ISBN: 0-316-76965-7

L’ultima notte di James Salter

ISBN: 0-316-76965-7

(fonte immagine)

Come avviene spesso anche nei suoi romanzi, nell’Ultima notte, la raccolta di racconti di James Salter da poco pubblicata da Guanda con traduzione di Katia Bagnoli, non è semplice seguire le vicende dei personaggi che di volta in volta si affacciano numerosi sulla scena. Ma non perché di loro si dica troppo poco. Gli eroi di Salter non sono mai solamente abbozzati, nemmeno quando se ne parla soltanto per poche righe: sono sempre degli universi compiuti, anche quelli che svaniscono quasi subito senza lasciare traccia nel seguito della narrazione.

È come se l’autore si fosse prefisso di mostrarci solamente una piccola parte di un mondo complesso e stratificato; come nella teoria hemingwayana dell’iceberg, i lettori possono percepire solo una porzione del personaggio, ma dai pochi dettagli che ne vengono rivelati riescono a presagire tutta la complessità che rimane nell’ombra. I dettagli, del resto, per Salter sono l’unico aspetto percepibile della realtà, gli accidenti in cui si manifesta l’articolata fenomenologia dell’umano.

Nel racconto intitolato «Mio signore»,a un certo punto c’è una festa. Una donna sta parlando. Di lei non sappiamo quasi nulla: il marito è morto di tumore al cervello, e al funerale si sono presentate due sconosciute. La donna ha supposto che fossero amanti del marito, o forse innamorate di lui. Due capoversi in tutto, poi la donna esce di scena per sempre. Sono personaggi transeunti, superflui eppure importanti. Danno la misura della relazione, del tempo che trascorre, della sterminatezza che si cela dietro l’inessenzialità di ogni individuo.

Diverso è il caso di Brennan, un altro personaggio dello stesso racconto. Viene descritto così: «un uomo ubriaco, con una giacca e dei pantaloni che erano stati bianchi, chiazzati di sangue che aveva perso tagliandosi il labbro, un paio d’ore prima, mentre si faceva la barba. Aveva i capelli umidi, un viso arrogante. I tratti erano quelli di un duca della Reggenza, prepotente e viziato. Nei suoi occhi brillava una luce irrazionale».

Quanti altri autori si sarebbero presi la briga di fornire simili dettagli tanto meravigliosamente marginali? Brennan non è un personaggio secondario. La sua precoce uscita di scena non è nient’altro che uno stratagemma per posizionarlo sotto un forte riflettore che – pur trovandosi dietro le quinte – è ancora più potente di quelli che fanno luce ai personaggi sulpalcoscenico. Quella sera stessa, Brennan finisce fuori strada con l’automobile e da quel momento,fino alla fine del racconto, di lui si perdono le tracce, ma il riflesso irrazionale che brilla nei suoi occhi è una luce sghemba che dà un indirizzo a tutto il racconto.

In «Palm Court» Arthur è un agente di borsa.Ha appena ricevuto le cifre di un investimento sbagliato. Tra i clienti che hanno perso un mucchio di soldi nell’operazione c’è Morris: «Morris aveva una scrivania vicino alla fotocopiatrice, una scrivania di cortesia. Era stato socio, ma quando era andato in pensione si era ritrovato con niente da fare – odiava la Florida e non giocava a golf –, così era tornato in ditta e lavorava per se stesso. Bastava l’età a tenerlo separato dagli altri. Era un cimelio con una perfetta dentatura posticcia e viveva come imprigionato fra due strati d’ambra insieme a una moglie anziana quanto lui».

Morris è un personaggio marginale nel racconto, ma l’autore ci regala questa bellissima descrizione della sua esistenza separata da quella degli altri, impreziosita dai due strati d’ambra metaforici tra i quali si trova intrappolata. Non esistono dettagli importanti e dettagli inutili. Spesso la descrizione di una sensazione è approssimativa come la sensazione stessa. Ma ogni informazione contribuisce a confezionare la storia con eguale dignità. Anzi, quelle apparentemente meno rilevanti formano un castone meraviglioso in cui le informazioni essenziali si raccolgono per brillare, per rendere allo specchio della narrazione la luce della verità.

A volte vengono forniti al lettore dettagli incompleti, che non gli impediscono di comprendere quanto viene detto, ma che lo costringono a compiere uno sforzo di immaginazione. Sempre in «Palm Court», Arthur ha una storia con Noreen. Arthur lavora da Frackman & Wells. I due si vedono tutti i giorni, di solito al Goldie’s, oppure da Clarke’s. Non ci è dato sapere se i nomi di questi locali siano reali oppure inventati, ma d’istinto propendiamo per la seconda ipotesi. A un certo punto ci viene data un’informazione in più: «Lei lavorava alla Grey Advertising, il che facilitava i loro incontri».

Ovviamente non riusciamo a comprendere immediatamente per quale motivo questo fatto facilitasse i loro incontri. Possiamo supporre che gli uffici della Grey Advertising siano in prossimità della Frackman & Wells, o vicini ai locali che i due frequentavano. Ma non è importante. Ciò che conta è che la carenza informativa accresce il volume del non detto. Quanto non viene perfettamente spiegato, anziché costituire una carenza, va ad alimentare il repertorio di oscurità che come un buco nero ci attira con una potenza smisurata verso il cuore della narrazione.

In «Bangkok» il narratore introduce i due personaggi principali già nella prima frase: «Hollis era sul retro, accanto a un tavolo coperto di libri con uno spazio libero nel mezzo, quando entrò Carol». Sui due non ci vengono fornite molte informazioni. Impareremo a capire chi sono pian piano, andando avanti con la lettura. Della donna tuttavia ci viene data un’informazione relativa al suo abbigliamento: «Lei, elegante come sempre, indossava un pullover di lana grigio e una gonna attillata». Sembrerebbe un dettaglio apparentemente privo di rilevanza. A volte, tuttavia, svelare un particolare di un personaggio aiuta a coglierne l’essenza più intima, è più importante che rivelarne l’identità.

Salter gioca un po’ con il lettore. Ingarbuglia le informazioni che gli fornisce, si diverte a portarlo fuori strada. A un certo punto, a pagina 139, durante un dialogo tra Hollis e Carol in cui non è chiaro il turno delle battute, qualcuno si rivolge a qualcun altro chiamandolo Chris, un personaggio che fino a quel momento non è stato mai nominato. Chi è questo Chris? Uno dei due personaggi fino a quel momento sulla scena, a cui è stato cambiato il nome per qualche ragione? Un terzo personaggio subentrato senza clamore, del quale il narratore non ha ritenuto opportuno fornire ulteriori informazioni? L’autore non ci aiuta, e siamo costretti a proseguire nella lettura con la speranza che ci venga in soccorso in qualche maniera. Ma solamente tre pagine dopo, a pagina 142, l’autore svela il mistero. Non lo fa direttamente, con una dichiarazione esplicita, ma tramite questo scambio di battute:

«Dimmi una cosa, Chris, mi amavi?»

«Se ti amavo?» Hollis era rimasto appoggiato allo schienale della poltrona.

Con un minimo di attenzione, il lettore comprende che Chris è il nome con cui Carol chiama Hollis. Ma perché il narratore non lo ha detto immediatamente? A volte non è importante mettere in ordine i tasselli del flusso informativo; è sufficiente gettare un fascio di luce su una realtà mutevole, anche se incongrua o inafferrabile.

Alla stregua dei personaggi, nemmeno gli eventi hanno sempre un filo conduttore chiaro. In «Arlington» si susseguono senza un ordine preciso. Newell litiga spesso con sua moglie Jana, una ragazza cecoslovacca bellissima. Un certo Westerveldt va a casa loro per parlargli, per tentare di fargli evitare guai, ma non si capisce esattamente di quali guai possa trattarsi.Poi di punto in bianco il narratore inizia a raccontare rapidamente la storia di Westerveldt, la sua vita e la sua morte a cinquantotto anni per una leucemia. E infine ci viene detto che Jana abbandona Newell e che questi trova un’altra donna con cui si risposa. Tutti questi eventi non sembrano legati tra loro da un ordine particolare. Non c’è una storia comune sottesa a tutti gli avvenimenti narrati.

Il racconto si tiene su alcuni dettagli che donano vita ai personaggi e li rendono perfettamente compiuti. Come nel caso della seconda moglie di Newell, che viene descritta così: «Era più vecchia di lui, aveva due figli già grandi e dei problemi ai piedi che le consentivano di percorrere solo brevi distanze, dall’automobile al supermercato».Oppure grazie a delle scene lunari, accese di una segretezza notturna, che danno luce in poche righe a tutto il racconto, come l’amplesso tra Newell e Jana con cui la donna vuole ricompensarlo per un atto di generosità: «Nuda gli si mise a cavalcioni e, carezzandosi le natiche, con lui sotto quasi sul punto di svenire, lo cavalcò. Una notte che Newell non avrebbe mai dimenticato».

«L’ultima notte», la storia che dà il titolo alla raccolta, è un racconto più tradizionale. La narrazione è chiara, la trama ben delineata e originale. Una donna, malata terminale, decide di porre fine alla propria esistenza. Il marito avrebbe dovuto praticarle un’iniezione letale, ma prima i due coniugi vogliono godersi un’ultima serata in cui decidono di andare al ristorante insieme a un’amica. Il racconto abbonda come al solito di particolari, che questa volta sono più funzionali rispetto alla trama: l’abbigliamento della donna per la cena, la scelta del vino, la camicia da notte e il trucco con cui la donna si prepara per l’estremo passo. Ma il dettaglio più toccante ancora una volta riguarda un aspetto marginale della storia. Il marito, dopo averle praticato l’iniezione, ricopre la moglie con la coperta e abbandona la stanza: «Lentamente scese le scale. Lo assalì un senso di sollievo, sollievo enorme e tristezza. Fuori le monumentali nuvole azzurre riempivano la notte». È su questa apertura sul paesaggio serale e la sua maestosità che il racconto trova la sua compiutezza, più che nel finale a sorpresa del racconto, più che nella misura ineccepibile dei suoi passaggi finali, degni di un narratore grandissimo.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove vive e lavora. Scrive di letteratura e di cinema su alcune riviste e blog culturali. Redige una rassegna di poesia italiana contemporanea per Nuovi Argomenti, di cui è redattore. Traduce per il mensile 451 gli articoli della New York Review of Books. Ha pubblicato Il poema della leggerezza. Gnoseologia della metamorfosi nell’Alcyone di Gabriele d’Annunzio (Bulzoni, 1998). Nel 2012 ha fatto il suo esordio come poeta su Nuovi Argomenti.
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