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Galleggiare nella tempesta. “L’uomo nel diluvio” di Valerio Malorni e Simone Amendola

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Valerio Malorni e Simone Amendola ieri hanno vinto il premio Inbox dedicato al teatro emergente. Pubblichiamo un articolo di Graziano Graziani sullo spettacolo L’uomo nel diluvio apparso sui Quaderni del Teatro di Roma ad aprile 2014.

L’uomo nel diluvio è Valerio Malorni, padre di una bambina piccola e geniale attore romano, che vive per vocazione – ma anche per destino generazionale – la condizione di precario. Un precariato estremo, quasi un’arte di arrangiarsi due-punto-zero, una situazione di liquidità e incertezza che si propaga senza alcun ostacolo o barriera dal lavoro alla vita privata. Se poi scendiamo dal gruppo generazionale (i venti-trenta-quarantenni) a quello più ristretto degli artisti, dei lavoratori della conoscenza, di chi è impiegato nel settore della cultura, quella precarietà diventa quasi endemica. Come a dire: l’uomo nel diluvio siamo noi, tutti noi.

Tutti noi che ci arrabattiamo per pochi euro al mese che arrivano sempre in ritardo, sempre con fatica e non bastano mai. Tutti noi che ci lamentiamo di questa condizione negli immancabili aperitivi più o meno glamour, dove si può dar sfogo alle nostre frustrazioni ma al contempo mettere su qualche altro progetto mal finanziato. Tutti noi che prima o poi pronunciamo le fatidiche parole: «Me ne voglio andare da questo Paese di merda!». Dove “merda” sta per Paese che non ci vuole, Paese che non sa sfruttare i suoi talenti, Paese che con il patrimonio culturale che possiede la cultura potrebbe essere una miniera d’oro se solo si investisse… E chi più ne ha più ne metta. È chiaro che quel “Paese di merda”, come in tutte le relazioni d’amore finite male, è più uno sfogo che una vera considerazione. Un insulto che condisce un rifiuto. Perché in Italia ci si sta bene se solo ci si potesse lavorare seriamente. E magari invece in Nord Europa dove tutto funziona ci si annoia e fa pure un freddo cane…

Una generazione come un novello Noé, che cerca di scapare al diluvio imbarcando ciò che ha di più caro, alla ricerca di un po’ di terra ferma. Un uomo che incarna quella generazione e che sotto il minuscolo diluvio del suo bagno, con una vasca come arca, medita la fuga leggendo uno strampalato (ma realissimo) “manuale per italiani in fuga”. Sono questi gli elementi con cui Valerio Malorni costruisce una spettacolo intenso e stralunato, com’è la sua cifra d’attore, sempre in bilico tra il luogo comune e il lampo estremo di lucidità, quasi a scavare a forza il vero che c’è sotto lo stereotipo che, in mancanza di meglio, si è costretti a indossare come una giacca troppo stretta, magari presa in offerta in un grande magazzino. Perché a Berlino ci vanno tutti – o quasi, che poi è lo stesso – come tutti o quasi prima o poi, negli ultimi cinque anni, ha detto di volerlo fare.

Un gigantesco luogo comune, un’utopia moderna piccina piccina che, proprio per questa sua dimensione ordinaria (non fare la rivoluzione, ma trovare lavoro e dignità) racconta meglio di qualunque invenzione letteraria quella ferita che sta sotto il galleggiare di chi non si vede riconosciuto un posto fermo nel mondo. Il tutto, con la complicità della recitazione di Malorni, straordinaria per intensità, capace di passare con naturalezza dai toni più tenui e quasi infantili dell’uomo del diluvio che si confronta con la propria fragilità – che si scalda il cuore con una maglia sintetica a 8,90 euro – a quelli più energici e trascinanti, e di condire entrambi i registri con lampi di ironia e comicità.

Tutti siamo l’uomo del diluvio, tutti noi gioiamo con lui del suo tentativo di riscatto berlinese, ricavato – guarda caso – grazie a un amico “dell’Angelo Mai” (il centro sociale di Roma, a Caracalla) fuggito in Germania pure lui. Tutti ci emozioniamo con lui per il suo racconto di uno spettacolo – che poi è questo spettacolo – al centro italiano di cultura e per la bella recensione che ottiene. E poco importa se Malorni (con la complicità di Simone Amendola, coautore e coregista) gioca con disinvoltura con i piani di realtà, con la finzione e il racconto biografico, con il teatrale e il metateatrale; così come importa poco che quel riscatto sia, in fondo, più simbolico che reale. Perché la metafora ha fatto il suo corso, l’eco del diluvio è dilagata in noi con il suo fragore incontenibile di ansia per il futuro e il suo carico ineludibile di inadeguatezza.

Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l’opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell’Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch’esso Stati d’Eccezione.
Commenti
4 Commenti a “Galleggiare nella tempesta. “L’uomo nel diluvio” di Valerio Malorni e Simone Amendola”
  1. Luca scrive:

    Il libro esiste davvero, e Malorni non fa altro – platealmente – che leggerlo: “Tutti a Berlino”, di Simone Buttazzi e Gabriella di Cagno (edizioni Quodlibet, euro 12.00; spesa tutto sommato contenuta, anche sommata agli 8.90 euro della maglietta sintetica).
    Spettacolo visto in forma embrionale al festival di Bassano l’anno passato, alla serata di presentazione dei vincitori del Premio Scenario e di una selezione di lavori arrivati alle selezioni finali.
    Di una pochezza sconfortante. Magari ora è migliorato.

  2. Valentina scrive:

    Poesia e verita´si mescolano. Ogni parola suona di immedesimazione e teatro con la T maiuscola.
    Grazie.
    V

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