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L’uomo che cadde sulla terra

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Quest’oggi David Bowie avrebbe compiuto settant’anni. Un anniversario reso ancora più significativo e memorabile per un’ovvia considerazione: il primo compleanno dopo la scomparsa, genialmente teatrale, del grande artista inglese, avvenuta 48 ore proprio dopo il suo compleanno.

Commentai a caldo un anno fa il complesso gioco simbolico che il Duca Bianco aveva predisposto nei suoi ultimi video e nell’ultimo disco uscito a ridosso dell’improvvisa,sconvolgente notizia della sua morte.

Un anno dopo, ne parliamo con Francesco Donadio, autore di Fantastic Voyage. Testi commentati (Arcana) imponente analisi filologica delle liriche bowiane, attualmente disponibile in edicola a un prezzo ridotto in allegato con le pubblicazioni Mondadori. Donadio presenterà quest’oggi la nuova edizione del suo libro a Roma (alle ore 18 allo Spazio Cima, nel Quartiere Coppedè).

Abbiamo avuto il piacere di anticipare con lui alcuni temi della presentazione, in particolare sul musical Lazarus, ispirato all’iconica figura interpretata da Bowie nel film L’Uomo che cadde sulla Terra.

A un anno dalla morte, cosa ha rappresentato David Bowie nella storia non solo del rock, ma della cultura e del costume degli ultimi 50 anni?

Per quanto riguarda la storia della musica, la risposta è facile: Bowie, semplicemente, è stato il più grande artista degli anni 70 – e di parte degli anni 80 -, nessuno come lui in quel periodo storico ha realizzato una sequenza di album (e di canzoni memorabili) paragonabili. Un po’ come Elvis ha dominato i 50s, e i Beatles, gli Stones e Dylan sono i simboli della rivoluzione musicale degli anni 60. Negli anni 70, è vero, ci sono stati anche i Pink Floyd e il movimento Punk, ma Bowie è senz’altro la figura dominante di quel momento storico, anche perché è stato al centro non di uno bensì di due cambiamenti di paradigma: quello Glam e quello New Wave. Essendo la musica pop anche cultura e costume, va da sé che l’impatto di Bowie in tutti questi campi è stato enorme. Non diversamente dai Beatles e da Dylan negli anni 60, Bowie è riuscito a cambiare innumerevoli vite. Non so per quanti altri artisti si possa dire una cosa del genere.

Qual è secondo te il significato più profondo e meno ovvio del suo ultimo lascito musicale?

È solo una mia opinione, ma c’è una sua indicazione (artistica e di vita) che porterò per sempre con me, ed è quella di “non ripetersi”.  Andare “oltre”, cercando di non essere mai banali. Ricordi la sua famosa frase? “Non so dove sto andando ma vi prometto che non sarà noioso”. Be’, lui avrà anche preso delle cantonate, ma noioso non lo è stato davvero mai. Basti pensare che in tutta la sua carriera ha pubblicato 28 album di studio, e sono tutti diversi, sia per stile che per concept, uno dall’altro (con le uniche eccezioni di Low e ‘Heroes’, che si possono considerare quasi un’opera unica). Penso che sia qualcosa di unico nella storia della musica. Di solito, trovato uno stile che “tira”, si tende a ripeterlo all’infinito.

Quali sono le tue riflessioni sul musical “Lazarus”?

Penso che sia un meraviglioso lascito. “Lazarus” è un perfetto compendio di tutte le tematiche che hanno fatto parte dell’opera di Bowie fin dall’inizio: l’isolamento, la fantascienza come metafora, la vita come illusione, gli “scary monsters”, la morte, la decadenza… sempre con quel pizzico di humour che non gli è mai mancato. Naturalmente, è un musical “alla Bowie”: non lineare, con dei passaggi di difficile interpretazione, ma comunque sempre molto autobiografico. Non per niente il protagonista, Thomas Jerome Newton, è un recluso in un appartamento di Manhattan tormentato dal suo passato. C’è anche un assistente che fa pensare alla sua amica storica Coco Schwab, ci sono dei riferimenti al fratellastro schizofrenico Terry Burns… Insomma, c’è molto di lui, della sua vita, delle sue passioni e dei suoi tormenti, ma naturalmente è tutto da interpretare. Anzi: da decifrare. A Bowie è sempre piaciuto fare questi “giochini”. E poi, naturalmente c’è la “sua” musica, una selezione delle sue cose migliori. La loro resa nel musical, secondo me, è ottima. Mi piacerebbe molto se un giorno qualcuno decidesse di farne un film. Duncan Jones, magari, chissà.

Tu che hai commentato i suoi testi nella monografia “Fantastic Voyage”, sapresti indicare dei versi, una strofa, una canzone o anche un momento iconico della carriera di Bowie, che possa riassumere la sua personalità artistica?

Essendo un fervente “berlinese”, se penso a Bowie penso soprattutto a Low e Heroes. Quei due dischi hanno dettato le regole di un’estetica musicale che a tutt’oggi rimane insuperata e che continua a esercitare influenza sugli artisti di oggi. Ma comunque adoro proprio tutto il mondo che quei due dischi evocano: la Berlino divisa dal Muro, la cortina di ferro, la Guerra Fredda, i pittori del movimento Bruecke, gli anni 20 di Christopher Isherwood, Iggy Pop ed Esther Friedmann, l’appartamento sulla Hauptstrasse…E il film Christiane F. naturalmente.

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
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