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“L’università sconosciuta”: lo smarrimento nelle poesie di Roberto Bolaño

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“Di sedie, di tramonti extra,
di pistole che accarezzano
i nostri migliori amici
è fatta la morte”.

Quando cominciamo a leggere le poesie di Roberto Bolaño dobbiamo essere disposti a fare due cose, a smarrirci come i suoi detective e a dimenticare tutto ciò che conosciamo, perché il primo a dimenticare è proprio chi ha scritto le poesie. Dimenticare, nel caso dei testi di Bolaño, non vuol dire non ricordare, non bisogna privarsi della memoria o della reminiscenza.

L’autore ci insegna che il significato delle cose sta soprattutto in quello che si è perso, che si è disposti a perdere, se dimentichiamo ampliamo il campo da gioco del ricordo, possiamo sottrarre l’illusione all’ordinario, possiamo raccontarci che molte cose le abbiamo sognate, che molti sogni li abbiamo vissuti, che parte di quello che abbiamo vissuto non ha alcun senso, che potrebbe non esistere, che in qualche modo non esistiamo, e se esistiamo – questo dice Bolaño – è soltanto nelle pagine di letteratura che abbiamo letto, per nostra fortuna, poi, in quelle che l’autore cileno ha scritto.

La mappa dell’opera di Bolaño non si compie mai – come il lettore ideale di Manguel che non esaurisce mai la geografia di un libro – non finisce mai il suo percorso e continua a reinventarsi libro dopo libro; chi si dissolve è chi legge che può prendersi il gusto e il divertimento di scomporsi in tanti piccoli lettori, cercando l’origine di un personaggio di un racconto in una poesia, trovando dentro un romanzo un verso letto qualche tempo prima. In questo solco si inserisce L’università sconosciuta, che esce oggi da Sur, tradotto in maniera sublime (come sempre) da Ilide Carmignani.

Mi merito tutto, capo, non accenda la luce.
Automobili silenziose di una città straniera.
Non ho idea di dove mi trovo, di che posto è,
l’ultima immagine della realtà, se ben ricordo,
era una ragazza che chiudeva le serrande
di un emporio.
Cos’è successo a quella ragazza?
Non lo so, ricordo solo che aveva i capelli rossi
e che mi ha fissato per qualche istante
e poi si è avviata giù per la strada
verso il centro di questo miserabile paese.

Il volume è la summa di tutta l’opera poetica di Roberto Bolaño, che completa il percorso che Sur ha cominciato pubblicando prima Tre e in seguito I Cani romantici (sempre tradotti da Carmignani). Diversi testi delle due raccolte precedenti sono confluiti ne L’università sconosciuta per volontà dello scrittore cileno, che intendeva con questo volume lasciare un vero e proprio testamento.

Nel 1993 subito dopo essere stato dimesso dall’ospedale, quelli sono i tempi d’origine della malattia che se lo portò via nel 2003, troppo giovane ma in grado di lasciare un’opera letteraria tra le più potenti, varie e significative del Novecento. Se si pensa alla letteratura, non solo sudamericana, Bolaño è il nostro uomo. Il libro è curato da Carolina López, che nella nota finale spiega il lavoro sui manoscritti, battuti a macchina e annotati dallo scrittore cileno, che a quanto pare era molto scrupoloso e aveva le idee molto chiare su cosa dovesse essere compreso e cosa escluso. La ricerca sui manoscritti è stata integrata dalle cartelle salvate sul computer di Bolaño (chi non vorrebbe entrare su quel desktop?). López ha fatto un ottimo lavoro, la volontà dell’autore è stata rispettata e il lettore ha tra le mani un libro meraviglioso.

La morte è un’automobile
con due o tre amici lontani.

Le poesie sono state scritte tra il 1977 e il 1992/1993, origine e cronologia sono spiegate dallo stesso Bolaño, in una nota, ci si commuove anche in quelle due paginette leggendo cose come: “[…] disperato davanti alla prospettiva di non vedere più mio figlio, a chi potevo affidarlo se non ai libri?” Oppure sorridiamo, riconoscendolo in tutto e per tutto, quando scrive: “LE POESIE PERDUTE sono, come dice il nome, poesie perdute”.

I temi della poesia di Bolaño sono molti e qui si sovrappongono, si mescolano. Versi pieni di passioni, di riferimenti e di influenze letterarie, da Burroughs a Jimenez, da Pascal alla fantascienza. Il Cile della dittatura, il paese da cui scappare. Il Messico della salvezza, della speranza, dei detective e della poesia. Barcellona sofferta e amata. L’oblio, il sesso, la povertà, le bevute, la testardaggine, la caparbietà. Lo scrittore cileno non ha mai smesso nemmeno un istante di voler fare una cosa soltanto: letteratura. E così ha fatto, viene in mente Eduardo De Filippo quando nel sua ultima apparizione pubblica disse: “Una vita di sacrifici e di gelo. Così si fa il teatro, così ho fatto”.

Bolaño così ha fatto la letteratura, attraversandola, ogni rinuncia o sacrificio che ha dovuto fare è servito ad aggiungere un tassello alla sua opera. Come dice Lethem “Ha dimostrato che la letteratura è in grado di fare qualunque cosa”, messa nelle mani giuste. La vita di Bolaño non è un’opera letteraria ma la letteratura deve moltissimo al fatto che lui sia vissuto nel modo in cui ha vissuto, e al fatto che abbia scritto.

Ti regalerò un abisso, disse lei,
ma in modo così sottile che lo percepirai soltanto
quando saranno passati molti anni
e sarai lontano dal Messico e da me.
Lo scoprirai quando più ne avrai bisogno,
e non sarà
il lieto fine,
ma sarà comunque un istante vuoto di felicità.
E forse allora ti ricorderai di me,
anche se non molto.

Smarriti, scrivevo all’inizio, sì, perché in queste poesie il modo di raccontare la realtà non è quello solito. La realtà qui diventa racconto fantastico, il surreale domina, l’ironia corrode, il verso scuote e ci costringe a guardare oltre le finestre, ciò che vediamo è il giardino sporco di rifiuti, dopo che quattro versi del cileno hanno infranto il vetro.

Bolaño scrive poesie di un solo verso, prose lunghe come racconti brevi, prose brevissime, poemetti, versi liberi e in metrica. Se la strada dei poeti è quella (citandolo) in cui non vuole andare nessuno, lui prende quel territorio e ce lo porta in casa, nessuno potrà fare finta di niente. Versi che ritroviamo pari pari in un racconto o in un romanzo, una serie di prose in cui si spiega la nascita di un personaggio, versi dolorosi, dediche struggenti, puttane e amori indimenticabili, la malinconia per la gioventù e per il Cile che s’intravede in alcune poesie di una bellezza micidiale.”a spendere i miei soldi sul limitare dell’università sconosciuta”. Perché è sconosciuta l’università? Non perché non si trovi il posto in cui imparare né perché non si impari mai, ma perché tutto è ignoto, ciò che non sappiamo è la certezza, è la spinta a proseguire. E poi è una citazione omaggio ad Alfred Bester. I taccuini vergati a mano nelle notti in cui faceva il campeggiatore, le ultime poesie struggenti dedicate (e per) il figlio. Il sangue, il riso, la vita e la morte. L’amicizia che conta più di ogni cosa. Mentre si legge si vede il cielo del Messico di notte, anche se non è mai scritto e tornano in mente a uno a uno tutti i personaggi di Bolaño, tutte le storie che ci hanno fatto innamorare della sua scrittura.

Hanno chiuso la zona. A quest’ora
in piedi ci sono solo i cordoni
della polizia, le coppiette che non escono
dalle camere,
il padrone del bar indifferente e calvo,
la luna nel lucernario.
Sogno un fine settimana
pieno di poliziotti morti e di automobili
che bruciano sulla spiaggia.
Giovani corpi timidi, così
riassumeremo questi anni:
giovani corpi timidi che si raggrinziscono,
che sorridono e studiano stravaccati
nella vasca da bagno vuota.

A un certo punto viene voglia di prendere il libro, uscire all’aperto e recitare qualche verso al vento, come a dire: “Hey, questo è Roberto Bolaño, non lo avete ancora letto?”. Le poesie qui raccolte sono tutte bellissime, sono una sola, sono mille, sono cilene, sono europee, sono irregolari, sono indimenticabili.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
Commenti
3 Commenti a ““L’università sconosciuta”: lo smarrimento nelle poesie di Roberto Bolaño”
  1. Antonio scrive:

    Scusate, ma non voglio essere volgare.
    Ma chi è che propone questi soggetti?
    Totò saprebbe cosa fare.
    L’ho visto in un suo film, fece chiudere un occhio……..Vi prego BASTA

  2. Angelo Ferrarini scrive:

    grazie anche e scusate – cose parole necessarie per vedere

  3. Marco Fiodo scrive:

    Amo Bolano, oggi mi sento una lezione di Giuseppe Montesano sullo scrittore cileno, però spero che prima o poi la continua proposizione dei suoi libri anno dopo anno si fermi un po’. Lasciamolo un po’ tranquillo per favore , basta con questa “gravidanza continua” dalla cartella del suo computer

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