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L’universo alternativo degli Stereolab

Alla fine del secondo conflitto mondiale le due principali potenze vincitrici, USA e URSS, valutarono l’ipotesi di dividere il continente europeo in due blocchi contrapposti, che avrebbero seguito modelli politici, sociali ed economici del tutto antitetici. Videro però che non aveva senso e decisero che no, non ci sarebbero stati un blocco capitalista e uno comunista, un piano Marshall e uno Molotov: invece, un’Europa ricostruita nel segno del socialismo, ovvero l’unica sintesi su cui potessero convergere. In accordo con l’idea secondo la quale un corretto approccio epistemologico alla storia dovrebbe prendere in considerazione non solo ciò che è accaduto, ma anche tutto quello che sarebbe potuto accadere, possiamo immaginare che in un simile scenario la musica degli Stereolab, invece di rappresentare un fortunato unicum nella storia del rock, sarebbe stata considerata la più precisa rappresentazione dello spirito del tempo.

La prima cosa che colpisce è la dimensione transnazionale del gruppo, sia per quanto riguarda la formazione che le sonorità. Il nucleo fondamentale della band è composto infatti da Laetitia Sadier, francese, e Tim Gane, inglese. La musica è un’indescrivibile miscela di troppe cose – diremo lounge music, jazz, pop, funk e bossa nova, senza comunque risultare esaurienti – impastata di psichedelia con tastiere decisamente vintage e sorretta dai ritmi motorik tipici del krautrock tedesco. Tutto sommato, una formula tanto strana da far finire gli Stereolab tra i gruppi a cui il critico musicale Simon Reynolds fece ricorso quando coniò il termine post-rock in un articolo apparso sul mensile The Wire nel 1994.

Poi ci sono i testi. Perché se gli Stereolab con le loro sonorità sono stati maestri con ben pochi allievi all’altezza (vale la pena menzionare i Broadcast tra le eccezioni più significative), è l’unione tra la musica e i testi a rendere a malapena credibile che una band del genere sia davvero esistita, che faccia parte delle cose realmente accadute. Attenzione però, perché parlare degli Stereolab al passato è sbagliato per almeno due ragioni: innanzitutto il gruppo non si è mai sciolto, nonostante per dieci lunghi anni, a partire dal 2009, sia letteralmente sparito dalla circolazione, con Tim Gane impegnato nel nuovo progetto Cavern of Anti-Matter e Laetitia Sadier divisa tra una carriera solista e apparizioni sempre molto ricercate (la più recente nel buon album Under Pressure dei tedeschi Von Spar).

In tutto questo tempo, come spesso accade a chi fa perdere le proprie tracce, la popolarità degli Stereolab non ha fatto che aumentare, alimentata tra l’altro da fan piuttosto famosi come Pharrell Williams e Tyler, The Creator; ma – ecco la seconda e principale ragione – degli Stereolab bisogna parlare al presente perché sono tornati in attività, con un nuovo tour in programma e una serie di ristampe inaugurata dall’etichetta Warp Records, ai primi di maggio, con le expanded edition di Transient Random-Noise Bursts with Announcements e di Mars Audiac Quintet, che nel 2019 ha compiuto 25 anni. Proprio quest’ultimo è un album particolarmente importante nella loro vasta e disorientante discografia, perché segna il momento in cui tutti i tasselli dell’estetica degli Stereolab vanno per la prima volta a occupare le rispettive posizioni.

Dicevamo dei testi: contraddistinti da uno stile che attinge al surrealismo e al situazionismo, come pure all’esistenzialismo e al marxismo, oltre che da una malinconica fascinazione per i sogni e le aspirazioni dell’umanità durante l’era spaziale, vale a dire per la faccia più poetica di quella roulette russo-americana che fu la guerra fredda, affrontano questioni rare da trovare nella musica rock. Three-Dee Melodie ad esempio, il brano con cui si apre Mars Audiac Quintet, nel ritornello recita: «the meaning of existence can’t be supplied by religion or ideology». International Colouring Contest omaggia la cantante Lucia Pamela, autrice alla fine degli anni ‘60 di un album in cui immaginava un viaggio sulla Luna in compagnia dei suoi amici: Laetitia Sadier canta «before Armstrong took his steps she’d been there with friends», ed è un’affermazione non solo incantevole, ma in un certo senso esatta.

La lunga, ipnotica Anamorphose costruisce in francese, attraverso progressive ripetizioni di poche parole, una singola frase: «il n’y a rien de plus vrai que le souffle», «non c’è niente di più vero del respiro». Dietro la vivace e orecchiabile melodia del singolo Ping Pong troviamo invece una critica al capitalismo e alle sue cicliche crisi seguite da periodi di ripresa economica: «it’s alright, recovery always comes ‘round again, there’s nothing to worry if things can only get better», sembra concedere una strofa; «there’s only millions that lose their jobs and homes and sometimes accents», controbatte invece il ritornello, introducendo con mirabile eleganza – perdere il proprio accento – il tema dell’immigrazione.

Di rado gli Stereolab sono stati così espliciti come in Ping Pong, perché il loro approccio all’impegno politico è generalmente più indiretto rispetto a quello di storici gruppi militanti come i Rage Against The Machine. Laetitia Sadier e soci preferiscono semplicemente trasmettere l’idea che l’esistente si possa sempre modificare, che l’aspirazione a un cambiamento sia sempre passibile di trasformarsi in pratica: «changer la vie, changer le monde» recita Changer, in chiusura della raccolta Switched On; «if there’s been a way to build it, there’ll be a way to destroy it», ripete più volte Crest, dal già citato Transient Random-Noise Bursts with Announcements.

Si tratta di moniti preziosi in un’epoca in cui i temi distopici e apocalittici sono ormai entrati sottopelle nel cinema, nella narrativa, nei videogiochi, nelle news: dai cambiamenti climatici a quello che Shoshana Zuboff definisce capitalismo della sorveglianza, sperimentiamo una fine del mondo così come lo conosciamo che si annuncia e si dispiega con troppa lentezza per venir giudicata più urgente degli affari correnti, ma che pure a un certo punto diverrà inevitabile. Gli album degli Stereolab – come i filmati che nella serie televisiva The Man in the High Castle, liberamente ispirata all’omonimo romanzo di Philip K. Dick, mostrano alla popolazione degli Stati Uniti occupati da tedeschi e giapponesi un mondo parallelo in cui gli Alleati hanno vinto la guerra – sembrano allora manufatti ispirazionali, che giungono a ricordarci come possa sempre esistere una versione migliore di noi stessi e del mondo in cui viviamo.

Scriveva Mark Fisher nel 2013 su Dancecult: «when the present has given up on the future, we must listen for the relics of the future in the unactivated potentials of the past». Guido Morselli, molti anni prima, suggeriva in fondo qualcosa di simile in Contro-passato prossimo: «il paradosso sta dalla parte dell’accaduto: dall’altra parte se ne sta, sconfitta, quella che chiamiamo (sebbene con ottimismo) ‘logica delle cose’». A meno di non voler accettare immediatamente una narrazione da fine dei tempi, questo è davvero il momento di ignorare quello che è accaduto e pensare a ciò che sarebbe potuto e potrebbe ancora accadere. L’operazione di ristampa del catalogo degli Stereolab è proseguita a settembre con le nuove edizioni rimasterizzate di Emperor Tomato Ketchup, Dots and Loops e Cobra and Phases Group Play Voltage in the Milky Night, e si è completata ieri con quelle di Sound-Dust e Margerine Eclipse: a pensarci bene, loro non avrebbero potuto scegliere un momento migliore per tornare, e noi per tornare ad ascoltarli.

Gilles Nicoli è nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortázar morisse a Parigi. Scrive soprattutto di musica, cinema e videogiochi.
Commenti
3 Commenti a “L’universo alternativo degli Stereolab”
  1. Pablo scrive:

    Una storia bellissima, d’altri tempi

  2. andrea c. scrive:

    Spaccano.

  3. Luca scrive:

    Che nostalgia. Erano davvero un gruppo, per usare un termine abusato, seminale. Anche dal vivo erano meravigliosi. E questo bell’articolo sottolinea come i messaggi politici importanti siano spesso dove meno sembra, dove si urla meno e così arrivano più forti e più chiari a più persone, a volte più forti in quello che etichettiamo come pop che in altro (e i Beatles in questo hanno fatto scuola). I ritorni sanno sempre di muffa ma in questo caso, chissà…

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