L’ultima confessione di David Foster Wallace

Nel 1996, durante il tuor americano di Infinit Jest, un giornalista del Rolling Stone, David Lipsky, trascorse cinque giorni ininterrotti al fianco di David Foster Wallace, in giro per librerie, presentazioni e corsi di scrittura, da uno stato all’altro dell’America, buttando giù appunti per quella che divenne una lunghissima intervista per il giornale. Questa intervista è ora diventata un libro, Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta (minimum fax – traduzione di Martina Testa), in cui la voce dell’autore ci arriva senza filtri. Stamattina Repubblica regala ai suoi lettori un’anticipazione, un estratto che noi rimbalziamo qui su minima, sicuri di fare anche a voi un graditissimo regalo.

Ti chiedi mai se i libri sono fuori moda? Te ne preoccupi mai? Come dicevamo ieri, erano dieci anni che Rolling Stone non faceva un pezzo su uno scrittore della tua età.
Penso che un tempo i libri fossero una componente importante del dibattito culturale, in una maniera in cui oggi non lo sono più. E il fatto che Rolling Stone, una rivista mainstream piuttosto importante, non ne parli più come una volta dice molto. Non tanto su Rolling Stone. Quanto sull’interesse che la nostra cultura nutre verso i libri.
Per me… lo sai anche tu, quando ci vediamo con altri scrittori questo diventa un grande argomento di conversazione, perché ci mettiamo tutti a lagnarci e a piagnucolare. Parliamo del declino dell’istruzione e del calo della soglia di attenzione della gente, e della responsabilità della tv in tutto questo. Ma per me la domanda interessante è: cos’è che ha fatto sì che i libri diventassero una parte meno importante del dibattito culturale? […] Ecco, secondo me molti di noi si dimenticano che in parte la colpa è dei libri stessi. È che probabilmente, sai… si crea una sorta di circolo vizioso per cui, man mano che gli scrittori perdono importanza a livello commerciale e rispetto alla cultura di massa, cominciano a difendere il proprio ego parlando sempre di più fra loro. E ponendosi come una sorta di conventicola chiusa in se stessa che non ha niente a che fare con i reali, normali lettori.
E quindi no, non credo che i libri siano passati di moda. Credo che debbano trovare modi radicalmente nuovi di svolgere il proprio compito. E penso che noi, per esempio, come generazione, non siamo stati granché bravi in questo.
[…] Ci sono cose che la grande letteratura può fare e che altre forme d’arte non riescono a fare così bene. E la principale mi sembra che sia il fatto di poter saltare al di là del muro dell’identità individuale e descrivere la propria esperienza interiore; e provocare, direi, una sorta di conversazione intima fra due coscienze. E il trucco starà nel trovare il modo per farlo in un’epoca, e per una generazione, che ha un rapporto radicalmente diverso con la comunicazione verbale lineare e prolungata nel tempo. Uno dei motivi per cui il mio libro [Infinite Jest] ha una struttura strana è che quantomeno tenta di imitare, strutturalmente, una sorta di esperienza interiore.
[…] Certe cose influenzano il tipo di esperienze interiori che uno vive. E i sentimenti di cui la letteratura deve parlare. Cioè, una persona di oggi passa molto più tempo di fronte a un monitor. In stanze illuminate dai neon, nei cubicoli degli uffici, a un capo o all’altro di un trasferimento di dati. E cosa significa essere umani, e vivi, ed esercitare la propria umanità in questo genere di scambio? Rispetto a cinquant’anni fa, quando il grosso dell’esperienza di una persona era, che ne so, avere una casa, un giardino, e farsi quindici chilometri in macchina ogni giorno per andare a lavorare in fabbrica. E vivere e morire nella stessa città in cui si nasceva, e sapere com’erano fatte le altre città solo dalle fotografie e da un cinegiornale di tanto in tanto. Insomma, ci sono un’infinità di cose che mi sembrano diverse, e la velocità a cui cambiano è proprio…
Il trucco che dovrà fare la letteratura, per come la vedo io, sarà cercare di creare una ricchezza di dettagli e un linguaggio in grado di mostrare… sarà cercare di creare una mimesi efficace quanto basta per mostrare che in realtà non è cambiato nulla. […] Che ciò che è sempre stato importante è ancora importante. E il nostro compito è capire come fare questa cosa in un mondo la cui consistenza sensoriale è completamente diversa.

E ciò che è importante – mi stai dicendo – è una certa fondamentale componente umana.
Sì, come dire… per chi vivo io? In che cosa credo, che cosa voglio veramente? Ecco, sono quel genere di domande così profonde che quando uno le fa ad alta voce sembrano banali.

Penso che ogni generazione trovi nuove scuse per spiegare come mai la gente si comporti sostanzialmente da schifo. L’unica costante sono i comportamenti sbagliati. Secondo me la nostra scusa, oggi, sono i media e la tecnologia.
Secondo me il motivo per cui la gente si comporta male è che fa veramente paura stare al mondo ed essere umani, e siamo tutti tanto, tanto spaventati. […] La paura è la condizione di base, e ci sono motivi di tutti i tipi per essere spaventati. Ma […] il nostro compito qui è di imparare a vivere in modo tale da non essere costantemente terrorizzati. E non nella posizione di voler usare qualunque strumento, di usare le persone per tenere lontano quel tipo di terrore. Io la penso così.
Per quanto mi riguarda, come maschio americano, il volto che do a quel terrore è la nascente consapevolezza che nulla è mai abbastanza, mi spiego? Che il piacere non è mai abbastanza, che ogni traguardo raggiunto non è mai abbastanza. Che c’è una sorta di strana insoddisfazione, di vuoto, al cuore del proprio essere, che non si può colmare con qualcosa di esterno. Secondo me funziona così da sempre, fin da quando gli uomini primitivi si picchiavano con le clave. Anche se si può descrivere in mille parole e in mille gerghi culturali diversi. E la sfida che ci si prospetta, in particolare, sta nel fatto che non c’è mai stata così tanta roba, e di qualità tanto alta, proveniente dall’esterno, che sembra tappare provvisoriamente quel buco, o nasconderlo.

Quel vuoto si potrebbe anche tamponare usando strumenti interiori?
Personalmente, credo che se è tamponabile in qualche modo, lo è solo grazie a degli strumenti interiori. […] Quegli strumenti interiori bisogna guadagnarseli e svilupparli, e hanno a che vedere con… per fare della psicologia spicciola, con l’amore per se stessi. Come dire… se pensi a quelle volte nella vita che hai trattato le persone con un amore e una correttezza straordinari, e te ne sei preso cura in maniera totalmente disinteressata, solo perché avevano un valore come esseri umani… Ecco, la capacità di fare altrettanto con noi stessi. Di trattare noi stessi come tratteremmo un buon amico, un amico prezioso. O un nostro bambino che amiamo più della vita stessa. E penso che sia possibile arrivarci. Penso che in parte il compito che abbiamo sulla terra sia imparare a fare questo.

(c) David Lipsky, 2010 – by arrangement with Broadway Books, an imprint of the Crown Publishing Group, a division of Random House, Inc / Agenzia Roberto Santachiara – (c) minimum fax, 2011 – Tutti i diritti riservati. Traduzione di Martina Testa.

Commenti
32 Commenti a “L’ultima confessione di David Foster Wallace”
  1. Ho sempre creduto, e continuo, per quanto poco ci pensi, a credere che interviste di questa tipologia nuocciano gravemente all’immagine degli scrittori. DFW è stato un grande autore, ma in questa intervista cade nella trappola dell’intervistatore e dice parecchie banalità. In quelle banalità che devono giocoforza entrare in un giornaletto rotocalcato. In effetti alla rivista ed anche agli autori che si prestano a quelle domande, interessa solamente l’energia pubblicitaria “sul personaggio” che vi si genera.
    Non si cava un solo vero stimolo, un solo ragno, una sola intuizione elettrica . e di intuizioni elettriche invece la sua scrittura è spesso illuminata, anche se non sono un suo sporgente estimatore.
    Determinare con così tanta sicurezza, per esempio, la funzione del libro, in una chiave interpretativa assai consumata…. o tutto il discorso sulla paura e i problemi della contemporaneità, la decadenza, lo sfascio culturale, insazietà opulenta… fa sbracciare, tanto più che vengono pronunciati da uno scrittore considerato (e non sempre a torto) uno dei massimi del novecento.

  2. gianfilippo scrive:

    Concordo con il commento precedente.
    Dopo tutti quei post sulla decrescita editoriale, secondo me minimum ha fatto uno scivolone sul piano dell’etica e dell’opportunità.
    Mi sembra una brutta operazione di sciacallaggio su qualche briciola pletorica (che chiunque può facilmente raccogliere per conto proprio: http://www.youtube.com/watch?v=N5IDAnB_rns -è solo uno dei numerosi esempi) di un autore morto e quindi senza alcuna difesa rispetto alle proprie opinioni vecchie di 15 anni.

  3. BL scrive:

    In effetti il video è del 2003 quindi l’ultima confessione di David F. Wallace a chi?
    Pure il titolo..Suona tipo.. “Con la prima uscita, la bandana di DFW”.

  4. Tinker scrive:

    David Foster Wallace vende, e pure bene. I piccoli editori non fanno beneficenza, devono campare. E per campare fanno pure cose brutte, tipo l’operazione “pubblicazione di ogni rutto o scoreggia dei nostri autori (meglio se morti) che vendono di più”. Solo che secondo me anche i lettori di minimum adesso gradirebbero qualche novità.

  5. @Tinker
    Giusto quel che dici sulle operazioni a cuore aperto inflitte dagli editori a lettori e autori, ma, dovrebbero anche gli scrittori reagire a dovere.. e i lettori orecchiare meglio.
    Il mercato librario esiste da quando Gutenberg o chi per lui iniziò a metter carta sotto i denti del torchio. Bisognava guadagnarci, stop.
    Tutti gli scrittori hanno dovuto fare i conti con questa legge di sopravvivenza: Dostoevskij fu costretto a scrivere “Il giocatore” in un mese scarso… niente di speciale, o forse di nuovo.
    Mi pare di capire, invece, (ma potrei sbagliarmi visto che s’è letto solo due tre risposte, da questo blog), che DFW non sia stato all’altezza della sua fama, in questo libro-intervista… tutto qui.
    saluti

  6. marcocassini scrive:

    permettetemi qualche personalissima sparsa riflessione a margine dei commenti letti fin qui:

    1. il titolo “L’ultima confessione” è di repubblica, lo abbiamo riporato, pur riconoscendone una certa incongruenza, per completezza di informazione e correttezza verso la fonte (come del resto facciamo ogni volta che su questo blog riportiamo testi pubblicati originariamente altrove).

    2. “operazione di sciacallaggio” potrebbe essere (ma non necessariamente) pubblicare un romanzo non completato e non editato da un autore ossessionato dalla precisione (e con questo dubbio in testa minimum fax ha deciso di non tentare nemmeno a pubblicare the pale king, posto che magari l’agente letterario di wallace lo avrebbe dato a einaudi comunque). e in ogni caso, ci saranno sempre infiniti e inconciliabili dibattiti su qualsiasi opera pubblicata postuma: opportunità vs opportunismo. non è un dibattito nuovo, e non mi sembra questi commenti facciano procedere il dibattito critico in maniera decisiva.

    3. l’autore di questo libro è invece david lipsky, che vive e scrive e lotta insieme a noi. pertanto il libro non è postumo.

    4. minimum fax prima ancora di fare un’offerta all’agente di lipsky (per un libro che ci è sembrato e ci sembra comunque assai importante perché permette al lettore di avvicinarsi alla vulcanica mente di david foster wallace) si è fatta venire tutti gli scrupoli del caso, e ha chiesto alla famiglia di wallace se il fatto di pubblicare questo libro-intervista postumo potesse in qualche modo incrinare il rapporto con loro, se sembrava una pubblicazione adeguata, e in generale se loro avevano un buon giudizio di quel libro. solo dopo il via libera abbiamo mandato un’offerta all’agente di lipsky.

    5. minimum fax ha pubblicato da sempre libri-intervista, nessuno ha pensato fosse un’operazione di sciacallaggio l’aver pubblicato, per dire, l’intervista a carver o a simenon o a faulkner, eppure erano morti anche loro quando li abbiamo pubblicati.

    6. minimum fax ha pubblicato libri difficili e assai poco vendibili di wallace per anni, a partire dal 1997, credendo nel progetto di scoperta di un autore per noi molto significativo, anche quando i suoi libri vendevano poche centinaia di copie. ora vendono un po’ di più e non per questo crediamo di doverci vergognare di continuare ad averlo in catalogo solo perché è morto. siamo i primi a rammaricarci del fatto che del successo crescente e delle conseguentemente aumentate royalties degli ultimi anni, post mortem, non sia lui a goderne (e comunque non parliamo di numeri anche lontanamente paragonabili a quelle di, che so, un regalo da tiffany). eppure, credetemi, wallace era stato molto felice di firmare un contratto con minimum fax nel 1996 anche se l’anticipo era stato di cinquecentomila lire, perché era il primo contratto per la pubblicazione di un suo libro al di fuori dei confini angloamericani.

    7. scorregge postume credo – potrei sbagliarmi – che ne abbiamo poche in catalogo. di novità interessanti (ovviamente il giudizio è soggettivo) un po’ in più. altrettanto soggettivamente potranno non piacerti, tinker, ma negare che ne abbiamo pubblicate mi sembra scorretto.

  7. mazingazeta scrive:

    Mettiamola così, questo libro è come una scalinata che accede ad un corridoio dove tutte le porte rappresentano i slibri di Dfw e possono aprirsi per chi incuriosito non lo conosce ancora. Come nei live musicali che si suonavano una volta quando c’era l’intro e poi il vero concerto.
    Nonostante questo, egli è stato uno che aveva q.cosa da dire e ci è riuscito, altri no.

  8. gianfilippo scrive:

    Ritiro i toni aspri su cui vedo essersi un po’ tutti allineati.
    Spero che basti per chiarire un punto che mi sta particolarmente a cuore e a farvi (nel senso di minimum) accettare la mia critica, asciugandola di ogni insulto più o meno velato (e in effetti gratuito -almeno da parte mia).
    Mi permetto di ritornare su quel dibattito critico (in cui pare siamo andati tutti male) di cui parla Cassini e di riportare il suo contributo in merito:

    un libro che ci è sembrato e ci sembra comunque assai importante perché permette al lettore di avvicinarsi alla vulcanica mente di david foster wallace.

    Affermare l’importanza di un libro del vegeto Lipsky per assolvere quel lavoro che un qualsiasi libro del proprietario della vulcanica mente realizza in maniera mille volte più efficace, secondo me equivale a dire una bugia.

    Personalmente penso invece che si tratti di un libro inutile e che sia pericoloso assegnare un valore conoscitivo (spero non addirittura letterario) alle opinioni di uno scrittore (tra l’altro raccolte nel casino biblico di un tour promozionale – c’è un’immagine che nega più fortemente quel controllo ossessivo sulle proprie parole di cui a ragione parla Cassini?).

    Le parole di uno scrittore non credo possano mai prescindere dalla forma (in un saggio o in una lezione per esempio queste due cose vanno insieme): spogliarle di ogni senso letterario gettandole nel mondo dell’aleatorio in cui ogni opinione vale quanto qualsiasi altra è una cosa grave e irrispettosa.

    Mi sembra una ramificazione (e qui forse scado di nuovo nell’euforia dell’insulto) della logica berlusconiana dell’indefinito per la quale su uno stesso piano coesistono atti creativi e opinioni, cose “importanti” e cose inutili, scrittori e non scrittori.
    E questo credo che Wallace non se lo meriti né ce lo meritiamo noi.

  9. marco scrive:

    non è la prima volta che DFW espone questi concetti “banali”. si vede che questa, nonostante stile non banale e non elementare dei suoi libri, era una sua idea, che alla fine, in parole povere – come dice lui – era quello che pensava.
    un’altra delle sue idee banali che ogni tanto esponeva, era che la letteratura sta perdendo grip sulla gente, si sta allontanando, rintanando nelle torri d’avorio.
    aprire se stesso con concetti “banali” (e non parlo per forza di questo libro, che non ho letto) forse era il suo modo di essere un po’ più comunicativo. in questo non ci vedo proprio nulla di male, o che nuocia alla sua immagine.

    oltretutto questo non è uno dei suoi romanzi, che vi aspettavate di trovarci, 200 pagine di note?

  10. marcocassini scrive:

    ehi gianfilippo,
    intanto abbiamo ritirato i toni aspri, ed è già un buon risultato. benissimo.

    sul fatto che “Le parole di uno scrittore non […] possano mai prescindere dalla forma” chi non concorderebbe?
    come pure sulla faccenda che “in un saggio o in una lezione per esempio queste due cose vanno insieme”.
    e infatti questo libro non è, né ti viene presentato, come un saggio o come una lezione DI wallace, bensì come “una conversazione personale”, fatta fra lipsky e wallace “all’indomani dell’uscita americana di Infinite Jest”, di cui “questa è la fedele trascrizione”.
    per cui, nessuno ha commesso l’inesattezza, o fatto la furbata, o la sciacallata, di definirla “Il nuovo libro di wallace”, “la sua raccolta di saggi” o “il libro postumo che il mondo stava aspettando”. lo abbiamo pubblicato senza enfasi, presentandolo sul sito, nei comunicati stampa, nelle schede, e nei paratesti del libro stesso (da cui sono tratte le parole virgolettate che ho riportato poco sopra) esattamente per quello che è. senza spacciarlo per quello che non è, e come è nostro costume senza cercare di far fesso il lettore. lasciami dire che altri avrebbero forse pubblicato questo materiale in maniera diversa, davvero furba e sciacallesca.)

    e non credo che pubblicare un libro come questo significhi volerlo porre sullo stesso piano dell’opera dello scrittore, ma può essere utile a conoscere qualcosa di più dell’autore o dell’opera (come qualunque altro saggio, ritratto, libro-intervista, libro di critica letteraria, che mi sembra tu dunque vorresti vedere abolito, per evitare il rischio che possa essere confuso con l’ogetto della sua analisi).

    PS per chiudere con un segno di pace, gianfilippo: passa pure in casa editrice, perché avrei piacere di regalartene una copia. (di questo e anche dei libri DI wallace che abbiamo pubblicato, se per caso non ce li hai.)

  11. carlo scrive:

    molti perdono il meglio, il senso delle parole perchè ossessionati dalla loro funzione. L’attenzione alle strategie comunicative come a quelle editoriali spesso toglie concentrazione a chi legge e depotenzia il testo, l’autore. sbloggando (si può dire?) ci si imbatte in acutissime osservazioni che spesso smarriscono l’insieme, mancando di adagiarsi alla e nella lettura mentre si avverte forte come una necessità di accasermare il testo. In tantissime occasioni si decreta un giudizio sommario e definitivo proprio perchè non ci si lascia prendere, si sfugge al testo. In quel poco che ho letto di dfw mi ha colpito soprattutto la passione con cui Marina Testa ha elaborato traduzione e commenti. Ecco, un rapporto così attento con le parole dell’autore dovrebbe generare a sua volta attenzione e solo quando il testo ha lavorato davvero dentro di noi possiamo giudicarlo, nel bene e nel male. Se questo percorso s’inceppa o non si avvia restano le notazioni tecniche. Forse le più noiose. E penso che dfw ad un lettore così avrebbe probabilmente dedicato un saggio di psicoterapia in stile woody allen http://www.youtube.com/watch?v=xfZb2Td4Kl4

  12. @marcocassini
    io non venni per guerreggiare, giurin giuretto. né metto in dubbio l’operato della spettabile casa, si diceva solo che di un autore importante si possono pubblicare pure gli avanzi delle unghie tagliate che tanto qualche collezionista d’unghie tagliate l’assuefazione mercantile l’ha di sicuro prodotto : vedi Bukowski (a mio avviso, sia detto tra me e lei, se non lo aveste pubblicato, avreste fatto un errore)…
    eppoi ho detto che qui, da questi pochi rovesci che si posson leggere, DFW non mi sembra in grande spolvero. c’è chi sostiene, conoscendo l’autore meglio di me, che quelle idee “banali” (e lo ribadisco) le ha sempre sostenute anche prima e dopo l’intervista in questione, allora dico che non evade dal cliché dello scrittore che dovrebbe continuare a scrivere storie e disinteressarsi di altri fatti, se non si è all’altezza. io penso che si dovrebbe parlare sempre e solo delle cose di cui si ha dimestichezza e maestranza, anche i geni, non per esser saccenti, ma perché sennò si finisce a dir luoghi comuni, o a depositarLa fuori dalla tazzina del tè.

    saluti
    dinamo seligneri

  13. marco scrive:

    qui DFW parla di letteratura, e quindi cosa di cui ha dimistichezza e maestranza, e di cui quindi “è all’altezza” (con tutto il non-senso di questa argomentazione).
    forse, fuori dai suoi libri era costretto ad essere umano e utilizzare concetti “banali” per farsi capire, forse sono questi concetti “banali” il fine di tutto quello che voleva comunicare con le sue storie. e forse, questi concetti non sono così “banali”, se la maggior parte delle persone li screditano e li sottovalutano.

  14. Il livello di permalosità mi sembra si sia alzato, nonostante il mio commento fosse soprattutto improntato a mano ironica.
    Io non ho da difendere niente, mentre lei forse sì. Le discussioni interessanti non procedono per questi binari.
    Saluti

  15. Davide scrive:

    Questo estratto uscito su repubblica mi pare comunque meglio dell’imbarazzante “assaggio” scaricabile dal sito di minimum fax, del tutto simile, per forma e contenuti, ad un’ intercettazione telefonica. Dopo averla letta e dopo aver confrontato il titolo da scaffale d’ipermercato con il titolo inglese originale, avevo deciso di spendere meglio i miei soldi. E credo che manterrò il proposito.

  16. Tinker scrive:

    @marcocassini:
    Ho detto che per campare si fanno anche cose brutte. Ovviamente nulla nella mia frase faceva intendere che l’intero catalogo minimum è zeppo di queste cose, altrimenti credo che non avreste tanti lettori fedeli che vi seguono e approvano le vostre scelte. Si capisce che alcuni autori come Wallace li amate alla follia, e questo è bello perché chi vi segue vede la passione che ci mettete.

    Ho detto “i lettori di minimum gradirebbero qualche novità” non “i lettori di minimum gradirebbero qualche novità interessante”. Diciamo che i vostri autori nord americani non mi piacciono molto, ecco tutto, e questo ovviamente non significa che li creda oggettivamente brutti. Quello che credo è che siano tutti un po’ troppo simili tra loro, ecco perché parlavo di novità. Personalmente sto attendendo una virata da parte vostra, magari un cambiamento molto graduale, perché se avete avuto la capacità di scovare dei gioielli rarissimi come Carver e Wallace c’è da sperare che magari ne troverete altri. Quello che mi permettevo di dire è semplice: non vi appiattite su scrittori che più o meno tentano di emulare grandi autori come Wallace e Carver. Può darsi che mi sbagli, magari i dieci sotterranei che ho a casa non sono abbastanza per dare un giudizio su una intera collana, però te la butto qui così, senza grosse pretese ovviamente.

    Continuerò a tenervi d’occhio e a comprare qualcuno dei vostri libri.
    Un saluto cordiale

  17. speakingparts scrive:

    Solo per citarne alcuni. Le scoperte: Kevin Canty, John O’Brien, Julia Davis, Angela Pneuman, Steven Sherrill, A. M.Homes, Matthew Klam, Thom Jones, Lydia Davis, lo straordinario Charles d’Ambrosio; poter leggere in italiano Richard Yates, John Barth, Donald Barthelme, e quello che non avevo letto di Jonathan Lethem e Rick Moody. Per me
    ce n’è abbastanza per fare di Minimum Fax una casa editrice unica nel panorama italiano. E chi la segue da anni conosce molto bene l’approccio, animato non solo da passione, che è evidente e perfino scontato, ma da un senso di autentico rispetto, stima, e direi quasi di un moto di amicizia e di “amore” verso i libri e gli autori che pubblica (lo stesso che prova un lettore che non sia impegnato a fare il critico da salotto e a decidere cosa sia all’altezza e cosa no) – David Foster Wallace compreso. Molto, molto prima che DFW fosse definito “un personaggio”.
    A farne “un personaggio” non sarà certo la pubblicazione di un’intervista, casomai sono state le letture superficiali venute in seguito alla sua scomparsa, il chiacchericcio, le masturbazioni. Mi pare che una singola osservazione di david foster wallace sul mondo in cui viviamo sia un indizio della mostruosa capacità di autoperpetrarsi, produrre banalità, rimasticarle e risputarle in circolo, di quello stesso mondo, altro che rotocalchi e operazioni commerciali.
    p.s. per le anime belle che se lo stessero chiedendo, non ho alcun rapporto personale con minimum fax, se non quello che può avere una lettrice “amorosa”, appunto, e cassini non mi ha inviato 10 dollari per intervenire: si difende benissimo con i fatti.
    Lasciate parlare i FATTI, per una volta.

  18. girolamo scrive:

    Sarà che ho fatto in tempo a studiare con Anceschi, che mi ha educato a ritenere non eludibili le pagine degli autori che parlano di sé e della propria visione del mondo, dell’arte e di tutto quanto il resto – letterarietà o meno, fanno parte di quella cosa chiamata “poetica”: ma io, da lettore accanito di DFW, trovo importante avere 200 pp. della poetica di DFW medesimo. Se poi cadrà nella banalità o meno, questo lo saprò a libro finito, e solo allora: non ho fretta. In ogni caso, questo libro-intervista tutto è, fuorché (cito) “opinioni di uno scrittore (…) raccolte nel casino biblico di un tour promozionale”, ossia non sono fazzolettini scribacchiati da DFW e ramazzati dal bidone della spazzatura fuori dall’hotel da un Lipsky travisato da Debenedetti (Tommaso).
    E sarà che io ho letto (e mi sono anche studiato) “Petrolio”, ben sapendo che tipo di oggetto letterario era (e anche il Kafka che Kafka non voleva fosse pubblicato, se è per questo): io leggerò anche “The pale king”, senza credere che sia “l’ultimo romanzo di DFW”.

  19. Larry Massino scrive:

    Lasciate parlare i FATTI, potrebbe nascondere una grave insinuazione ai danni di chi si pare sostenere… giusto per dire che di parole si tratta, che son scivolose, a volte importanti altre meno, a volte rivolte ad alcuni altre volte ad altri, magari quest’ultimi meno addentro le quistioni chiacchierative del luccicante mondo delle contemporanee lettere… anche se parole di DWF, sempre di parole si tratta (lo conosco poco e mi riservo di supplire al più presto; ma se è uno scrittore così complesso come dite in tanti, come avrà fatto a tradurlo uno scrittore semplicistico come quello?).

  20. Davide scrive:

    @speakingparts
    uh…per includere matthew klam in quell’elenco qualche dollaro devi averlo preso però. ?!?

  21. speakingparts scrive:

    @larry
    non ho capito a quali oscure insinuazioni ti riferiresti. Mi sono limitata, da persona che ama leggere, a elencare solo alcuni degli autori che sono approdati in italia, in traduzioni eccellenti, grazie al lavoro di minimum fax. Questi sono fatti, inconfutabili.
    Minimum fax segue david foster wallace (come altri scrittori che ho citato prima) da tempo e onestamente mi ha irritato che qualcuno qui piombasse come un avvoltoio a blaterare di sciacallaggio.
    Non si tratta “sempre e solo di parole”: altro che parole. ciò che si pubblica fa la differenza nei FATTI, per me, lettore, che trova in libreria una valida alternativa ai pamphlet di fabio volo e mangiapregama (alte posizioni in classifica) e magari si fa anche un’idea di quanto sia vivace e fertile la letteratura americana contemporanea (e non: se un domani si pubblicasse la nota della spesa di John Barth sarebbe sempre e comunque più interessante del 90% di quanto si pubblica in Italia).
    Si sproloquia tanto di cultura in questo miserabile paese, e poi quando finalmente arriva qualcuno che lavora nell’editoria senza per questo diventare un untore di spazzatura scritta, letta e quindi PENSATA, ecco che qualcuno sente disperatamente la necessità di dire la sua senza magari nemmeno aver letto, o aver voglia di leggere.
    @davide
    klam è stato uno dei tanti giovani scrittori che ho scoperto con piacere.

  22. Davide scrive:

    @speakingparts

    se fabio volo non andasse in classifica che gusto ci sarebbe a leggere un matthew klam splendido TQ inserito nell’infinitissima lista dei 20 scrittori più promettenti degli states secondo il new yorkerrrrrr? poco gusto, no?

  23. gianfilippo scrive:

    davvero dici? ma io mi vergogno anche di andare a riscuotere alla snai.
    se entro e dico “ciao sono gianfilippo, dovreste avere un libro per me” sicuro che non mi accompagnano alla porta?
    p.s. è un gesto molto carino, anche solo il pensiero.

  24. Larry Massino scrive:

    @speakingparts

    a modo mio, avevo detto esattamente che Minimun Fax fa bene a pubblicare testi più frivoli di scrittori complicati… mi dispiace averti irritata, la mia era solo una battuta, non contro di te, essendo che i FATTI, linguisticamente parlando, sono anche i tossici… la lingua, quando ci si mette, è crudele… Comunque, hai ragione a dire che in questo paese si sproloquia tanto di cultura. A modo mio. Next time.

  25. Maurizio scrive:

    Concetti banali, dite? Io mi ci sono specchiato così tanto da avere i brividi…
    Concetti semplici, diretti. Perchè banali?

  26. Alfo scrive:

    Io davvero non comprendo fino in fondo molti dei Vostri commenti. Innanzitutto cosa c’entra il fatto che non vi piacciano alcune o tutte le “riflessioni” che David Foster Wallace propone all’intervistatore David Lipsky con l’opportunità o meno da parte di Minumum Fax, che senza commettere falso o mistificazione alcuna, decide di pubblicarle? Vivo o morto, Wallace sapeva che le sue osservazioni sarebbero finite stampate e si farebbe torto alla sua indubitabile intelligenza, se si considerassero le sue osservazioni come estorte, quasi come rubate: non è così! Ovvio che rispondere a un’intervista non ha nulla a che vedere con il gesto maniacale dello scrittore. Gesto attraverso il quale ogni parola, ogni frase è, o dovrebbe essere, l’esito di una profonda meditazione e di una strategia comunicativa/narrativa profondamente progettata. Ma il punto è che le riflessioni di Wallace sono in parte banali, perché la realtà lo è. Molti tra voi, sono così fortunati da vedere chiaramente l’acqua in cui sono immersi. Si sentono fradici e non vogliono sentirsi dire che sono bagnati, lo sanno già: buon per loro! C’è anche però chi l’acqua non la vede così chiaramente e chi, nonostante la veda, preferisce comunque sentire che sensazione ne ricavano gli altri, magari qualcuno come Wallace che di cose da dire ne aveva e ne avrebbe avute tante, più o meno geniali certo, ma non vale per tutti? Non capisco che male possa fare sentirlo riflettere davanti un caffè, o mentre autografa il suo libro o mentre tenta, come qualunque essere umano, di farsi un’idea sul mondo che lo circonda. Si scopre un Wallace umano? Anche troppo umano, rispetto all’icona del genio eclettico che si è guadagnato, innanzitutto attraverso i suoi libri? probabile… ma è Wallace. Sapeva quello che stava dicendo, sapeva che lo stava dicendo a un giornalista, se ne è preso la responsabilità. E soprattutto Wallace non ha bisogno di paladini improvvisati che lo difendano dal proprio stesso pensiero… né soprattutto di censura alcuna. Ovviamente attendo con ansia tutte le vostre osservazioni illuminanti sul mondo della letteratura e dell’editoria, o semplicemente sul mondo. Spero siano pubblicate e spero che mi tocchino il cuore e le mente. Temo però che tacciare di banalità le osservazioni degli altri, sia immensamente più semplice che produrne di proprie.

  27. speakingparts scrive:

    concordo con gli ultimi due commenti: ma infatti certi mi sembra siano partiti dalla lettura di un paio di estratti, nemmeno del libro, per cianciare di “sciacallaggio” e sentenziare “banalità”, “rutti e scoregge” addirittura. Sulla ridicola teoria dello sciacallaggio nemmeno spreco più tempo; sulla natura di chi definisce “banale” muoversi in un mondo come il nostro e descriverlo come ha saputo fare dfw, sia pure in queste conversazioni registrate, ci sarebbe da riflettere. Posso dire solo che se sentissi per caso una sola di queste “banalità” in autobus o mentre vado a lavoro, la mia giornata sarebbe sensibilmente diversa.
    E adesso che ho appena finito il libro, aggiungo che la sensazione è quasi di privilegio, di aver potuto “ascoltare” ancora la voce di david wallace, mai tanto vicina all’esperienza (e alla fatica anche) di vivere, quella di tutti, un po’ come nel discorso agli studenti di ‘questa è l’acqua’ che alfo richiama.

  28. Davide scrive:

    Poi il libro l’ho comprato e letto anch’io (contrariamente al mio proposito di qualche post addietro…) e penso che la “banalità” è un prodotto inevitabile del non-stile scelto da lipsky per confezionare il suo libro-intervista. Il non-stile di lipsky è lo sbobinamento (sorvolando sui pensierini lipskiani inseriti tra parentesi quadre, mediamente irritanti). Se sbobinassimo einstein troveremmo pure lì una serie di minchiate (in questo senso più su parlavo di “intercettazioni”). Resto dell’idea che il libro potesse essere meglio confezionato, o che tutti quei nastri potessero essere infine “distillati” in una “vera” intervista come da progetto originario di Rolling Stone. E non riesco a togliermi dalla testa una serie di domande. Perchè Lipsky non ha pubblicato l’intervista prima? (la risposta che fornisce nel libro non mi soddisfa e anzi accresce i dubbi) Potrebbe questo libro dare il via ad altri libri ottenuti “semplicemente” sbobinando interviste? E poi la domanda finale, retorica per chi ha letto il libro: questo libro a DFW sarebbe piaciuto? (la domanda sarebbe evitabilissima se tutta l'”operazione” non fosse morbidamente avvolta in un atmosfera di dichiarazioni d’affetto…). Anche se il post è invecchiato, mi piacerebbe che lì a minimum fax qualcuno rispondesse…

  29. Pedro scrive:

    A me sembra invece che la banalità sia in molti dei commenti che leggo.
    Che la sbobinatura di 5 giornate di chiacchere di una mente comunque di grande livello contenga anche banalità mi sembra ovvio.
    Il libro di Lipsky non si presenta sugli scaffali e dal marketing come un distillato di saggezza, la macerazione di una vita di riflessioni, ma come la trascrizione di tutto il materiale che è stato raccolto per la realizzazione di un articolo su un rotocalco di grande diffusione.
    Mi pare di leggere le lamentele di chi compra un tetrapak di vino e si lamenta di non trovarvi uno Chateau Lafitte alla temperatura giusta.
    Salvo osservare che dentro non c’è affatto un tavernello ma del vino da antipasto veramente ottimo.
    Non cogliere la differenza tra un libro dell’autore e un libro intervista sull’autore mi pare abbastanza grossolano.
    Se uno è contrario al metodo Sainte Beuve, semplicemente si disinteressi del genere bibliografia o notizie sull’autore, ma perché impedire a chi la pensa diversamente di attingere informazioni?
    Ciò per tacere che molte delle critiche mi pare facciano grossolanamente torto a una persona dalla sensibilità (umana e letteraria) che mi pare decisamente fuori dal comune quale Martina Testa. Persona che non conosco assolutamente ma per capire qualcosa della quale è sufficiente leggere anche solo da lontano, in controluce, in penombra, a caso, qualche riga.

  30. ciglie scrive:

    Troppo facile però tranciare tutto con l’etichetta”banale”. Anzi, forse qui c’è un DFW privo di effetti letterari, di quelle intuizioni elettriche che magari appartenevano più ai suoi personaggi che a lui. In sostanza i pensieri che si possono avere su certi argomenti non è che debbano sempre essere fuori dal coro, il buon senso accomuna anche le idee delle persone. Ha parlato della sua idea di letteratura, cosa può fare:”Ci sono cose che la grande letteratura può fare e che altre forme d’arte non riescono a fare così bene. E la principale mi sembra che sia il fatto di poter saltare al di là del muro dell’identità individuale e descrivere la propria esperienza interiore; e provocare, direi, una sorta di conversazione intima fra due coscienze. ” Della contemporaneità e di come alla base però le cose importanti che ci riguardano e di cui parlare nei libri siano sempre le stesse:”Il trucco che dovrà fare la letteratura, per come la vedo io, sarà cercare di creare una ricchezza di dettagli e un linguaggio in grado di mostrare… sarà cercare di creare una mimesi efficace quanto basta per mostrare che in realtà non è cambiato nulla. […] Che ciò che è sempre stato importante è ancora importante.”…banale? A chi ha delle idee così radicalmente innovative allora dico…prego sono tutto orecchi…

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  1. […] Un estratto da Come diventare se stessi, il libro di David Lipsky su Foster […]

  2. […] (photocredit: minima&moralia) […]



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