere per pensieri complessi, capaci di comprendere l’attuale. Capaci di affermare senza ombra di discussione che l’era dell’uomo è finita e che, se non torniamo ad essere come le altre specie, il pianeta muore. Pensieri in grado di trovare soluzioni. Detto questo, e a scanso di equivoci, l’accoglienza e il salvataggio in mare sono un dovere assoluto e irrinunciabile per potersi minimamente chiamare animali umani, sia chiaro.

Ma è necessario uscire dalla trappola e, come dice per esempio Žižek, identificare al più presto il bene comune del Villaggio, unificare l’antagonismo nella stessa utopia e non permettere la separazione tra migranti e residenti. Il capitalismo ci vuole tutti migranti. Ha solo cominciato dai più deboli.

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
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