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Lungo «Lo stradone», l’ultimo romanzo di Francesco Pecoraro

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di Marco Renzi

È vero: la scrittura oggi è alla portata di tutti, ma fare letteratura resta ancora un lavoro per pochi. Il compito del critico e del lettore più attento è dunque quello di individuare questi pochi scrittori, segnalarli e restituire loro lo spazio che meritano.

Francesco Pecoraro, tuttavia, non necessita di molte presentazioni, essendo uno degli autori più interessanti apparsi nel panorama editoriale italiano negli ultimi quindici-vent’anni. Già La vita in tempo di pace (2013) aveva messo in luce una scrittura notevole e una capacità davvero rara di leggere sia la contemporaneità sia i settant’anni del dopoguerra, il più lungo periodo di pace ininterrotta che la Storia ricordi. Tali peculiarità restano inalterate nello Stradone (uscito per Ponte alle Grazie), dove di nuovo riemergono nodi cruciali del nostro tempo, pur con una struttura abbastanza diversa, sicuramente più prossima al saggio.

Pecoraro si affida qui a un narratore senza nome: un uomo sopra la sessantina, un abitante della Città di Dio, più precisamente della Sacca (Valle Aurelia), un tempo popolata da fornaciai e ora luogo assai rappresentativo dell’odierno «ristagno».

Anni addietro, tutto era in mano al Partito; vigeva un ordine per il quale ognuno sembrava avere il suo posto nel mondo, i diritti si acquisivano e non si perdevano. Con la crisi dei valori, con l’utopia comunista fagocitata dal consumismo e dal neoliberismo, il Novecento è andato pian piano sgretolandosi: un concetto che l’io narrante ribadisce a più riprese, considerandosi – a ragione – un figlio di quell’epoca, uno che per un po’ ha pure creduto in quel sogno.

Non è poi un caso che la parola «novecentesco» sia ricorsiva nel testo: il Novecento è il vero spettro che si aggira per queste pagine, assieme allo sguardo del protagonista; uno sguardo che sviscera e analizza, critica e non fa sconti né ai suoi simili e né a chi legge, né tanto meno a sé stesso.

Il personaggio che accompagna il lettore sullo stradone del titolo ha vissuto sulla propria pelle le trasformazioni di una borghesia pian piano confluita in quello che lui chiama «il grande ripieno», uno strato sociale col tempo fattosi più ampio e più variegato, in cui il ceto medio impoverito convive con quanto resta del proletariato e con gli innumerevoli pensionati popolanti l’Urbe. Il narratore appartiene a quest’ultima categoria: malgrado tutto, la sua è una posizione privilegiata, caratterizzata da una stabilità della quale i giovani sono stati privati.

La sua esistenza si sposa con la consapevolezza della fine: sa che morirà nella stagnazione, condizione ormai irreversibile. Può quindi permettersi di osservare con passività, pur prodigandosi in analisi acute e spietate.

«Èd è anche vero che tanto più è de-strutturato e desolante il paesaggio urbano in cui vivi, quanto pià il supermercato ti risulta accogliente come una piazza medievale a mezza estate, solo che qui nessuno parla, tutti si aggirano per i banchi di esposizione consapevoli di essere lì insieme, gomito a  gomito, strusciandosi urtandosi ostacolandosi, ma chiedendosi scusa a vicenda, tutti diventati d’un tratto cortesi, perché momentaneamente estratti dall’urbs in cui vivono—dove la cortesia non è contemplata, perché genericamente vista come segno di debolezza, cioè di non-odio o disprezzo reciproco, di non-sopraffazione, che nella Città di Dio sono obbligatori—e magicamente ridiventati civitas. È l’essere-con-la-merce che ci ammansisce e ci tiene uniti, con la merce che, anche nello sfasciume slabbrato del Quadrante, fluisce e si auto-promuove senza sosta».

Non essendoci una trama vera e propria da spiegare, nessuna storia con un principio e una conclusione, anche ciò indicativo della distanza tra Pecoraro e molta narrativa corrente volta al mero intrattenimento di qualità, si può dire che il resoconto di questo anziano spazia dalla sua vicenda personale a quella dei luoghi raccontati e descritti.

Nel suo passato troviamo una carriera accademica mai decollata, con a fianco un Maestro su cui fare affidamento: una sorta di faro della notte, un rapporto anch’esso figlio di un mondo in via di estinzione. C’è un Partito in cui riconoscersi: dispensatore di ideologie, etica, cultura. In seguito, il lavoro al Ministero; i soldi facili, il passaggio dal Partito Comunista al Partito Socialista. Da lì, il coinvolgimento nella corruzione e la breve parentesi carceraria, la ripresa del lavoro e una pensione durante la quale questo signore vorrebbe lavorare su un saggio di storia dell’arte. Ma continua a rimandare, preferendo scivolare in una routine composta di acquisti compulsivi in libreria, di camminate a passo svelto per rimanere decentemente in forma e di soste al Bar Porcacci, dove il consorzio umano dello stradone si ritrova per un caffè, una colazione, una pausa pranzo, per una chiacchierata al volo.

Il Porcacci, luogo già noto a chi ha seguito lo scrittore romano dai tempi del suo blog e nei suoi post sui social, è il nucleo centrale del romanzo, il punto di snodo in cui s’incontrano i lavoratori e i pensionati, le donne e gli uomini, gli immigrati e gli italiani, i vecchi e i giovani. Sembrano però esserci perlopiù anziani col cane a parlare del più e del meno – dei prezzi, della tintura dei capelli, di cibo –, a fare sporadici accenni a una politica ormai del tutto sostituita dalla Squadra, nel nostro caso l’A.S. Roma.

Il nostro narratore partecipa con distacco a una miseria che è in parte anche la sua; si guarda intorno  e poi rievoca l’anno 1908, in cui Lenin visitò la Sacca e incontrò i lavoratori delle fornaci desiderosi di rivoluzione. Non si sa se sia Storia o leggenda: ma è senz’altro un aneddoto in cui rifugiarsi dinanzi alle odierne brutture, e serve all’ex-comunista a riscoprire l’utopista che era in lui, nonché a rivivere i momenti nei quali quell’angolo di mondo era produttivo e rispondeva a una precisa identità. Invece, quel che i primi venti anni del nuovo secolo ci comunicano è un immobilismo privo di segnali di cambiamento: la Roma di Pecoraro, col suo Stradone, il suo Bar Porcacci, i suoi anziani, i suoi fruttivendoli bengalesi, incarna alla perfezione l’immagine di un Paese alla deriva e sull’orlo del baratro.

La fenomenologia urbana corrente del Quadrante mi restituirebbe, se ci credessi, l’immagine di un paese invecchiato indebolito stanco svogliato disinteressato abulico attaccato alla tv dei canali del servizio pubblico, la cui prima notizia è sempre ciò che ha fatto/detto il papa energico, o il papa buono, o il papa teologico distante un po’ nazista, o il papa della liberazione, purificatore delle sentine del Tempio, mentre i canali privati da decenni raccontano le cose in modo diverso, nella direzione di un’auto-indulgenza pagana consumista godereccia ficaiola. Un paese che nella seconda metà del Novecento ha dato il meglio di sé e adesso non ce la fa, non ne vuole più sapere della realtà che si suppone ci sia oltre le Torri ex-IACP, al di là di queste montagnole di argilla, all’esterno della cintura dei Grandi Ospedali, dove un intero mondo preme e cambia in continuazione le carte in tavola, i patti, il linguaggio, gli oggetti, le condizioni stesse del vivere».

«Potente» può essere il giusto aggettivo per definire la prosa di Pecoraro: per il modo denso eppure affilato di veicolare i pensieri del protagonista, per il periodare ampio ma non per questo a digiuno di schiettezza, campione di romanità sui generis, ma al tempo stesso lontano dalla comune idea di romanità goliardica.

Ottimo il lavoro sul linguaggio, incentrato su un alternarsi di alto e basso, con la parlata romanesca a far da intercalare, tanto nei corsivi posti tra un paragrafo e l’altro, quanto nel bel mezzo di frasi più articolate. Non si può parlare di impostazione gaddiana, come un po’ poteva far pensare La vita in tempo di pace: piuttosto, di una personalissima rilettura dell’italiano da parte dello scrittore; un italiano di questi giorni ma con le radici piantate nella tradizione. Vengono poi abbandonati i tre celiniani puntini di sospensione presenti nel romanzo precedente, rimpiazzati qui da un segno di interpunzione fatto di tre trattini (—), usato per costruire i frequenti incisi.

Attraverso la commistione di vocabolario tecnico, sia questo tecnico-scientifico o appartenente alla sfera artistico-architettonica, l’autore riversa nel testo anni di letture saggistiche e il suo mestiere di architetto e disegnatore: i suoi disegni, a cominciare dalla copertina, compaiono infatti qua e là, insieme a descrizioni minuziose e geometriche, spesso riguardanti particolari apparentemente di poco conto, esempi di degrado eppure a loro modo affascinanti. Lo stradone è dunque un testo narrativo tendente al saggio, un tipo di romanzo sempre più presente nella migliore narrativa italiana contemporanea (penso ad esempio al recente Sogni e favole di Emanuele Trevi, il quale lavora in modo differente).

Appoggiarsi ad altre forme di scrittura è forse un modo che la letteratura ha trovato per sopravvivere? Oppure rivela la capacità di rinnovarsi e la versatilità della forma-romanzo, tuttora imprescindibile e ideale per descrivere, capire, rimasticare il mondo, la realtà e noi stessi, anche in mezzo alle miriadi di immagini e parole alle quali veniamo sottoposti ogni giorno?

Le opzioni potrebbero essere ambedue vere: è certo però che Pecoraro e il suo libro ci fanno comprendere quanto ancora oggi ci sia bisogno di letteratura. Ovvio: una letteratura che non faccia sentire il lettore una persona migliore: non accomodante, non a tesi o a tema. Una letteratura che dia schiaffi, alle volte anche dei calci in bocca ben assestati, facendo anche ridere. Già, perché Pecoraro fa ridere, quando ci si mette pure di gusto, sebbene quello suscitato sia riso amaro, doloroso, perso nel cemento dello stradone, nei palazzi ex IACP, nei supermercati aperti ventiquattrore al giorno, nello specchio di una disillusione e di un immobilismo che è anche quello che stiamo vivendo.

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