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L’ultimo discorso di Thomas Mann

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(Immagine: il  monumento a Wagner al Tiergarten (Berlino). La foto è di Ubaldo Villani-Lubelli)

di Ubaldo Villani-Lubelli

Un congedo imprevisto dal proprio Paese. Il discorso Dolore e grandezza di Richard Wagner che Thomas Mann tenne il 10 febbraio del 1933 all’Università di Monaco fu l’ultima apparizione del grande scrittore tedesco in Germania prima dell’esilio. Nei giorni successivi all’incontro di Monaco, tenutosi in occasione del cinquantenario della morte di Wagner, Mann si recò ad Amsterdam, Bruxelles e Parigi per ripetere la stessa conferenza.

Nel frattempo gli eventi politici in Germania precipitarono. Già il 30 gennaio Hitler aveva giurato come Cancelliere. Ma l’evento che cambiò radicalmente gli equilibri fu l’incendio del Reichstag del 27 febbraio a cui seguironoil decreto che sospese molti diritti civili fondamentali, le libertà personali e d’espressione garantiti dalla costituzione della Repubblica di Weimar (1919) e, successivamente,il decreto dei pieni poteri (24 marzo) dopo che il 5 marzo Hitler aveva vinto le elezioni politiche. A quel punto il leader nazionalsocialista aveva instaurato la sua dittatura.

A Thomas Mann, che aveva sempre criticato le manifestazioni di intolleranza dei nazisti e che nel 1930, a Berlino, si era rivolto pubblicamente alla borghesia tedesca con un Appello alla ragione!, fu consigliato di non far ritorno in Patria. Ci ritornerà soltanto nel 1949 per celebrare i duecento anni di Goethe nella Paulskirche di Francoforte e in quell’occasione si rivolse ai suoi connazionali: «Io non ero emigrato, ero partito soltanto per un viaggio. E all’improvviso mi ritrovai emigrato». Una risposta a chi lo aveva criticato per aver assistito ai crimini del Nazismo e alla seconda guerra mondiale da lontano, dagli Stati Uniti.

Il Wagner di Thomas Mann

Il discorso Dolore e grandezza di Richard Wagner, irrispettosa interpretazione di un genio e simbolo della cultura nazionale tedesca come Richard Wagner – almeno secondo i nazisti – fu il pretesto per attaccare Thomas Mann e costringerlo all’esilio. Il paradosso è che Thomas Mann era un grande ammiratore di Wagner. D’altronde la Germania in cui lo scrittore tedesco si era formato era segnata da tre grandi filosofi e intellettuali – Schopenhauer, Nietzsche e, appunto, Wagner – a cui Mann aveva dedicato gran parte dei suoi studi:

«La passione per l’opera incantatrice di Wagner accompagna la mia vita da quando ne ebbi conoscenza e cominciai a conquistarla, a comprenderla. Quel che le debbo di godimento e d’insegnamento non lo potrò mai dimenticare, né obliare le ore di profonda felicità solitaria pur tra le folle dei teatri, ore piene di brividi e di voluttà dei nervi e dell’intelletto, illuminate da comprensioni commoventi e grandiose, quali solo quest’arte sa concedere. Mai si è rilassata la mia curiosità, mai mi sono saziato di ascoltarla, di ammirarla, di sorvegliarla … non senza diffidenza, lo ammetto; mai i dubbi, le riserve, le censure, per nulla intaccarono quell’arte, non più dell’immortale critica antiwagneriana di Nietzsche, che a me è sempre apparsa un panegirico con segno opposto, una nuova  forma di esaltazione. Essa era amoroso odio, autoflagellazione. L’arte di Wagner fu la grande passione nella vita di Nietzsche» (Thomas Mann, Dolore e grandezza di Richard Wagner).

In questa dichiarazione di ammirazione per la musica di Wagner riecheggiano le parole de Il Mondo come volontà e rappresentazione in cui Schopenhauer considerava la musica la più «grande e sublime» delle arti: «l’effetto della musica è tanto più potente e insinuante di quello delle altre arti: queste ci danno appena il riflesso, mentre la musica esprime l’essenza»Per Mann il filosofo tedesco resterà un fondamentale punto di riferimento culturale tanto che tornerà ad occuparsene nel 1938 con un altro saggio costruito per salvaguardare un’altra grande personalità della storia tedesca che rischiava di venire utilizzata dalla propaganda nazista.

L’importanza della filosofia di Schopenhauer in Wagner è descritta in modo dettagliato nel discorso che gli causò l’esilio: «L’incontro con la filosofia di Arthur Schopenhauer è l’evento culminante nella vita di Wagner. Nessuna esperienza intellettuale precedente … lo eguaglia per importanza personale e storica, giacché essa significò confronto supremo, profonda conferma di sé, redenzione spirituale per colui che ne veniva legittimamente “toccato”, e senza dubbio essa sola aprì alla sua musica il coraggioso varco liberatore» (Thomas Mann, Dolore e grandezza di Richard Wagner).

Il triangolo Schopenhauer-Wagner-Nietzsche resta essenziale per la formazione di Thomas Mann che vivrà in sé il dissidio tra la vocazione artistica e le regole della borghesia mercantile di Lubecca a cui era stato educato. Questo dissidio verrà fuori, molto più tardi, in alcuni dei suoi romanzi brevi.

Wagner e la borghesia tedesca

Visto nel contesto storico di profonda incertezza e preoccupazione politica il tema più difficile toccato da Thomas Mann nel suo ultimo discorso in Germania è il legame di Wagner con la parabola della borghesia tedesca: la sua adesione ai moti del ’48, il suo entusiasmo “socialista”, e, infine, la sua estraneità rispetto alla Germania:

«Richard Wagner … non fu certo patriota nel senso dello stato-potenza, ma piuttosto socialista, utopista culturale mirante ad una società senza distinzione di classi, liberata dal lusso e dalla maledizione dell’oro, fondata sull’amore; insomma il pubblico ideale sognato per la sua arte. Il suo cuore era per i poveri contro i ricchi. La sua partecipazione ai moti del ’48, che gli costò un tormentoso esilio di dodici anni, fu da lui sin dove possibile sminuita e rinnegata più tardi, quando si vergognava del suo “nefando” ottimismo e si sforza di scambiare la realtà concreta dell’impero bismarkiano con l’attuazione dei suoi sogni. Egli ha percorso il cammino della borghesia tedesca: dalla rivoluzione alla delusione, al pessimismo e all’intimismo rassegnato all’ombra del potere… Nei suoi scritti troviamo queste parole non molto tedesche: Chi se la svigna dalla politica mente a se stesso! Uno spirito così vivo e radicale aveva naturalmente chiara coscienza dell’unità del problema umano, della inscindibilità fra spirito e politica: egli non ha condiviso l’autoillusione del borghese tedesco di poter essere uomo di cultura all’infuori della politica, il folle errore, responsabile della sventura tedesca. Il suo rapporto con la patria rimane … quello di un solitario incompreso e nauseato…» (Thomas Mann, Dolore e grandezza di Richard Wagner)

Wagner e il germanesimo

L’ultimo tema affrontato da Thomas Mann è il rapporto di Wagner con il germanesimo, un elemento che interessava molto ai nazisti che avevano fatto del richiamo all’identità e alla tradizione germanica uno dei loro punti di forza. E qui, Mann, interpretando il più autentico spirito wagneriano, rilegge il compositore tedesco in modo diametralmente opposto rispetto ad alcune facili strumentalizzazioni:

«La musica di Wagner è più nazionale che popolare. Essa ha molti caratteri sentiti particolarmente dallo straniero come tedeschi, ma serba pur sempre un marchio inequivocabilmente cosmopolita … Wagner è tedesco, è nazionale, lo è in modo esemplare, forse troppo esemplare. Giacché la sua vasta opera, oltre a rappresentare una rivelazione eruttiva della natura tedesca, ne è anche un’interpretazione scenica, il cui intellettualismo e la cui efficacia pubblicitaria giungono sino al grottesco, sino alla parodia, trascinando il pubblico internazionale a gridar fra brividi di curiosità: Ah, ca c’est bienallemand, par exemple! Questo germanesimo, dunque, benché vero e possente, è venato e pervaso di modernità, è decorativo, analitico, intellettuale, e da ciò deriva la sua forza suggestiva, la sua capacità innata di successo cosmopolita. L’arte di Wagner è la più sensazionale autoesibizione ed autocritica della natura tedesca che sia mai concepibile, fatta in modo da rendere interessante il germanesimo anche per lo straniero più ottuso: occuparsi di lei con passione significa sempre anche occuparsi appassionatamente di quel tedeschismo che essa esalta in forma critico-decorativa. In ciò sta il suo nazionalismo, ma questo nazionalismo è tanto compenetrato da estetismo europeo, da renderlo inetto a qualunque semplificazione.» (Thomas Mann, Dolore e grandezza di Richard Wagner)

Nella sua lettura colta e raffinata, Thomas Mann interpreta Wagner oltre qualsiasi comoda interpretazione, liberandolo dal tentativo dei nazisti di impadronirsene. Non è un caso che chiude il suo intervento così: «Un’ultima parola di Wagner come spirito, sul suo rapporto con il passato e con l’avvenire. Anche qui sussistono una duplicità e una interferenza di apparenti contraddizioni nel suo carattere, rispondenti all’antitesi fra germanesimo ed europeismo.»(Thomas Mann, Dolore e grandezza di Richard Wagner)

Thomas Mann e la Germania

Leggere questo Thomas Mann – scrive Mazzino Montinari, editore italiano della traduzione italiana della lezione dello scrittore tedesco –  ci aiuta ad afferrare la rugosità della storia, la complessità del ventesimo secolo, di cui Wagner fu l’artista sintetico, ci aiuta a pensare le condizioni nelle quali furono possibili la sua arte e il suo successo.

Dopo il 10 febbraio del 1933 Thomas Mann, che nel 1929 aveva vinto il Premio Nobel per al letteratura, si trasferì in Svizzera fino poi a lasciare l’Europa e trasferirsi negli Stati Uniti, dove insegnerà all’Università «a non odiare la Germania per quella che era ma a rispettarla per quanto essa, nel corso della storia, ha prodotto» (Fabrizio Pasanisi, Bert e il Mago, Nutrimenti 2013) e durante la seconda guerra mondiale terrà anche dei famosi discorsi alla radio (BBC). Negli anni statunitensi Mann svilupperà forti critiche nei confronti del popolo tedesco. Nel Doktor Faustus, feroce critica alla società tedesca, scrive: «ma uomini tedeschi, a decine, a centinaia di migliaia hanno commesso ciò che fa rabbrividire l’umanità; e ogni forma di vita tedesca fa orrore ed è esempio del male

Dopo la guerra, il nome di Thomas Mann fu spesso citato per il primo Presidente della nuova Repubblica Federale Tedesca, ma lo scrittore declinò l’offerta. In realtà non fece mai più stabile ritorno in Patria, ma visse gli ultimi anni della sua vita (dal 1952 al 1955) in Svizzera. La ferita tra Mann e la Germania (e il suo popolo) non verrà mai del tutto rimarginata. Morirà a ottant’anni nell’estate del 1955 senza poter vedere la lunga, faticosa (ma riuscita) ricostruzione morale e politica del suo Paese.

Commenti
Un commento a “L’ultimo discorso di Thomas Mann”
  1. Mario Valentino scrive:

    Mi sembra il caso di aggiungere, alla descrizione iniziale dell’intrecciarsi degli eventi sociali e politici che costrinsero Mann a non far ritorno in Germania (essendovisi allontanato solo per andare ad Amsterdam, prima tappa di un ciclo di conferenze), un fatto che viene spesso, talvolta volutamente, dimenticato, e che però immagino ferì molto (in aggiunta a tutto il resto, ovvio) Mann, sul piano personale.

    Il 16 aprile di quell’anno fu pubblicato sui giornali un appello titolato “Protesta di Monaco città wagneriana”, il quale fu – cito dalla nota presente a p. 1714 di Mann, Nobilità dello spirito, che contiene anche il saggio in commento – “una sorta di manifesto (sottoscritto, purtroppo, anche da personalità eminenti quali Hans Pzitzner e Richard Strauss) nel quale, fraintendendo e manipolando in maniera piuttosto goffa il pensiero dello scrittore, lo si accusava in sostanza di nutrire, e propagandare anche all’estero, sentimenti antipatriottici”.

    Un documento di impressionante valore storico (potrei allegare l’immagine dell’originale, ma non so come si fa), che aiuta a comprendere che atmosfera si respirava in Germania in quei giorni, anche da parte di teste (presunte) pensanti.

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