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L’ultima casa di Giorgio Manganelli

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo.

Ho visitato l’ultima casa di Giorgio Manganelli, in via Chinotto 8 interno 8. Era da tempo che volevo farlo. Non so cosa mi attrae tanto di questi posti. In genere, gli appassionati di letteratura amano i pellegrinaggi alle tombe dei loro beniamini, e vi depongono fiori e poesie, ma a me le tombe non dicono niente. Lì quegli scrittori ci sono stati portati quando erano solo un mucchio di ossa, mentre nelle case che hanno abitato non possono non aleggiare ancora i segni della loro presenza.

Forse è la convinzione che quelle mura siano parte integrante dell’opera di chi ci ha vissuto, una specie di appendice alle Soglie di Gerard Genette. Paratesto anche la soglia di casa insomma, al pari di una prefazione, un esergo, una quarta di copertina, perché fra quelle mura domestiche l’opera fu concepita, nacque, prese forma. O forse è l’idea che i grandi spiriti conferiscano un’aura sacrale ai luoghi che hanno abitato, e che spetti a noi il compito di cercare “il mistero ansioso di rivelarsi che abita in ogni parete”, come diceva Julio Cortázar, che condivideva la stessa passione.

Quel che è certo è che col tempo per me quei toponimi sono diventati delle metonimie, un po’ come le poesie di Peter Altenberg, che evocavano le donne amate con le semplici coordinate postali delle loro abitazioni. Via Chinotto si trova a Roma, ed è una bella strada alberata del quartiere Prati. Manganelli ci scherzava molto su quell’indirizzo dal triplo otto come fosse una filastrocca bislacca, un simpatico gioco di allitterazioni, e proprio quello scherzo mi ha permesso di identificare l’appartamento preciso dentro lo stabile, dato che il numero dell’interno è specificato anche sul citofono. In tutte le altre case romane in cui abitò, da via Gran Sasso 38, dove viveva con la famiglia Magnoni, a via Germanico 96, via Monte del Gallo 26, via Senafè 19 e piazza Coppelle 48 – in cui subentrò un imberbe Giorgio Agamben – è impossibile risalire all’interno che occupava, e per la verità neppure è segnalata la sua presenza con una placca commemorativa.

Così, una domenica pomeriggio ho vinto gli indugi e ho citofonato agli inquilini di via Chinotto, presentandomi come un giornalista interessato a vedere l’abitazione del grande scrittore, e questi, che sapevano del loro illustre predecessore, molto gentilmente hanno acconsentito a farmi entrare. Si son presi solo un po’ di tempo, forse per controllare su Google che fossi chi dicevo di essere, e poco dopo mi hanno telefonato concordando un appuntamento. Così all’ora stabilita ho varcato il portone, preso un vecchio ascensore che saliva lento ed esitante come una mongolfiera e sono sceso al terzo piano.

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La coppia dei proprietari era molto affabile e mi ha mostrato ogni stanza come fossi un immobiliarista venuto a fare una valutazione. Era tutto lindo e in ordine, un appartamento elegante, ampio, luminoso, con grandi vetrate e tanti libri, certo non i diciottomila che possedeva Manganelli e che poi furono donati al Fondo Manoscritti di Pavia. I mobili di design abbinati a qualche pezzo antico su pregiati tappeti orientali ricordano più quegli interni da riviste di arredamento come Architectural Digest, che non la casa dell’autore di Hilarotragoedia.

Dalle foto e dalle testimonianze di amiche assidue dell’ultimo lustro come Patrizia Carrano, pare che trent’anni fa l’atmosfera fosse molto più cupa, soprattutto per via della fotofobia del malinconico tapiro, che amava stare con le serrande perennemente abbassate, come in una prigione della propria indole. In ogni caso era ed è rimasto un appartamento signorile e costoso, il segno evidente di quanto sono cambiati i tempi a proposito del prestigio sociale e del reddito di un intellettuale, che a quell’epoca erano incomparabilmente superiori ad oggi.

Manganelli in vita fu un autore di nicchia, per happy few, non vendette mai più di tremila copie dei suoi libri; ora un suo collega con le stesse tirature e le sue collaborazioni giornalistiche non potrebbe in alcun modo permettersi una casa del genere. In tutto questo tempo i proprietari non avevano fatto lavori di ristrutturazione significativi ed erano subentrati direttamente a Manganelli, che lì fu solo un affittuario. Una delle parti più belle è il balcone così pieno di verde, dalle piastrelle vetrificate alle frasche dei tigli odorosi che sfiorano le finestre del soggiorno. Pare che a fianco ci fossero gli uffici della casa editrice Nuova Italia, che ogni tanto chiamava a raccolta gli scrittori più eminenti per dei convegni, un plo’ come fa oggi Laterza radunando gli Stati Generali della Cultura nella sua villa ai Parioli, ma è improbabile che Manganelli vi partecipasse, data la sua proverbiale allergia all’ufficialità e alle maiuscole.

2mangIl certificato di morte accertò che spirò all’alba, e lo stilò il dottor Corrado Moretti, il medico pediatra che lo aveva in cura e che era il nipote della sua compagna ufficiale, Ebe Flamini. Manganelli non ebbe un attacco di cuore, come affermarono alcuni giornali, ma fu stroncato dalla miastenia gravis, una malattia neurologica di cui soffriva da tempo. Descrivendone i sintomi più preoccupanti, disse che “talvolta il capo mi crolla come fossi una marionetta a cui hanno improvvisamente tagliato i fili”. Ancora Pinocchio, un Pinocchio parallelo senza lieto fine. Ma a fiaccarlo definitivamente contribuì il dolore per la scomparsa due mesi prima di Fausta Chiaruttini, l’ex moglie che non vedeva da quarant’anni ma alla quale era rimasto molto legato. Non a caso, pochi giorni prima di quel fatidico 28 maggio, aveva confidato all’amica Giulia Niccolai: “il mio psicoanalista dice che non ho più voglia di vivere, e forse ha ragione”.

Commenti
3 Commenti a “L’ultima casa di Giorgio Manganelli”
  1. dario scrive:

    bellissimo articolo, grazie! d’altronde io non sono imparziale, sono un affezionato alla scrittura di Garufi da anni e anni…

  2. Daniele scrive:

    Grazie.

  3. gino rago scrive:

    Gino Rago
    Noi siamo qui per Ecuba

    [Senza Ecuba non avremmo avuto Elena, senza Elena non avremmo avuto le ceneri e le fiamme di Troia,
    senza la distruzione di Ilio non avremmo avuto Enea, senza Enea-Anchise-Ascanio Roma non sarebbe mai sorta e senza Roma non ci saremmo neppure noi, né Manganelli e Garufi che magistralmente lo ricorda in questa pagina di una delle più colte e raffinate riviste letterarie contemporanee, minimaemoralia].

    GINO RAGO
    Noi siamo qui per Ecuba [inedita]

    “Paride amò nel talamo di Troia
    senza mai saperlo

    forse un’idea. Una chioma di cenere.
    Una nuvola di nulla. Un cirro.

    Senza carne.
    Noi siamo qui per Ecuba. Tutto le fu tolto

    per una bolla d’aria. Dissennato
    il massacro sull’Acropoli

    per la spartana rapita. Una sposa fuggiasca.
    Sbarcò da Priamo come il simulacro

    della bella regnante di Sparta.
    A suo dire mossa dall’Olimpo

    come fuoco nel sangue o fremito nei lombi
    Elena non è mai giunta a Troia.

    Una città mangiata dalle fiamme.
    Siamo qui per la saggia compagna del suo Re.

    Sconfitta va verso la nave.
    Lo sguardo fisso nell’occhio dell’Acheo.

    Quasi a sfida delle avverse dee
    nel disastro aduna sulle schiave

    la gloria d’Ilio. Eterna come il mare.
    La donna. Ormai bottino di guerra.

    La madre. Sulle ceneri.
    La Regina. Sul baratro.

    Noi siamo qui per Ecuba.
    L’unica a sentire che Ilio è la sua anima.

    Giammai sarà inghiottita dall’oblio.
    Per tutto il tempo viva.

    Di cetra in cetra. Da Oriente a Occidente.
    Quel sangue prillerà nel canto dei poeti.

    Arrosserà per sempre il porfido del mondo.
    L’unghia dell’Aurora è già sull’orizzonte.

    Perentoria schiocca la frusta di Odisseo
    alla sua vela : « Si vada verso l’Isola…»

    L’inno dei forti piega le Troiane. Si stacca dalla costa.
    E sulla morte resta il gocciolio dell’onda.

    G R, 18 agosto 2018

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