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L’uomo di roccia

Ci scrive Nicola Villa: sull’ultimo numero de Lo straniero (il 150-151 di dicembre 2012 -gennaio 2013) uno speciale intitolato Guerre italiane degli anni 2000 prova a fare luce su come sono cambiate le forze armate e le guerre in questi anni con articoli di Emanuele Giordana, Giuliano Battiston, Francesco Vignarca, Giulio Marcon, Nicola Lagioia e Stefano Talone. Pubblichiamo proprio l’inchiesta di quest’ultimo, L’uomo di roccia, una storia su un “corpo scelto” dell’esercito, un “marine all’italiana” che aiuta a capire com’è mutata la figura del soldato di professione in questi anni.  (Immagine: Banksy.)

di Stefano Talone

Riccardo C. vive a Formello, un paese alle porte di Roma famoso perché ci sono i campi sportivi della S.S. Lazio. Ha trent’anni e sta finendo di costruire una piccola villa in campagna dove andrà a vivere con la sua compagna.

È stato tenente dei Parà, poi si è congedato nel 2006 e ora è un costruttore edile. Non si è mai laureato, anche se avrebbe voluto, è perito industriale e lavora in uno studio di geometri ad Anguillara, nell’entroterra laziale, vicino al lago di Bracciano.

È un uomo alto, muscoloso, con gli occhi azzurri. Gli piace la vita all’aperto, fare palestra e la pesca al luccio, così ha comprato e ristrutturato una barca di legno, che ha chiamato Northern pike e quando il tempo lo permette esce con i suoi amici a pesca sul lago.

Si è arruolato nell’autunno del 2003, ma non per soldi o perché era alla ricerca di un posto fisso e ci tiene a specificarlo. Si è arruolato per passione e perché nella sua famiglia suo padre e suo fratello sono militari.

“Non vengo da un posto come i quartieri spagnoli, non l’ho fatto come tanta gente del sud, che vede l’esercito come l’equivalente di un contratto a tempo indeterminato. Ma l’ho fatto per un motivo, che è sempre stato quello: più uomo di così non puoi essere, giusto? Vai a fare il lavoro più eroico, fico e onorevole che ci sia. Per me sedermi a tavola oggi con mio padre non è come se non fossi mai partito, perché il giorno in cui sono tornato dopo essere stato in altre città, dopo avere viaggiato da solo, dopo avere convissuto con gente che non sono più i tuoi amici, da quello figlio di nessuno a quello ricco che lo fa per il gusto di farlo. Quando sono tornato a casa, dico, e ho visto gli occhi di mio padre che non mi guardavano più come un ragazzino, ma come un uomo, è stata un’altra cosa. Forse è questa la motivazione per cui sono partito”.

Dopo la sua prima e unica missione fuori dall’Italia, si è messo in società con un amico e hanno acquistato una casa da ristrutturare a Spoleto, solo che sono stati penalizzati dal passaggio lira-euro e dall’inesperienza, insomma l’affare non è andato bene. Ma Riccardo ha capito da quel giorno che il campo immobiliare faceva per lui. In pochi anni è riuscito a entrare in uno studio di geometri e ora ha un lavoro che gli piace e che gli dà soddisfazioni.

“Ho fatto un anno di università. Scienze delle comunicazioni. Ma non faceva per me. Mi sono ritrovato a fare le lezioni dentro i cinema e non ero abituato, mi sono perso subito. I primi due giorni quello a fianco a me giocava a carte e quello sopra di me si rollava le canne, ho detto giochiamo a carte e facciamoci le canne. Dopo due mesi ho deciso di arruolarmi e dare il massimo”.

Il massimo per Riccardo era la brigata Folgore e il nono gruppo di incursori col moschin. Nel 2003 ha fatto il concorso come Allievo Ufficiale di Complemento e lo ha superato. È stato mandato nel Comando Militare Scuola Fanteria di Cesano. Poco distante da Formello, dove abitava con la sua famiglia. Cinque mesi di addestramento, quello che si chiama C.A.R.

“Quando esci di lì sei già graduato. È un corso fatto per chi ha studiato. Io sono perito industriale e sono finito nel genio. Ho dovuto fare un casino per farmi spostare in fanteria, perché dal genio non potevo entrare nella Folgore. Tutti pensavano che avessi dei problemi a casa, anche perché non uscivo mai dalla caserma, ma abitavo a dieci minuti di macchina da Cesano e sapevo che non sarebbe stata un’esperienza utile se tornavo a casa la sera.

Poi avevo il problema che nel genio ti mandano o a Civitavecchia o alla Cecchignola, vicino Roma e i miei compagni non si spiegavano perché avessi fatto di tutto per finire in fanteria, dove ti spediscono chissà dove in Italia. Però il mio scopo era diventare Parà”.

Riccardo è riuscito a farsi spostare in fanteria e ha inoltrato la richiesta per la brigata Folgore. Dopo poche settimane è stato mandato al C.A.PAR.

La Caserma Gamerra di Pisa è il Centro Addestramento Paracadutisti da molti anni. Le prove di ingresso fisiche sono dieci flessioni con lo schiaffo, sia con le mani che con i piedi, cinque trazioni, 1500 mt. percorsi almeno in 6:30 minuti, salto in alto di almeno un 1,20 mt. e il salto dalla torretta. Dopo questo inizia il Corso Palestra e l’addestramento. Carrucola, tappeto, teoria del lancio, addestramento ai malfunzionamenti, tutta una serie di prove, pratiche e teoriche, che in un mese preparano la recluta al primo lancio. Ma soprattutto inquadramento nella filosofia Folgore, che è diversa da quella degli altri corpi.

“È stato come entrare a far parte dell’élite. C’è una grossa differenza tra avere fatto il militare e avere fatto il paracadutista. Cioè il militare è fare quello che dovevi fare, il parà è fare qualcosa in più rispetto a quello che dovevi fare. Dentro la brigata trovi persone di un certo spessore, molto più preparate e che hanno un’esperienza più consistente. C’è gente che si è fatta la Somalia e l’Iraq o l’Afghanistan, non ci sono persone che scaldano le sedie. È come se il militare semplice fosse l’asilo e la Folgore fosse l’università”.

Alla fine del corso c’è un’ulteriore prova fisica. Salto sul telo da cinque mt., fune a nove mt., 5000 mt. percorsi in venticinque minuti, il muro del pianto e il salto dalla torre dell’ardimento. È una torretta da cui ci si lancia attaccati a una carrucola da 14 mt. È la prova selettiva per eccellenza, se non hai paura, sei pronto. Ai militari che stanno per lanciarsi viene chiesto di urlare il proprio cognome e durante la discesa devono contare dimostrando di rimanere lucidi. Poi c’è il primo lancio.

“Doveva essere aprile o maggio del 2004. Il primo lancio ti caghi sotto e basta. Sono bassi, circa 600 mt. Hai il paracadute agganciato all’aereo, appena esci c’è il gancio della fune di vincolo che lo apre, ma comunque ti puoi fare male lo stesso ”.

Riccardo mi mostra il suo gancio. C’è scritto C.A.PAR, Pisa. È un pezzo di metallo fatto a moschettone su cui è inciso l’anno di ingresso e la matricola. Viene dato ai militari che si congedano.

Non c’è solo Pisa, a Livorno c’è il comando centrale, e un’altra caserma è a Pistoia. Riccardo ha la sua idea sul perché la brigata Folgore è dislocata per lo più in Toscana:

“Penso sia per un motivo politico che li hanno messi tutti lì. Hanno messo nel posto più rosso di tutti il corpo più nero e stronzo di tutti”.

Ma torniamo ai lanci. Dopo il terzo prendi il brevetto, dopo il quinto sei paracadutista a meno che non ti ritiri. E il quinto lancio lo fai con la MG, un mitragliatore che pesa intorno ai dodici chili, legato da sotto l’ascella fino alla caviglia. Più lo zaino. La discesa è di tre metri al secondo e il rischio di spezzarti qualcosa è molto presente.

“Io una volta ho fatto l’altalena. Stavo scendendo tranquillo e all’ultimo una folata di vento mi ha sollevato le gambe e sono atterrato seduto. Mi sono schiacciato tre vertebre. Ma comunque non dici niente, sopporti, perché è tutto basato su un’altra filosofia. Tu sei lì perché sei un duro. Non sei una femminuccia. E questo ti forgia il carattere, oltre che il fisico. Se per un anno sei costretto a fare flessioni con gente che ti prende a calci, ti assicuro che diventi un orco. E oltre a questo ti abituano a sopportare e a tenere duro in situazioni che escono dall’ordinario”.

Dopo l’anno da allievo ufficiale, passato per metà a Cesano e per metà a Pisa, Riccardo ha partecipato a un altro bando di lavoro. Questa volta della durata di due anni. Per passare bisognava avere un punteggio elevato e visto che Riccardo veniva da un gruppo scelto, dove ci sono degli standard che vanno rispettati anche dopo l’incorporazione, è passato senza grandi problemi.

Per due anni avrebbe avuto uno stipendio di tutto riguardo:

“Mi hanno pagato sin da subito, il primo periodo a Cesano prendevo novanta euro al mese, poi quando sono entrato nella Folgore ho iniziato a prendere sui 1.200 euro. Però non pensare che si mangia sempre alla mensa e che fai una vita a scrocco. Comunque sei in un corpo scelto, quindi magari a pranzo si mangia a mensa, però poi per il resto del giorno ognuno fa come crede. Io avevo il mio frigo in camera e mangiavo con i miei amici, comunque ero tenente, non sarei stato visto di buon occhio a mangiare tre pasti al giorno alla mensa. Ormai è un lavoro, non sei più una recluta. Alle quattro e mezza staccavo e me ne andavo in palestra e facevo le mie cose”.

Ma lo stipendio aumenta di molto quando si va in missione. Questo è uno dei motivi, secondo Riccardo, che spinge tante persone, senza la dovuta preparazione, a partire. Riccardo prendeva 4000 euro al mese quando era in Kosovo, ma le sue motivazioni erano ben diverse dai soldi. Lo ha fatto perché sentiva la missione come se fosse la sua tesi di laurea dopo tanti addestramenti.

Al tempo in cui le Nazioni Unite e un comando inter-force, guidato dagli americani, stavano fermando in Kosvo la rappresaglia serba, Riccardo stava facendo il diavolo a quattro per essere mandato in qualche contesto caldo. Ha impiegato più di un anno per andare a dirigere un plotone in Kosovo, durante le operazioni di peace keeping.

È stato affidato al lavoro di intelligence, di cui preferisce non parlare. È arrivato in Kosovo a bordo di un cl 30 dell’aviazione italiana nella città di Prizren. La caserma in cui era distaccato era tedesca. Le prime settimane ha avuto grandi difficoltà nel coordinare le operazioni in inglese, perché non l’ha mai studiato. Poi ha scoperto che i tedeschi amavano bere. Quando staccavano dal lavoro andavano in una specie di pub all’interno della base. Un giorno c’è andato anche lui.

“Al terzo boccale parlavamo tutti un inglese fluente e da allora non ho avuto più problemi”, mi dice.

La cosa interessante delle missioni all’estero è che, soprattutto all’inizio, sembrano un sogno. Hai l’idea di quel posto, ti ci sei immaginato partendo dai film che hai visto e dalle fantasie che ci fai sopra. Riccardo mi racconta che l’eccitazione la fa da padrone in quel periodo. Non vedi l’ora di partire e di mettere in pratica quello che hai imparato e di immedesimarti in un modello. Fatichi a prendere sonno la notte. Poi succede qualcosa che interrompe questo flusso di pensieri e ti avvicina alla realtà della situazione; e questa cosa accade molto spesso in maniera brusca e irruenta. Allora le cose cambiano.

Quel giorno, che Riccardo chiama “il punto di non ritorno”, lui se lo ricorda bene. È avvenuto la sua seconda settimana in Kosovo.

Una mattina è andato con un’autista da Prinzer a Pristina per raccogliere delle informazioni. Lui era sotto tenente e doveva dirigere una serie di operazioni in loco di osservazione. Sono partiti molto presto con una jeep. Il caso ha voluto che sulla via del ritorno, invece di percorrere la strada che avevano fatto all’andata, sono stati dirottati su un’altra via per consegnare dei documenti in una base inter-force.

Quando è tornato nel suo ufficio, alcune ore dopo, ha saputo che c’era stato un attentato sulla strada che avrebbe dovuto percorrere. È stato mandato immediatamente sul posto per fare un sopralluogo. Si era portato una macchina fotografica per documentare l’evento. L’attentato era stato fatto a una jeep militare. Un’autobomba era esplosa al passaggio del mezzo, l’autista si era salvato, mentre l’ufficiale che gli sedeva accanto aveva perso entrambe le gambe ed era morto poco dopo.

Riccardo non è rimasto più di tanto scosso dalla scena in sé per sé, ma dal fatto che avrebbe potuto esserci lui su quella jeep. Perché se non avesse dovuto fare la deviazione e lasciare i documenti in un’altra base, sarebbe passato per quella via, proprio in quell’orario.

Da quel giorno le cose sono cambiate. Riccardo ha iniziato a vivere a contatto con la realtà quotidiana di un paese distrutto dalla guerra. Ai semplici sogni che faceva prima della partenza ha iniziato a sostituire il desiderio di tornare; al puzzo della spazzatura bruciata a ogni angolo della strada dentro i bidoni, il desiderio di bere una birra sugli scalini di casa.

“Ma non mi sentirai mai parlare con questi toni con un altro militare che è stato in missione”, mi dice. Perché in sostanza non si parla della morte e oltre a questo c’è una certa retorica della brigata Folgore che fa passare anche l’esperienza più dura come una passeggiata.

Un suo caro amico, che fa parte della brigata, tempo fa si è rotto una spalla sciando, da allora Riccardo lo chiama “l’uomo di vetro”.

Un certo tipo di retorica forse è stata inventata per sfatare la presenza della morte, perché guardando alcuni dati relativi all’esercito americano, i militari in missione sembrano più fragili rispetto a quello che danno a vedere. La presenza della morte e della violenza è molto più di un semplice spettro da scacciare, è qualcosa che destabilizza la mente, qualcosa che non molti sono pronti a vivere.

Secondo un recente studio, svolto tra il 2004 e il 2008, del comando per la salute del U.S.A. Army, il tasso di suicidi tra i militari è in crescita dell’80%.

Il numero di militari che si sono tolti la vita nel 2010 è più alto di quelli morti in battaglia: 468 contro 462. E c’è di più, uno studio pubblicato su “The American Journal of Public Health” dice che dopo il secondo turno di missioni almeno un quarto dei soldati riporta dei disturbi mentali, e l’età più a rischio è quella compresa tra i diciassette e i ventiquattro anni.

Riccardo conosce il disordine traumatico che si può provare di ritorno da una missione, ma ha una sua idea riguardo a questi dati:

“La preparazione mentale a certe cose non esiste. Non ci sarà mai un allenamento in cui uno ti spara addosso, non ti prende e tu ti abitui a convivere con la morte lentamente. Ti puoi abituare al pericolo, a convivere con l’adrenalina, come lanciarti dall’aereo. Ma non c’è la possibilità di allenarti psicologicamente a quello che vedrai e farai sul campo. Ti addestri nel momento in cui ci sei.

C’è chi riesce a diventare un uomo di roccia, tutto il tempo che è in missione, torna a casa e non dimentica, ma va avanti. E chi non ci riesce. Ma non è colpa di nessuno. Dipende dal tuo carattere. È come quando vai in Brasile e vedi i bambini che muoiono di fame. I primi giorni gli dai qualche soldo, dopo una settimana non gli dai più niente altrimenti ti seguono milioni di bambini. Se tu però lo dici in giro può darsi che la gente ti risponda male: come, tu giri con il cocktail e quei ragazzini muoiono di fame? Quindi si può vivere in due modi la stessa situazione: adattarsi o viverla male.

La stesa cosa è in missione, anche se non ti sparano dietro, tu sei dall’altra parte del mondo, lontano da casa e tutto quello che vedi sono macerie e povertà. Dopo che lo vedi e vivi per sei mesi e vivi allertato da questa situazione, uno shock l’hai subito per forza.

Quando sono tornato dal Kosovo mi dava fastidio l’illuminazione stradale di Roma. Mi ricordo il primo aperitivo dopo sei mesi, sono rientrato a casa quasi subito. Non ero più abituato. Troppa gente sconosciuta. Ero vissuto in un ambiente in cui se vedevo un mucchio di gente non identificata dovevo stare allertato perché poteva accadere di tutto. Mi è venuta l’ansia e sono andato via. Ma una cosa è viverlo come panico momentaneo, tu sai che devi solo riadattarti a una nuova situazione. Altra cosa è non riuscirci”.

Questo discorso non fa una piega se i numeri fossero più bassi. Ma probabilmente c’è un’incapacità di fondo da parte del giovane militare americano di adattarsi ai nuovi contesti internazionali e alle nuove guerre. Sia l’ambiente di provenienza, sia la formazione, sono molto distanti rispetto a quello che poi affronterà in un posto come l’Afghanistan. Anche se i dati parlano di un’ impennata di arruolamenti in U.S.A., nel 2009 sono stati 170.000 i giovani di leva e poco più nel 2010, siamo sicuri che sanno a cosa stanno andando incontro come dice Riccardo?

“C’è da dire però che tu lo sai a priori a cosa vai in contro, e se non ti ci volevi trovare non ti saresti arruolato”.

In Italia si è arrivati all’ovvia conclusione che un soldato in ferma breve VFP1 non può essere mandato in missione all’estero, perché non ha sufficiente esperienza per muoversi in un contesto internazionale. Dopo l’anno di naja, il militare (che per legge non deve avere più di venticinque anni per arruolarsi) diventa parte di un corpo e acquisisce la pratica necessaria, ma, soprattutto, impara una professione, si specializza in un campo e inizia la sua carriera.

Fino a venti anni fa non sarebbe stata possibile una guerra come quella in Afghanistan, dove hanno fatto la comparsa i primi droni e dove un cecchino dell’esercito inglese può ammazzare un talebano a circa 2475 mt. (attuale record mondiale di uccisione a distanza).

L’Esercito Italiano lo ha preventivato e ha progettato un nuovo tipo di soldato, più tecnologico rispetto al passato e più professionale. Si chiama soldato-futuro. Di base è un nuovo tipo di equipaggiamento che verrà fornito ai nostri militari in sostituzione del vecchio. Armi più leggere e precise, equipaggiamento di ultima generazione. Ma dietro c’è anche una filosofia diversa che si sta facendo largo nell’E.I. da un po’ di anni.

“Ultimamente abbiamo partecipato a due guerre vere. Afghanistan e Iraq. Posti dove ci sono quaranta gradi di giorno e meno dieci di notte. Quindi la dotazione del soldato italiano si è dovuta evolvere per forza. Mi sono congedato sei anni fa. In quel periodo avevamo in dotazione il Land Rover Defender, che è un 4×4 fantastico, ci vai ovunque. Gli americani hanno l’Hummer che è più grande, più ricco, però in una cittadina con i viottoli, l’Hummer rischia di incastrarsi. Quindi, il Defender è certamente più spartano, ma funziona benissimo, è più che sufficiente per il compito che deve svolgere”.

Quello che dice Riccardo può essere un riassunto della dotazione dell’esercito italiano fino a oggi e sulla filosofia che c’era dietro. Si puntava sul numero e non sulla qualità, facendo sempre il confronto con l’esercito occidentale di riferimento, quello a stelle e strisce.

“Noi dicevamo sempre che se tu prendi un americano e lo lanci in mezzo alla foresta con solo la roba che ha addosso, probabilmente muore dopo una settimana. Se ci mandi un militare italiano, che ha la metà dell’equipaggiamento, probabilmente lo ritrovi dopo lo stesso periodo che sta facendo un barbecue con la gente del posto”.

Gli americani sono visti come dei super robot fragili. Hanno un equipaggiamento quasi al top di gamma, ma non sono stati addestrati ad arrangiarsi. Mentre l’esercito italiano, meno ricco e meno equipaggiato, ha una capacità innata: sa improvvisare.

Ma le cose stanno cambiando, i militari sono sempre più appassionati al loro lavoro e sempre più qualificati, e cercano di ottenere il meglio per andare in missione.

“Appena entri in caserma loro ti danno tutto, calzini, mutande, mimetica, il kit da barba. Ma è la sufficienza scarsa. Se le cose ti piacciono, te le compri da solo. Io ho ancora il mio baule nero, pieno di roba che mi sono comprato, tipo cinturone, gibernaggio, orologio. Ma funziona così ovunque. Se sei uno a cui piace fare il suo lavoro vuoi il meglio e non ti accontenti di un jacket scomodo, con pochi agganci o con poche tasche, te ne compri uno appena uscito, fatto con materiale tecnico. Sei un professionista e vuoi la migliore dotazione”.

Oltre internet, dove si può acquistare di tutto, ci sono i PX (post exchange), anche conosciuti come NEX (navy exchange). Sono degli empori situati all’interno delle basi, nelle zone di guerra, dove si può acquistare di tutto. La dotazione dell’esercito non prevede un mirino Red Hot, uno speciale vetrino con pallino rosso (molto usato nei videogiochi di guerra), lì lo puoi comprare. Non prevede orologio con Gps e profondimetro, lì lo puoi comprare. Non prevede degli anfibi in materiali derivati dall’alpinismo sportivo, super leggeri, lì li puoi acquistare. Facendo anche degli ottimi affari, perché tutto è venduto sottocosto.

Riccardo si era comprato il Rambo 2, un pugnale da lancio, molto simile a quello che si vede nel film. Manico in alluminio forato, tarato in modo tale che in qualunque modo lo lanci, cade sempre di punta. Lama nera lunga 25 cm., liscia su un lato e seghettata sull’altro. Ha comprato anche un’accetta spacca porte, che portava sempre dietro la schiena dentro una custodia di cuoio.

“A un certo punto mi sono comprato l’orologio Suunto, con Gps, altimetro e tutto. Sono andato al PX nella base dei finlandesi per prenderlo. L’ho pagato poco più del costo di produzione. Ora in dotazione ti danno la bussola, che sicuramente va benissimo. Ma vuoi paragonarla a un Suunto con Gps, bussola, altimetro e barometro?”

Proprio come ha fatto Riccardo, l’E.I. sta investendo sempre più su una formazione professionale. Gli scenari internazionali sono troppo complessi per un militare di leva semplice (cosa che non avviene in U.S.A.), quindi si cerca sempre più di inquadrare le giovani leve nell’idea che il militare è un mestiere serio e che bisogna essere portati per farlo. Che bisogna investirci soldi e tempo.

Oltre a questo c’è l’immagine che deve dare l’esercito dei propri ragazzi mandati al fronte. In Afghanistan sono morti 51 soldati italiani dall’inizio delle operazioni, pochissimi rispetto a quelli americani o afghani; l’opinione pubblica prende sempre molto male la perdita di un nostro militare, quindi con una sensibilità così elevata in Italia, non possono che diventare più professionali i soldati mandati al fronte, quanto meno per salvare la faccia dell’Arma.

I nuovi equipaggiamenti, che hanno già superato i primi test di collaudo, presto entreranno in servizio per aumentare la qualità delle nostre truppe. Un salto che non sarà solo tecnico, ma anche di consolidamento della nuova filosofia delle forze armate.

“Per combattere un talebano, che è il nemico perfetto (un uomo che è pronto a farsi saltare in aria è il nemico perfetto), serve gente addestrata e ben equipaggiata. Un militare di naja non può più fare la differenza”.

Ma se le guerre sono sempre più complesse e c’è bisogno di professionisti per combatterle, la vecchia naja rimane un rimpianto come esperienza di vita, come educazione, soprattutto tra gli ex militari: “Ti insegnava a stare al mondo. Ti facevi mille amici e alla fine non era una gran perdita di tempo. Erano solo dieci mesi”, mi dice Riccardo. La perdita infatti è vista nella formazione umana, non tanto nella professione.

Riccardo ci tiene a sottolineare che l’esercito è un mondo del lavoro normale, con i suoi orari di ufficio, i suoi contratti di lavoro e le sue leggi interne all’azienda che, simpatiche o antipatiche che siano, vanno rispettate. In questo modo lui ha imparato a stare in un posto di lavoro e a confrontarsi con altre persone.

“Molte sono una scemenza, per dire la barba. Non c’è una legge fatta per cui tu non puoi portare la barba, serve solo all’inizio per farti capire che la musica è cambiata. Tu non hai voce in capitolo su nulla, sei l’ultimo arrivato e chiunque ti vuole rompere le scatole, te le rompe. Questo in sostanza è per distruggere quelle che sono le ribellioni stupide. Perché se vai a leggere la libretta, dice solo che la barba la puoi portare, basta che sia in ordine e i capelli corti e sistemati. C’è solo una piccola cosa che dice che deve essere staccata dai capelli altrimenti, lì passano gli elastici della maschera antigas, se hai la barba, ci passa l’aria dentro. Quindi sono tutta una serie di piccole regole che servono a una cosa sostanziale, farti capire che la tua vita è cambiata e che devi sottostare a delle leggi per far funzionare il sistema. E partono dalle cose più semplici, come la barba.

Con questo impari un sacco di cose. La prima è che l’opzione di rispondere come ti pare, non è preventivata. Se tu a un tuo superiore rispondi male, finisci in cella di rigore. Ecco perché nell’esercito non ci sono mai scioperi, è una vita di comunità basata su regole che accetti da subito. Logicamente devi essere portato, altrimenti fai la fine di quelli del Grande Fratello, che, dopo due settimane là dentro, impazziscono ed escono. Devi essere pronto a sopportare e a capire le ragioni delle altre persone, anche le puttanate, perché a un certo punto ti rendi conto che sono le puttanate di tutta la vita. Quando andrai a fare un altro tipo di lavoro, i giochi non cambieranno tanto. Per questo non sono a favore dell’abolizione della naja. Era tutto calcolato. Se tu lavoravi o facevi l’università, tu non partivi o se partivi eri graduato, quindi partiva chi doveva partire. Lì puoi essere un figlio di papà o un poveraccio che rubava, lì si stava tutti insieme e o sopravvivi o sopravvivi”.

Riccardo mi racconta di una signora che, alcuni giorni fa, gli ha fatto cambiare i colori delle pareti interne di un appartamento che sta ristrutturando almeno dieci volte questa settimana, prima di scegliere il colore giusto. Lui sa che la pazienza che ha messo per fare questo lavoro gliel’ha data l’esercito.

In questi valori credevano anche l’ex ministro della difesa Ignazio la Russa e dell’educazione Gelmini, che hanno cercato di importare la formazione militare nelle scuole della Lombardia. Doveva essere un progetto pilota (che poi è arrivato alla sua quarta edizione), a cui hanno aderito novecento alunni. La circolare che aveva come titolo allenati per la vita è stata riportata da Famiglia Cristiana pochi giorni dopo spiegando il progetto.

Il corso prevedeva un addestramento soft da svolgere al posto di educazione fisica all’interno dell’orario scolastico. Corsa, tiro con pistole ad aria compressa, flessioni, orienteering, studio del diritto internazionale e della costituzione; questo come diceva la circolare per: “avvicinare, in modo innovativo e coinvolgente, il mondo della scuola alle forze armate, alla protezione civile, alla croce rossa e ai gruppi volontari del soccorso”.

Il governo Berlusconi ha investito anche su un altro piccolo progetto a partire dal luglio 2010 chiamato mini-naja. L’ex ministro della difesa La Russa ha finanziato con 19,8 milioni di euro una serie di corsi della durata di tre settimane a cui si sono sottoposti centinaia di ragazzi sperimentando quella che è la vita nell’E.I.

È stata un’ovvia mossa per cercare di reclutare nuovi giovani che non ha avuto un grande seguito, perché il numero complessivo di militari continua a rimanere basso secondo le stime del Ministero degli interni, che aveva prefissato 190.000 unità nel 2012 e invece se ne ritrova 178.571.

Inoltre, il programma di mini-naja è stato smantellato dall’attuale ammiraglio Di Paola, portando la spesa da sette milioni preventivati a solo un milione.

Nonostante tutto, è interessante il numero dei volontari in ferma breve, che rimane alto. L’ultima stima affidabile la offre il Ministero degli interni: nel 2010, 19,020 reclute sono state incorporate nell’esercito.

Riccardo è convinto che la naja sia stata una perdita per tutti. Una possibilità che aveva lo società di insegnare a stare con i piedi per terra a molti ragazzi che altrimenti sono finiti allo sbando. Ma intanto si va sempre più verso il perfezionamento dell’E.I. Verso una specializzazione per sostenere le nuove guerre del ventunesimo secolo.

“Prendi un maresciallo nell’idea comune che c’è in Italia. È uno con la pancia, che probabilmente viene dal sud, che non si muove dalla poltrona che ha conquistato con le unghie, insomma quello che vedevi nei film. Prendi un maresciallo di oggi. È uno che ha studiato, tre anni di accademia, che conosce l’inglese, che si è fatto varie missioni, che si è specializzato in qualcosa e che ogni anno deve fare delle prove fisiche per risultare idoneo. Ma non solo questo, è anche gente preparata mentalmente a certe cose”, mi dice Riccardo.

Commenti
4 Commenti a “L’uomo di roccia”
  1. carlo betti scrive:

    Come rendere noioso e pesante un argomento interessante. Di questo autore ho letto pure il pezzo sul nuoto: non ha né capo né coda. M&M ha di meglio in archivio.

  2. Francesco scrive:

    ABOMINEVOLE.
    Io dovrei “credere” a questo presunto “uomo di roccia”
    che mi viene a parlare di :

    vertebre schiacciate
    con conseguente discopatia permanente altamente invalidante,se….fosse vero…

    attrezzature ed abbigliamento fuori ordinanza….
    la parola “uniforme” in italiano ha un significato preciso…..

    “Marescialli” formati con missioni all’estero…ammesso che ce ne siano sempre……
    naturalmente,parola sua,non un link al sito ufficiale dell’Esercio.

    “l’importanza dell barba” e che “fuori è uguale”…
    beh..se le ditte private si fermano al “rompo le palle al nuovo arrivato”
    ho capito perchè siamo in crisi inarrestabile…

    Il ragazzino della favelas a cui “dopo non dai più nulla perchè te ne ritorvi migliaia”
    Bella scoperta….

    L’italiano che si “arrangia” : beh scusate,è tutto da dimostrare.
    Come l’episodio dell’incidnete in missione.

    Dulcis in fundo…l…il rimpianto della vecchia naja…..
    dimenticando che è stata soppressa proprio per le ruberie ed i pesanti atti di Nonnismo.
    Che i nostro “rambo” ritiene formativi.

    Non credo ad una parola di questo articolo,ma se fosse vero siamo messi proprio male.

  3. Francesco scrive:

    Non capisco perchè si debba scrivere un papiro così lungo,
    per propinare cose grossolanamente fasulle e per giunta trite e ritrite.

    In tre anni “Riccardo” è ha fatto il servizio,
    ha fatto la scuola paracadutisti,è diventato tenente,nei “col moschin”,
    ha fatto una missione all’estero e …si “è rotto le scatole”.
    Non si accede così rapidamente nè al “Col Moschin” nè al grado di tenente.
    Per quanto riguarda il “col Moschin”, truppe “speciali”,
    si viene “selezionati”,quindi ci vuole adeguata esperienza.

    Per quanto riguarda il grado di ufficiale,le parole
    “AUC = Allievo Ufficilae di Complemento”
    “Sottotenente di Complemento”
    non vi dicono nulla circa l’iter ?

    Veniamo poi alla Mensa,dove sei “malvisto da ufficiale”
    In mensa ci sono addirittura i turni,c’è il turno per la truppa e per gli ufficiali,
    cui storicamente sono riserati pasti migliori (si spera che ora si badi anche alla truppa).
    Ma Riccardo “si arrangiava col suo frigo”….
    pccato che ci vuole pure un formnello,pentolame,utansili,armadi per contenerlo,
    lavandino adeguato per lavarlo con detersivo adeguato….
    Mai stati nei Boy Scout…?
    Io comincerei da li,prima di pensare al “Col Moschin”.

    Inoltre scusatemi….spero che non ci siano così tante missioni all’estero
    “aportata di mano”…visto quello che costano a noi comuni mortali
    che restiamo a casa a pagare le tasse.

    Veniamo poi all’eterna ed immortale bufala delle
    “flessioni coi calci che ti temprano”.
    Gli atti di violenza e bullismo,perpetrati in caserme fuori controllo,
    in mano a dirigenti che pensavano a rubare lasciando spadroneggiare i bulli,
    sono ciò che hanno decretato la FINE della Naja :
    la caserma deve essere il tempio della disciplina e della formazione,
    non il palcoscenico di un bullo.
    Che soldato può essere uno che si lascia prendere a calci?
    Magari spernado che domani,sarà lui a spadroneggiare su un altro malcapitato?
    Al soldato si affidano armi,attrezzature costose e pericolose,
    si affidano missioni,il primo requisito che deve avere è il cevello funzionante.

    Veniamo poi alle conclusioni….
    “Nessuno ti può preparare veramente alla crudeltà della guerra,
    a vedere il compagno ferito,mutilato etc…
    Embè,e allora i famosi calci con le flessioni,
    fammi capire alla fine che ruolo avebbero…?
    Non era che ti trasformanvano in un “orso”…?

    E quante righe ci avete messo per incolonnare tutte ‘ste balle?
    Fatemi il piacere,non sprecate tutto questo spazio per scrivere balle,
    e vostro figlio mandatelo nei Boy Scout,
    o fategli fare sport in un ambietne esente da bulli e superuomini.

  4. sara rosa scrive:

    Che due palle ‘sto pezzo… l’autore più soporifero in circolazione.

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