Giacomo Verde Diario

La lunga danza di Giacomo Verde

Giacomo Verde Diario

È difficile sintetizzare la parabola artistica di Giacomo Verde, uno dei pionieri italiani del video teatro e della net art, che si è spento la notte tra l’1 e il 2 maggio a causa di una lunga malattia. Ma forse si può riuscire a capire lo spirito del suo lavoro mettendo assieme i mondi diversissimi che ha attraversato.

Conosciuto soprattutto come videomaker e tecnoartista, prima della svolta tecnologica Giacomo Verde ha fatto il “cantastorie”, ha improvvisato in ottava rima con Sandro Berti, che poi sarebbe confluito nella Banda Osiris, e ha attraversato la grande stagione del teatro in piazza che aveva come fulcro il festival di Santarcangelo degli esordi. Questo interesse per la dimensione popolare del teatro non è mai venuta meno, anche quando ha abbracciato la sperimentazione visuale. Per questo oltre ad aver sperimentato di tutto e ad aver collaborato con molti artisti di danza e di teatro, nei suoi progetti una vena popolare, comunicativa, da teatro di strada non mancava mai. Personaggi digitali come “Bit” – dedicato ai bambini, che animava con un guanto connesso al computer – mescolavano il teatro di figura con l’animazione digitale e trovavano la loro migliore collocazione nella piazza, per interagire con il pubblico della strada.

La dimensione del teatro di figura non mancava nemmeno nei videoracconti, che per primo ideò e realizzò, utilizzando oggetti da muovere di fronte a una telecamera creando delle vere e proprie narrazioni. Tra le tante collaborazioni vanno ricordati il Teatro delle Albe e Aldes di Roberto Castello, che nell’ultimo periodo ha prodotto i suoi spettacoli, tra i quali il “Piccolo diario dei malanni”, il suo ultimo lavoro del 2019, dove appuntò una serie di riflessioni autobiografiche attorno alla malattia, orchestrando un racconto di immagini, oggetti e parole, grazie all’utilizzo di una lavagna luminosa e del racconto.

Realizzato con la consueta grazia, con uno stile minimale senza cedimenti, in grado di stemperare le retoriche che – quando si parla di cancro – sono sempre inevitabilmente dietro l’angolo, il “Piccolo diario dei malanni” è una sorta di testamento artistico, che si apre con un’immagine particolare: quella di una mela. Giacomo Verde spiega i vari modi di mangiarla e di sbucciarla, quelli abituali, affermando poi che ne esiste un altro che rende la mela più buona. Occorre tagliare il frutto orizzontalmente, spaccandolo in due metà. Spaccando il torsolo in questo modo compaiono due stelle a cinque punta (la sede dei semi) che sono anche simbolo dell’uomo, simbolo di vita. Che la mela sia connessa ai molti miti legati alla conoscenza e alla vita è cosa che sanno praticamente tutti, e Giacomo Verde la accenna appena, lasciandola echeggiare e poi aleggiare sopra la scrivania dove comincia a sfogliare, in favore di telecamera, il suo piccolo diario. Si tratta di un sketchbook che riceve in regalo dal fratello e sul quale comincia ad annotare fatti, avvenimenti, impressioni, viaggi di lavoro.

Un mosaico della quotidianità, fatto di piccoli entusiasmi e piccoli delusioni, dove la malattia fa la sua comparsa solo molto dopo. Il racconto si snoda lungo le gioie e i dolori della vita lavorativa, come la possibilità sfumata di un format televisivo per il suo Bit, e le disavventure di un artista indipendente che finisce in semifinale a Italia’s got talent ma ha il conto in banca vuoto e soli quindici euro in tasca. In pochi disegni abbozzati, con qualche parola sottolineata a rimarcare un sentimento, Giacomo Verde affresca in modo puntuale la crisi di identità del movimento artistico di cui ha fatto parte, sempre in bilico tra il riconoscimento e il non essere considerati, un moto ondulatorio che riflette la metamorfosi da arte a intrattenimento che un pezzo di mondo artistico ha compiuto per seguire le logiche produttive.

In questo mondo l’artista è un ircocervo, una specie in via di estinzione forse persino immaginaria, portatore di creatività che viene apprezzata eppure il più delle volte incapace di parlare la lingua dello show business. Poi gli eventi si susseguono, verificandosi con la consueta imprevedibilità, che devia i percorsi e smotta le strade sulle quali si stava procedendo: la morte della madre, quella di due amici, la tristezza, le incognite, la speranza legata ai figli.

E poi la malattia, come ennesimo inciampo, forse quello più grande, ma raccontato ancora una volta con la compostezza che lo contraddistingue per tutto il racconto, con le parole misurate, quelle giuste, senza strafare. Quando sarò guarito, dice, voglio andare a Roma a piedi come i pellegrini, per ringraziare il cielo e la luna, per danzare arabeschi e terminare così questo piccolo diario dei malanni. Lo spettacolo si chiude proprio sulle note di una melodia araba, che Giacomo Verde attraversa con una danza strana, accennata, dolce, che sembra non finire mai, un inno alla vita e un’esortazione a continuare nonostante tutto.

La mela, simbolo di vita, e la caparbia leggerezza danza aprono e chiudono l’intimità delicata di questo diario minimale, che è certamente una confessione ma anche un luminoso resoconto della vita ostinata e contraria dell’artista. Tutto è innegabilmente ciò che è ma tutto può essere costantemente reinventato. Tutto finisce ma niente davvero lo fa. E allora poco importa se le cose non finiscono sempre come le si racconta negli spettacoli. L’importante è continuare a raccontarle, perché poi qualcuno continuerà a raccontarle per noi.

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NB: Questa piccola recensione tardiva non può rendere conto di una carriera lunga e variegata che altri stanno raccontando oltre e meglio di me, ricordando pure il suo essere una “persona gentile”, qualità che indubbiamente traspariva dai suoi lavori. Per chi volesse approfondire il suo pensiero sul teatro, il video, l’arte, esiste un volume intitolato “Artivismo tecnologico” (edizioni Biblioteca Franco Serrantini).

Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l’opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell’Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch’esso Stati d’Eccezione.
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