MALERBA

Luigi Malerba, scrittore anfibio

MALERBA

(Fonte immagine)

Il mio primo personaggio malerbiano l’ho incontrato a undici anni: l’Ambanelli della Scoperta dell’alfabeto. Ero tutta contenta, la prof mi aveva assegnato il racconto di uno scrittore che a casa stava sullo scaffale dei grandi. In salotto, indicai impettita Il pataffio a me proibito: «Io questo signore ce l’ho come compito di scuola». La scena è involontariamente emblematica, non sapevo ancora che tutta la produzione malerbiana è attraversata da scarti improvvisi, non sapevo che ogni lettore ha il suo Malerba: lo sperimentatore del Serpente, lo sbeffeggiatore delle Galline pensierose, il linguista paradossale dei Neologissimi.

«A scuola dicevano: cerca di essere te stesso, ma se io non avessi cercato di essere un altro non avrei scritto niente», racconta lo scrittore di Berceto in una delle sue ultime interviste. L’uomo che all’anagrafe faceva Luigi Bonardi (1927-2008) è stato un altro in ciascuna delle sue opere, è stato il narratore bugiardo per antonomasia, l’autore di gialli con infinite soluzioni, il collezionista di parole abbandonate, uno dei migliori professionisti italiani nell’arte mai gratuita di spiazzare e mettere a disagio il lettore. Nel 2014 la Quodlibet di Ermanno Cavazzoni, esperto dell’opera di Malerba, e la Mondadori, che ha i diritti di molti suoi libri, hanno rimesso in circolazione i troppi testi che negli anni erano scivolati fuori catalogo, in attesa del Meridiano che uscirà nella primavera 2016 a cura di Walter Pedullà.

Il secondo personaggio malerbiano che ho conosciuto nella mia vita è stata Anna, sua moglie (non l’ho mai sentita definirsi vedova), in occasione di una serata organizzata alla libreria Altroquando di Roma dai Libri in testa, un gruppo di provocatori letterari di cui faccio parte. Anna, prima di sposare uno scrittore, di cognome faceva Lapenna («La battuta l’ha già fatta una studiosa giapponese nella sua tesi»). Le dico che vorrei scrivere di Malerba e farle qualche domanda, mi avverte: solo a patto che si parli di suo marito e non di lei. E lui, quanto parlava di sé? «Nel Diario di un sognatore aveva deciso di raccogliere i suoi sogni più curiosi, sognava tantissimo, viveva notti agitate che finivano ogni mattina su un taccuino. E i critici: che bel libro di racconti ha scritto Malerba!». Lui ci rimase un po’ male: dopo tanti romanzi in prima persona e altrettante faticose smentite («La prima persona non sono io»), aveva scritto la sua unica opera autobiografica in terza e nessuno se n’era accorto.

Il mio Malerba preferito, nel racconto di Anna, è il ragazzo che da Parma si sposta a Parigi e di lì a Roma, dove si presenta ai grandi del cinema, da Fellini a Flaiano. Nessuno crede ai propri occhi: per la forza della scrittura e l’autorevolezza della pubblicazione si aspettavano un anziano erudito, e invece il direttore della prestigiosa rivista Sequenze è un ragazzetto fresco di università. Qualche mese dopo, il poco più che ventenne Luigi prende in affitto una casa in via del Tritone insieme ad Attilio Bertolucci, lavora con Lattuada e Zavattini, comincia a scrivere per il cinema. Diventa Malerba.

Confesso ad Anna che, da bambina, del racconto sull’analfabeta Ambanelli mi aveva colpito l’assenza di superiorità o compassione da parte della voce narrante (allora non lo dicevo così, dicevo solo: diverso dal Libro Cuore). Un uomo grande e grosso che non si vergogna di voler imparare a leggere: be’, quell’uomo mi era simpatico. «Luigi aveva un grande rispetto per il mondo contadino, anche se non lo rimpiangeva perché non frequentava il sentimento della nostalgia», dice. A me piaceva quell’Ambanelli che cerca sui vecchi ritagli di giornale le parole che conosce e quando le trova è felice «come se avesse incontrato un vecchio amico». Oggi il senso del racconto lo trovo tutto nella riga precedente, quando il contadino sente di aver imparato a sufficienza: «Mi sembra che basta, per la mia età». Ambanelli incarna il desiderio di istruirsi senza snaturarsi, capire senza scimmiottare; La scoperta dell’alfabeto è un racconto che riflette sulla cultura ma anche sui suoi limiti.

Del resto, l’idea che una storia debba finire con il raggiungimento di un traguardo etico doveva essere molto antipatica a Malerba. Scrisse Pinocchio con gli stivali per regalare al burattino una sorte diversa da quella, a suo avviso terribile, di incarnarsi in una personcina a modo. Quella scrittura anfibia che procede tra realtà e paradosso lo faceva amare dai bambini, attratti da tutto ciò che capovolge un luogo comune; leggendolo si ha sempre la sensazione che qualcosa nasca storto all’origine, che il mondo e i fatti siano nient’altro che un equivoco. Il lettore adulto si sente preso in giro, quello piccolo sa di prendere in giro qualcun altro. Il primo scansa il sasso tirato, il secondo lo tira insieme all’autore. In Salto mortale la voce narrante è mille voci con lo stesso nome, il delitto al centro della trama viene guardato da cento angolazioni diverse (quel Giuseppe detto Giuseppe che scopre un cadavere, l’ennesimo immancabile nella galleria dei personaggi malerbiani). Chi dice la verità? Chi mente? Cosa pensa l’autore?

«Scrivo per sapere cosa penso», confessava Malerba in Parole al vento. «Diceva “Per essere scrittori si deve essere un po’ stupidi”», aggiunge Anna,  «Stupidi nel senso di capaci di provare stupore, perché se il mondo non ti stupisce come fai a raccontarlo?». Che resti un segreto, vi prego: a quelli intelligentissimi non spifferiamolo mai.

Nadia Terranova è nata a Messina nel 1978 e vive a Roma. Ha scritto diversi libri per ragazzi, tra cui Bruno il bambino che imparò a volare (Orecchio Acerbo, 2012; edizione economica, 2015) e Casca il mondo (Mondadori, 2016), e il romanzo Gli anni al contrario (Einaudi Stile Libero, 2015; Super ET, 2016; vincitore di numerosi premi tra cui Bagutta Opera Prima, Fiesole, Brancati e del premio americano The Bridge Book Award). È tradotta in francese, spagnolo, polacco, lituano e in corso di traduzione negli Stati Uniti. Collabora con la Repubblica e altre testate.
Commenti
4 Commenti a “Luigi Malerba, scrittore anfibio”
  1. Quanto vorrei essere stupido oggi. Somaro già lo sono, ma non è la stessa cosa.
    Pezzo interessante, altri libri da scoprire. Ossigeno per me.
    Grazie!

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] Nadia Terranova Luigi Malerba scrittore anfibio […]

  2. […] è stata presa all’unanimità. Anzi, mi sembra il momento giusto per tirare fuori di nuovo il pezzo che avevo scritto su minima et moralia, con l’intervista ad Anna Malerba, che sarà presente alla […]

  3. […] Per la cronaca 2: Un bell’articolo di Nadia Terranova su Luigi Malerba si trova qui. […]



Aggiungi un commento