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L’uomo che fu Giobbe. Alcune considerazioni sul più grande dei romanzi di G. K. Chesterton

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di Daniele Capuano

L’uomo che fu giovedì è forse il romanzo più vitale di Chesterton perché, pur essendo il più intensamente e vistosamente allegorico, è anche il più enigmatico, ambiguo e provocatorio (in quanto provoca, in tutti i sensi, la proliferazione dei commenti e delle note al margine). La sua natura di incubo è un esplicito riferimento alla condizione spirituale dell’autore e di gran parte della gioventù edoardiana alla fine del XIX secolo: uno scetticismo morboso che intaccava profondamente la percezione dell’essere, dell’ens, così decisiva per la guarigione intellettuale e morale del giovane Chesterton.

Che sullo sfondo vi sia il libro di Giobbe, che il grande scrittore inglese usò istintivamente su di sé, come avrebbe poi consigliato Jung ai suoi pazienti depressi, è innegabile. Ma la meditazione religiosa e filosofica è forse ancor più radicale, e investe il senso stesso della creazione e della redenzione. Il male è anarchia, dunque è il risultato del libero arbitrio esercitato senza discernimento, in modo puramente distruttivo, diabolico: il poeta Gabriel Syme, amante dell’ordine, ovvero del kosmos, decide di entrare nella polizia filosofica, una sorta di tribunale dell’Inquisizione in forma di intelligence: l’invisibile capo lo consacra al martirio, ovvero al retto uso della volontà in un mondo dominato dal male. La vera posizione del poeta Syme, che diventerà Giovedì (il giorno in cui archetipicamente la luce dell’origine si concentra nel luminare maggiore, il Sole, e in quello minore, la Luna, per governare e scandire il ritmo vitale delle stagioni terrestri e del tempo in generale), è quella dell’infiltrato: re Lear avrebbe detto spia di Dio; è necessario immergersi nel viluppo del mondo caduto per combattere la buona battaglia, dunque soffrire, se la sofferenza è sentire nitidamente il male. Come Giobbe, bisogna rischiare di sembrare malvagi (la sofferenza è anzitutto il male della pena, la medicina della colpa), anzi di invischiarsi nel male fin quasi a identificarsi con esso: è il descensus ad inferos. Il nobile slancio del solare Giovedì acquista gradualmente una solida conoscenza del bene e del male, un autentico discernimento, quando scopre che sotto le maschere grottesche e spaventose degli altri anarchici si nascondono poliziotti-martiri come lui: il male si annuncia, per il giusto, una maschera della salute, un angelo travestito da demonio. La maschera dell’anarchico è un archetipo (un Giorno) della creazione sfigurato, come il male è un uso errato e distruttivo di una Creazione in sé santa e perfetta. L’incubo culmina nell’ambiguità suprema: il capo degli anarchici, il solenne e buffonesco Domenica, terribile e rituale in ogni suo gesto, si rivela essere al contempo il capo della polizia filosofica anti-anarchica.

Qui occorre sollevare i veli con la stessa delicatezza di Chesterton: non è che, panteisticamente, il Diavolo sia una mera maschera di Dio – anche se la riflessione giovanile dell’autore ha attraversato, come nello scioglimento di un enigma poliziesco, proprio questo sospetto; Domenica è l’universo nella sua pienezza, “il Sabbath di Dio”, manifestazione originaria del divino in cui i contrari si congiungono in modo sublime e miracoloso, come nella teofania su cui si chiude il dibattito processuale-inquisitoriale del libro di Giobbe. Ma il volto di Domenica, il volto dell’universo, è a sua volta l’ultima maschera, al di sotto della quale occhieggia l’Icona del Padre, il Dio-Verbo che, lungi dall’essere indifferente, sereno e involontariamente crudele come la Natura leopardiana, ha bevuto ad un calice che gli stessi angeli-poliziotti – archetipi del mondo e dell’uomo, del macrocosmo e del microcosmo, in tutte le loro declinazioni – ancora non immaginano, anche se iniziano a presentirlo. La Croce silenziosa di Domenica è lo stesso Lucian (Lucifero) Gregory, l’amico di Gabriel (l’arcangelo dell’Annunciazione), fratello di Rosamond, Rosa Mundi, ovvero la Bellezza-Sophia innocente del Creato appena uscito dalle mani del Creatore, di cui il poeta è innamorato: Lucian è il vero anarchico, l’Anarca-Satana che tra i figli di Dio (gli angeli) riuniti al Suo cospetto rifiuta di celebrare l’incomprensibile e umiliante miracolo e si pone come accusatore della dignità umana, di Giobbe (Satàn in ebraico è nome comune, indica colui che cita qualcuno in giudizio). Invece di accettare la sofferenza da martire, la proietta fuori di sé, sugli altri, accusandoli di “essere al sicuro”: ripudia dunque il mistero della libertà, in cui vi è sia la chiave della Caduta e del Male che quella della Croce e della Redenzione.

Insomma, il racconto di Chesterton (uno psicanalista gli confidò che alcuni suoi pazienti depressi lo avevano letto traendone grandi benefici: come dal libro di Giobbe, consigliato caldamente da Jung) disegna un’allegoria drammatica particolarmente efficace proprio per la sua segreta oscillazione psichica e spirituale: ci chiediamo, al pari dei poliziotti-anarchici, chi sia Domenica – è l’universo, ma anche Colui che nell’universo si manifesta, e lo sconcerto dei sei uomini archetipici è lo stesso di Giobbe, malato, offeso, esasperato, quando Dio gli squaderna davanti all’occhio dell’anima le visioni del Creato incomprensibile e glorioso, in cui è possibile appena indovinare una saggezza festosa e tremenda, tragica e comica, epica e drammatica. Il segreto di Domenica – solo nelle sue mani è la chiave della farsa filosofico-teologica in cui restano impigliati, tra perplessità e decisioni mortali, i sei infiltrati – è la lotta-croce come destino spirituale dell’uomo e dell’universo stesso, il senso di un poema ancora non-finito, ed un senso che non è tanto e soltanto un significato da leggere staticamente-contemplativamente ma una direzione a cui orientare volontà e intelligenza nell’oscurità del tempo tra Alpha ed Omega.

Ciascun uomo è ancora lì, sulla scena del Bereshit,della Creazione, e riceve da Dio una consegna apocalittica che ogni cosa ed evento cercherà poi di nascondere, di offuscare, di far dimenticare, salvo nei momenti impregnati di eternità in cui liberamente la creatura spirituale prenderà posizione come una spia, un agente del Re in incognito. “Noi due da soli canteremo come uccelli in gabbia./ Quando mi chiederai la benedizione, io mi inginocchierò/ e ti chiederò perdono. Così vivremo,/ e pregheremo, e canteremo, e ci racconteremo antiche storie, e rideremo/ alle farfalle dorate, e sentiremo i poveri vagabondi/ parlare delle notizie della corte, e anche noi parleremo con loro/ di chi vince e di chi perde, di chi sale e di chi scende;/ prenderemo parte al mistero delle cose/ come fossimo spie di Dio. E fra le mura di una prigione/ sopravvivremo alle congiure e alle fazioni dei grandi/ che vanno e vengono come la marea sotto la luna”. Così pigola Lear alla figlia Cordelia, sulla soglia della sventura estrema, e coglie il bersaglio, penetra la cruna dell’ago, essendo diventato piccolo come una pagliuzza, come il niente, prima di ricadere – Dio solo sa se al di qua o al di là di quel niente. Immagino dialoghi simili fra tutti gli abbandonati della Storia, sul limitare della Storia: anche, anzitutto, fra un altro padre e un’altra figlia segnati in modo enorme, Edipo e Antigone, la cui fraternità atroce si sarà declinata più dolcemente e perdutamente, come fraternità oltre i nomi e le maschere della biografia, all’ingresso del boschetto delle Eumenidi, nel demo di Colono.

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