1APERTURA PARTE 2

L’uomo senza talento – Seconda parte

1APERTURA PARTE 2

Pubblichiamo la seconda parte del dialogo tra Paul Gravett, Berliac e Vincenzo Filosa sull’opera di Yoshiharu Tsuge, uno dei più grandi autori di fumetto giapponesi. L’incontro, a cura di Canicola, si è svolto all’Accademia di Belle Arti di Bologna, in occasione di Bilbolbul, il Festival internazionale del fumetto

Paul Gravett: Attraverso un’intervista ho saputo che Tsuge, anche per andare oltre alcune sue problematiche emotive e psicologiche, a un certo punto si era indirizzato verso lo zen, in particolare si sedeva nella posizione del zazen.

B: Sì, non so se questa notizia sia certa, ma ne ho letto anch’io. Se così fosse avrebbe assolutamente senso. Io pratico lo zen da molti anni, sia in termini di meditazione, sia come studio, e credo che L’uomo senza talento sia l’esperienza più pura di espressione zen nel manga. Quello che Tsuge enfatizza maggiormente all’interno del libro e le tematiche che affronta sono l’essenza stessa dello zen. Innanzitutto l’esperienza diretta delle cose, l’esperienza concreta della vita, e inoltre la visione della realtà come espressione massima della bellezza. In questo senso credo che lui riesca a esplorare le questioni centrali ed essenziali dello zen non soltanto da un punto di vista dei temi narrati ma soprattutto nella struttura che crea, che è una struttura che ci costringe a “essere presenti”. Tsuge ci parla della presenza con una storia non costruita dal punto di vista cronologico e un racconto non diretto. Mi viene da fare un paragone con il negativo fotografico o un lavoro in sottrazione sul disegno. In qualche modo se io faccio uno schizzo, tutto quello che disegno si scurisce, ma il disegno è quello che emerge dal vuoto, dal bianco. È esattamente lì che si crea il senso. Io credo che questo approccio zen si esprima benissimo all’interno della produzione manga di Tsuge, ma anche in alcuni lavori più maturi come il già citato Nejishiki. Ancora mi viene da citare Dōgen, un maestro del XII secolo che ha portato lo zen in Giappone, è una sua riflessione sulla realtà e sul sogno che si possono rappresentare come una sorta di foglio ripiegato su sé stesso. Da un lato abbiamo la realtà, dall’altro il sogno, ma se pieghiamo il foglio queste due facce si toccano. In Nejishiki questo concetto è espresso al suo massimo. Da un punto di vista occidentale si parla di surrealismo, nel caso di Tsuge andiamo oltre poiché questi due livelli di percezione sono fusi fra di loro.

3SUISEKI

Dopo questo periodo cosiddetto surrealista, Tsuge si tuffa in un momento contemplativo, elemento che porta ai suoi lavori letterari e in particolare alla sua ricerca sulle novelle dell’Io di matrice autobiografica. All’interno di questo ambito c’è un altro concetto zen che emerge, quello del dualismo interno/esterno da intendere come una cosa sola o come due aspetti della stessa cosa. Da questo punto di vista l’arte del suiseki approfondita ne L’uomo senza talento è indubbiamente un’espressione felice di questo non dualismo di interno ed esterno, perché l’arte di queste pietre sta nell’oggetto stesso ma anche nello sguardo di chi le guarda, senza toccarle. Lo sguardo da solo che crea e rivela la bellezza. La pietra suiseki diventa una sorta di grande metafora della vita stessa e dell’approccio alla vita di Tsuge. E viene una domanda forse ovvia: se un sasso viene considerato arte, che cos’è l’arte? Questa domanda pervade tutto L’uomo senza talento, è una domanda che torna, e in particolare è presente nel dialogo in cui il protagonista è istruito sull’arte del raccogliere le pietre dove comprende che il suiseki è l’essenza stessa della perfezione estetica. Quindi se il sasso è arte, se lo consideriamo tale, qual è il ruolo dell’artista? E qui sorge un’altra domanda: è morale presentare qualche cosa come ciò che non è? Anche nel mio libro Sadboi c’è questa domanda. Il libro è dedicato a Jean Genet che ho citato nel parallelismo tra arte e crimine, suggerendo che il crimine deve essere giudicato dalla sua bellezza. E ancora in Tsuge: il bello non è mai immorale, non può essere immorale. Allora, se partiamo da questi presupposti, sicuramente c’è una fortissima influenza di Tsuge all’interno del mio libro dove ho costruito un sorta di triangolazione: se ne L’uomo senza talento i sassi sono arte, in Sadboi il crimine è arte. Ma tutto questo è morale ed etico?

2PAGINA171

Per tornare all’idea zen, alla frase che ha usato Paul dicendo “essere nella natura” credo che sia uno degli aspetti che torna continuamente nel lavoro di Tsuge, in particolare nei suoi lavori più autobiografici. Da una tradizione antichissima, addirittura pre-zen, siamo ancora in Cina quando lo zen si chiamava chàn, in cui una delle pratiche più diffuse era quella dell’eremitaggio. Si partiva, si andava nella montagna, ci si perdeva nella natura. Quindi non soltanto c’è questo “essere nella natura” di molti personaggi di Tsuge, ma anche tornando appunto alle pietre, vedere il sasso non come la riproposizione o la ri-creazione manuale/materiale di qualche cosa, ma come il ritrovamento di qualcosa che già è di per sé. Questo crea un po’ il punto di rottura, sia per quanto riguarda il personaggio di Tsuge ne L’uomo senza talento, sia probabilmente nella vita reale di Tsuge. Ovvero, nel momento in cui il manga non fluisce più in maniera spontanea allora ci si ferma. Questo punto di rottura dell’uomo/personaggio Tsuge avviene nelle pagine 170/178 in cui il protagonista sta discutendo con la moglie che insiste, e gli dice: tu sei un mangaka, devi fare questo, devi continuare, e lui si rifiuta. E quindi torniamo anche a quello che si diceva della produzione contenuta di Tsuge rispetto alle sue possibilità.

Tutto questo ci riconduce all’arte della guerra, che ancora una volta è un’arte zen, e la katana viene estratta dal guerriero zen solo per uccidere. Allo stesso modo Tsuge fa un manga solo se il suo manga cambierà il mondo, almeno il mondo dei manga, non lo fa tanto per fare. E infatti dopo L’uomo senza talento Tsuge entra nella non-azione. La non-azione per noi potrebbe sembrare una stasi, ma in una visione non dualistica delle cose, una visione zen, è invece una forma di azione a sua volta. Questa cosa viene proprio ribadita anche in un dialogo del libro in cui dice: se mi sono fermato e ho smesso di fare manga non è stato per una ragione specifica, mi sono semplicemente fermato. Non c’è nessuna domanda da porre. Poi vediamo che Tsuge flirta anche con le idee di abbandono totale che vede come una possibilità non dualistica di esistenza/non esistenza allo stesso tempo. Quindi emerge proprio il concetto di rinuncia, di rinuncia a tutto.  C’è poi un’altra citazione molto chiara, molto diretta, che ci riporta alla filosofia zen del libro: soltanto se si riesce a domare il proprio ego si riesce a uscire dalla complessità o comunque dalle situazioni difficili.

Se si leggono recensioni de L’uomo senza talento lo sguardo occidentale spesso tende a vedere il pessimismo, o il nichilismo in quest’opera. Si tende anche a vedere il tradimento di un autore incredibile come Tsuge rispetto alla scelta di non produrre più, quando invece credo che il diritto di “non esistenza” di un manga sia un aspetto etico fortissimo che riporta alla connessione con la natura, il non fare, il lasciare le cose intonse come sono. Nel finale del libro troviamo la storia di un poeta che muore in miseria. C’è un grandissimo umorismo zen all’interno di questa storiellina perché mentre il lettore e anche il personaggio principale del libro sembrano finalmente in grado di arrivare a un punto, riescono a crearsi un punto di vista, un’interpretazione su tutto quello che è successo fino a quel momento, in realtà l’ultima frase ci ribalta la situazione perché il personaggio principale dice: questo poeta e chi mi ha dato questo libro sono due completi idioti. In questo modo ogni possibilità interpretativa è distrutta. Anche su questo mi sono ritrovato influenzato nel mio Sadboi, dove il protagonista in un dialogo con il suo manager che gli dà una definizione premasticata della propria arte, risponde così: guarda, non ho idea di cosa tu stia dicendo, non capisco quello di cui mi stai parlando, e anche questo rifiuto di intellettualizzare è sicuramente un approccio assolutamente zen.

EC: A Giulio Cuccolini che è qui con noi, critico e storico del fumetto italiano, coetaneo di Tsuge tra l’altro, volevo chiedere se negli anni Sessanta/Settanta Tsuge fosse arrivato in qualche modo in Italia.

Giulio Cuccolini: No, devo dire che non ne sapevamo niente. Nonostante l’intervento di Berliac in rapporto al pensiero occidentale, ho trovato nel libro un pessimismo cosmico, quasi leopardiano. Leggendo mi sono venuti in mente alcuni autori occidentali, per la figura e la mente di Tsuge. Per esempio il suo pessimismo che ho trovato ne L’uomo senza qualità di Musil, oppure in Céline che ricorda anche questo realismo quasi eccessivo di Tsuge. Ci sono delle cose certamente molto interessanti ne L’uomo senza talento. Ad esempio il viso della moglie compare solo a pagina 120, e non è una cosa da poco. Ho trovato anche interessante il tema importante della tradizione, della pittura orientale che è stata dimenticata dalla pittura occidentale; quindi per il Giappone il grande tema dell’avvento, dal 1860 circa, dell’occidentalismo nel mondo orientale dell’epoca Meiji.

EC: Non so se nel fumetto come per il cinema esistano classifiche attendibili sui migliori fumetti di sempre, di recente ho ritrovato100 Bd indispensable un numero speciale della rivista Les Inrocks2 uscita ad Angoulême nel 2008, che metteva L’uomo senza talento al nono posto. All’ottavo, c’era Black hole di Burns, al decimo Peplum di Blutch, mentre al primo Jimmy Corrigan di Ware. Al di là delle classifiche, personalmente non penso che L’uomo senza talento sia – ad esempio – un libro meno importante di Maus(al secondo posto nella classifica), non credo di dire un’eresia, sono entrambi libri di metà anni Ottanta, ma se confrontiamo il numero di lettori è incredibile come Tsuge rispetto a Spiegelman ne abbia avuti pochissimi. E’ vero che certi disegnatori lo conoscono da sempre, è vero che l’edizione francese del 2005 ha permesso di diffondere il libro in Occidente, ma di fatto parliamo di poche migliaia di lettori. Se invece andiamo su Amazon a vedere i primi cento fumetti più venduti, Maus c’è sempre. Allora mi chiedo, ma se L’uomo senza talento fosse stato tradotto da subito, trent’anni fa, lo sviluppo della graphic novel ne avrebbe risentito in qualche modo? E come?

B: Probabilmente i comics occidentali sarebbero molto meglio e si avrebbe una concezione meno stereotipata del manga. E forse avremmo una lista che non mette priorità agli autori americani rispetto agli autori non americani. Credo che il libro sarebbe stato un ponte migliore, o anche una semplice prova che il manga è addirittura superiore.

4NEJISHIKI

PG: Sicuramente è importante notare che ci sono lavori, anche precedenti rispetto a L’uomo senza talento, come Nejishiki del 1968 che erano molto avanti per l’epoca,e che tutt’ora rivelano la loro enorme modernità.

B: Secondo me Inio Asano potrebbe essere considerato uno Tsuge moderno perché accosta questa estrema semplicità a dei disegni ad altissima risoluzione, quasi fotografici. Ad esempio penso al suo Goodnight Punpun.

VF: L’eredità di Garo è stata “ufficialmente” raccolta dalla rivista AX. Quel particolare periodo magico per il manga si è esaurito alla fine degli anni Ottanta proprio con L’uomo senza talento, una sorta di saluto a quel modo di intendere il fumetto in Giappone. Si parlava di non-azione intendo anche quella riflessione per cui se nessuno è interessato al tuo lavoro, tu non esisti, è una riflessione molto amara secondo me. Poi c’è l’azione/non-azione di Tsuge che decide di non aggiungere altro, di abbandonare il campo, ma anche la consapevolezza che quell’approccio al racconto non c’è più e anche il gekiga, in quegli anni, è già diventato sinonimo di storie per vecchi sporcaccioni. Oggi possiamo trovare parte di quella lezione anche nelle opere di Maruo, Hanawa, o nei lavori Heta-uma. È inoltre inevitabile che, nell’ambito delle autoproduzioni, ci sia una letteratura sterminata realizzata da autori che operano sotto la spinta dell’esempio di Tsuge e degli autori di Garo. Certamente c’è molto da scoprire, da esplorare, ma sicuramente non è possibile farlo adesso… Garo è stata un’esperienza irripetibile, che nel corso della sua storia ha vissuto varie evoluzioni, in alcuni casi radicali trasformazioni. Era partita come una rivista a stampo comunista che aveva come proposito quello di divulgare ai ragazzi il pacifismo e il ritorno alla tradizione giapponese. La produzione a tema Yokai di Mizuki era in parte un’opera promozionale delle leggende e delle tradizioni del paese in opposizione al processo di occidentalizzazione che si stava verificando in quegli anni. Poi, dopo quella prima fase, la rivista diventa casa della sperimentazione, accogliendo i fratelli Tsuge, Seiichi Hayashi, Katsumata Susumu e tanti altri; infine, spinge l’acceleratore volgendo lo sguardo sulle nuove avanguardie con gli Heta uma e le varie estremizzazioni/radicalizzazioni dei generi nati negli anni Settanta. Garo negli anni è stata sempre un punto di riferimento per la scena alternativa giapponese, in occidente la scoperta dei risultati dell’incredibile lavoro svolto dalla rivista è ancora recente e comunque incompleta… sarebbe stato davvero interessante sapere cosa sarebbe successo se fosse stato pubblicato trent’anni fa L’uomo senza talento… sarebbe stato bello vederlo insieme a Maus… per me è letteratura e basta.

(grazie a Marta Roverato per la stesura di questo testo)

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