1 Apertura

L’uomo senza talento

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Pubblichiamo un dialogo tra Paul Gravett, Berliac e Vincenzo Filosa sull’opera di Yoshiharu Tsuge, uno dei più grandi autori di fumetto giapponesi. L’incontro, a cura di Canicola, si è svolto all’Accademia di Belle Arti di Bologna, in occasione di Bilbolbul, il Festival internazionale del fumetto. Di seguito la prima parte.

Edo Chieregato: Yoshiharu Tsuge è tra i maggiori autori di fumetto di tutti i tempi, indubbiamente è il maestro del manga alternativo giapponese. Quest’anno ha compiuto ottant’anni e in Italia Canicola edizioni, in collaborazione con la Japan Foundation e il Far East Film Festival, ha pubblicato il suo capolavoro L’uomo senza talento, uno dei romanzi a fumetti più intensi degli ultimi trent’anni. Questo incontro (con Paul Gravett, critico e storico, direttore del Comica London Festival e curatore della mostra Mangasia allestita al Palazzo delle Esposizioni di Roma, insime a Berliac e Vincenzo Filosa, due dei maggiori autori che si rifanno agli stilemi della tradizione gekiga del fumetto giapponese) è la prima occasione in Italia in cui ci si confronta in maniera sistematica sul suo lavoro.

2 COPERTINA LIBROVincenzo Filosa: Non capita tutti i giorni di ritrovarsi con due figure così importanti per la diffusione del fumetto giapponese e asiatico in generale. Da tempo ormai considero Yoshiharu Tsuge e tutto il suo lavoro come un enorme paradosso. Parliamo di uno dei più importanti esponenti del fumetto giapponese che è riuscito a imporre la sua grandezza pur pubblicando pochissimo; un autore che ha appena compiuto ottant’anni, ma che ha smesso di lavorare trent’anni fa… una rarità in Giappone, dove i mangaka sono come degli appartenenti a una gang: “entri vivo ed esci solo morto”. Nel 1986, dopo la pubblicazione de L’uomo senza talento – che era stato serializzato in una rivista chiamata “Comic Baku” – Tsuge ha realizzato altre due storie e poi ha salutato tutti. Il libro reinventa il watakushi manga, cioè il manga dell’Io, ed è il culmine della sua ricerca trentennale. Con Nejishiki invece – storia breve pubblicata sulla rivista alternativa Garo alla fine degli anni Sessanta – dove troviamo un ragazzino con un rubinetto a vite applicato su una vena recisa, ha introdotto aspetti onirici e visionari nel manga, e ha acceso un dibattito nei salotti culturali giapponesi sull’effettiva qualità artistica del manga, cosa che fino ad allora non era mai avvenuta. Successivamente Tsuge si è dedicato, soprattutto nell’ultima parte della sua carriera, a una ricerca di realismo che adesso mi sento di definire perfetto. Nel 1973 Tsuge realizza una storia dal titolo Riarizumu no yado (“La locanda del realismo”) che è in parte una critica a quella “riscoperta” del Giappone rurale, il Giappone raffinato ed elegante dei bei tempi andati, ed è ispirata alla massiccia campagna promozionale all’inizio degli anni Settanta delle istituzioni giapponesi. Tsuge decide di raccontare la realtà delle cose, restituendo al lettore quella che è la puzza della vita, della realtà. L’uomo senza talento è anche il compimento di quella ricerca, durata circa dieci anni. Credo però che, con questo suo “ultimo” lavoro, si sia avvicinato più di chiunque altro al concetto di realismo a fumetti. Solo recentemente il lavoro di Tsuge ha trovato diffusione tra i lettori europei, ma tutti gli autori di cui ho più stima e che più apprezzo lo conoscono, lo adorano, ne sono influenzati anche senza averlo mai effettivamente letto. A incantarli è il realismo infuso nelle sue narrazioni, quello che emerge già solo a una lettura delle immagini in sequenza. Figurarsi poi con l’integrazione di un testo; e se è vero che tutte le opere sono intraducibili, le sue lo sono un pizzico di più. L’uomo senza talento secondo me è anche l’addio, il canto del cigno, di quella ricerca di realismo che era stata intrapresa esattamente trent’anni prima dai pionieri del gekiga Tatsumi Yoshihiro, Matsumoto Masahiko e portata avanti da maestri come Seiichi Hayashi e Tsuge Tadao, che hanno rielaborato il gekiga proponendolo in nuove e personali varianti. Esattamente trent’anni dopo, con L’uomo senza talento Tsuge mette un punto a quella ricerca, analizza l’effettiva necessità del fumetto di realtà in quel particolare periodo storico giapponese e simbolicamente lo manda in soffitta. Con L’uomo senza talento, la magia di quel viaggio trentennale svanisce, come i protagonisti al centro della narrazione di ciascun capitolo dell’opera.

3 TAVOLA NATURA

Paul Gravett: Uno dei temi che mi piacerebbe introdurre subito è quello della natura. La natura nel senso di essere nella natura, con la natura, fare parte della natura: da questo punto di vista secondo me la città di Bologna crea molta confusione. Naturalmente perché ci sono un sacco di portici, ci sono tutti questi colori ocra, arancioni. Poi però ci si ferma un attimo e si arriva davanti al Teatro Comunale e ci sono questi tre alberi meravigliosi, questi tre gingko biloba con le loro foglie gialle, e quando arrivo lì so dove sono. Non solo so dove sono, ma mi sembra di essere dentro a un manga di Tsuge. Ieri ho conosciuto un nuovo amico, uno studente che si chiama Freddy, e parlando con Freddy discutevamo di come ormai il manga sia molto standardizzato, nelle facce che vengono disegnate, nella struttura che viene proposta, eccetera. Tsuge è invece il portatore di uno stile, di un approccio completamente diverso a questa forma d’arte, e quando si viene a conoscenza del suo lavoro ci si rende conto di quale sia la varietà rispetto a quanto si conosce. Spesso Tsuge è stato definito alternativo o underground, io non penso che sia esaustiva questa definizione perché è riuscito a spaziare da lavori più commerciali ad altri più alternativi, e non lo si può certo definire un autore “oscuro” o “ermetico”. Tsuge sicuramente non è “popolare”, non è facilmente accessibile, ma è anche molto noto. È stato celebrato, è stato ripubblicato e alcuni suoi lavori tra cui L’uomo senza talento hanno avuto rivisitazioni cinematografiche. Più che un autore underground lo si potrebbe quasi definire un tesoro nazionale giapponese… Non so se avete visto il film tratto da L’uomo senza talento, ha un finale che è stato molto travisato, è diventato zuccheroso e purtroppo tutta la sua essenza si perde…

Berliac: Sì, mi sembra che in qualche modo ci sia nel finale una sorta di accettazione del fatto che si torna al manga in maniera gloriosa, che invece è esattamente l’opposto di quello che troviamo all’interno del libro.

VF: Durante un incontro tenutosi nella scorsa edizione del Far East Film Festival di Udine, Nobuhiro Yamashita, il regista dell’adattamento cinematografico di Riarizumunoyado, ci ha spiegato come l’unica maniera efficace per affrontare dal punto di vista filmico Tsuge sia farsi ispirare dal suo lavoro piuttosto che seguirlo pedissequamente: bisogna trovare ispirazione nel suo realismo e canalizzarlo in qualcosa di diverso. E’ questo a mio avviso l’aspetto più riuscito di Riarizumunoyado cinematografico: è un film divertente, a tratti intenso e offre un ottimo adattamento del realismo di Tsuge, cosa che invece non riesce in maniera altrettanto efficace nel film tratto da L’uomo senza talento.

PG: Di recente, per l’ottantesimo compleanno di Tsuge, è uscito un numero speciale di AX magazine, periodico che raccoglie manga sperimentale e prosegue la tradizione di Garo. Si tratta di una monografia che ci mostra quanto la sua influenza sia viva ancora oggi. Ci sono tributi, discussioni, ricordi, tra cui quello di Hayashi Seiichi che fu suo collaboratore. E’ un volume piccolo, e questo è il segno tangibile della popolarità di Tsuge.

B: C’è una riflessione di marketing che esiste dietro il formato del libro, la diversa dimensione gerarchizza il successo dell’autore. Ad esempio, un settimanale manga di successo è pubblicato nel formato tankōbon (13×18 cm); se il successo aumenta, cresce anche la nuova tiratura ma il formato scende al formato bunko che corrisponde al nostro A6 (10,5×14,8 cm). Successivamente si passa all’A5, quindi ad un formato sempre più di “lusso” in termini di diffusione. Il fatto che Tsuge sia stato pubblicato in tutti questi formati ci fa comprendere il suo fenomeno.

PG: Nei primi lavori di Tsuge sicuramente ispirati da Shirato Sanpei e dalle storie dei primi samurai. C’è tantissimo dinamismo, vediamo dei volti da cartoon, un po’ caricaturali, c’è tanta azione.

B: Qui c’era proprio una volontà di appartenere alla produzione industriale, alla produzione di massa.

PG: Gli autori di manga in Giappone sono sottoposti a una forte pressione, perché se da un lato il fallimento è tremendo, anche il successo lo è. Le scadenze hanno tempi molto stretti – possono essere settimanali o mensili – per cui spesso è necessario avere degli assistenti. La gestione della produzione è quindi molto complessa anche da un punto di vista gestionale e finanziario e di recente è uscito Manga poverty un volume che parla proprio di questo aspetto della realtà industriale a cui sono sottoposti i mangaka.

B: Shigeru Mizuki, che è stato una figura chiave del manga e di cui Tsuge è stato assistente, ha iniziato a lavorare non come mangaka ma come kamishibai e lavorava appunto con questo teatrino di carta che portava in giro per i paesini narrando storie. Naturalmente queste immagini che restavano in visione ai bambini e al pubblico per lungo tempo durante la narrazione – perché non potevano cambiarle continuamente – dovevano avere un grado di realismo molto molto alto per riuscire a sostenere tutto il tempo dell’esposizione. Questo tipo di realismo è poi il bagaglio estetico che Mizuki si porta all’interno del manga nel momento in cui la figura del kamishibai comincia a declinare dopo la seconda guerra mondiale. C’è anche da sottolineare come sia chiara da questo punto di vista la sua influenza su Tsuge e come ci sia un momento, un punto di rottura, dopo il quale non si può più pensare a Tsuge senza l’influenza di Mizuki.

VF: Oltre a questo passaggio culturale tra una forma d’arte e l’altra c’è stato anche un incidente, una casualità, ovvero che Mizuki durante la seconda guerra mondiale ha perso il braccio con cui disegnava. Ha dovuto reimparare a disegnare, e inventarsi un metodo dove lui tracciava i personaggi principali e poi gli assistenti lavoravano su immagini da ricopiare. Quindi una pura casualità ha influenzato l’estetica di uno stile.

VF: Anche il teatro tradizionale giapponese è una forte ispirazione per Mizuki, a inizio della doppia tavola inseriva sempre un’immagine fortemente drammatica per dare il senso del luogo e disporre i personaggi all’interno della scena, successivamente sviluppava la scena con dialoghi e sequenze molto dinamiche e accessibili. Sempre dal teatro giapponese Mizuki ha mutuato il posizionamento dei personaggi ai lati della messa in scena.

PG: Un altro aspetto molto importante del lavoro di Tsuge è l’autobiografia o meglio l’auto-fiction che deriva dalla tradizione giapponese dei racconti dell’Io, elemento ricorrente ne L’uomo senza talento. Anche nelle storie più visionarie si vede come il realismo sia sapientemente combinato con il surreale. Il livello psicologico e quello più oscuro facevano parte della vita di Tsuge che aveva un equilibrio fragile, uno stato mentale talvolta incerto che è riuscito a rendere attraverso le immagini in maniera poetica.

B: Nelle pagine in cui si vede l’influenza del teatro tradizionale giapponese, c’è il cosiddetto effetto maschera per cui il personaggio principale ha un volto che rimane immutato, è sempre lo stesso, come se fosse una maschera, ed è l’ambiente circostante che invece carica a livello simbolico ed emotivo la scena.

4 PERSONAGGIO SPALLE

PG: Qua vediamo che il personaggio principale ci dà le spalle proprio quando il manga più tradizionale ci farebbe vedere il viso, con occhi giganti, espressioni esagerate, gesti molto ampi; qui invece la scelta di Tsuge è proprio opposta. Vediamo il personaggio quasi in silhouette, è una sagoma nera, ma tutto quello che gli sta attorno ci dice come si sente la persona all’interno dell’immagine. C’è un’eco molto forte anche con il lavoro di Chris Ware dove forse le sue scene più emozionanti sono proprio quelle più minimali da un punto di vista del tratto.

B: Sì, accade anche in Daniel Clowes.

5 Kobayashi Kiyochiko

PG: Kobayashi Kyoshiro è nato e vissuto cento anni prima di Tsuge, nelle sue immagini molto belle si vede come l’impatto dell’occidentalizzazione lavora anche sull’artista. Si vede l’arrivo della luce elettrica e quindi si entra nella magia delle silhouette che si ritrovano anche nei lavori di Tsuge. Sono figure in controluce bellissime e poetiche, che ci raccontano anche dell’anonimato, per la prima volta questi personaggi possono avere una loro vita, una vita emotiva che diventa quella dell’uomo moderno, anche in crisi, una vita che deve venire anche a patti con l’inscatolamento sociale.

VF: Ne L’uomo senza talento uno degli aspetti più divertenti, anzi più interessanti, a proposito delle silhouette è la resa del personaggio della moglie del protagonista, che nei primi capitoli è totalmente oscurata. Tutti lo interpretiamo come una cosa drammatica, ognuno la può leggere a modo suo ma sempre in maniera molto intensa e profonda. In realtà Tsuge in un testo che accompagna una delle edizioni giapponesi del volume, sostiene di non aver mai fatto volontariamente quella scelta ma di essersi accorto solo dopo due mesi dalla pubblicazione del libro che effettivamente non aveva mai disegnato il volto della compagna, e si definisce distratto e superficiale per questo.

PG: Tsuge oltre al manga ha lavorato con la fotografia, soprattutto per la documentazione; vi risulta che si sia occupato anche di altri mezzi di espressione artistica?

VF: Ci sono esempi di lavori ad acquerello o più pittorici, però fondamentalmente il suo punto di riferimento è sempre stato il manga. Come suo fratello Tadao amava la fotografia e sappiamo che ha anche lavorato come rivenditore di macchine fotografiche usate. I due fratelli usavano la fotografia in maniera molto diversa: Yoshiharu ha sempre cercato una resa dell’immagine fotografica molto dettagliata, in grado di riprodurre in maniera efficace i volumi delle figure e il loro rapporto con gli altri elementi dell’immagine; Tsuge Tadao era invece interessato alla luce e all’effetto che essa aveva sui corpi, andava a disegnare figure completamente scarnificate, martoriate, con volti privi di connotati perché investiti da una luce totale. Questo diverso approccio è anche un po’ esplicativo dei due modi completamente opposti di affrontare anche la vita e il fumetto in generale.Altra grande passione di Yoshiharu erano i viaggi presso le stazioni termali, che spesso riporta in dettagliatissimi diari, e naturalmente i sogni, anch’essi oggetto di diversi resoconti scritti.

PG: Una cosa che mi piacerebbe capire meglio è la gestazione delle sue storie brevi, ce ne sono alcune che hanno avuto una realizzazione lenta, estremamente organica, che magari dagli anni Sessanta, o anche prima, hanno iniziato a formarsi nella sua mente e poi sono state trasposte su carta in maniera poco tradizionale.

VF: Sì, concluso il ciclo di ventidue storie per Garo e dopo una pausa di circa due anni, Tsuge ricomincia a lavorare  per altre riviste dedicandosi principalmente a tre generi: il genere erotico-grottesco, il realistico e quello autobiografico. In quest’ultimo filone, a partire dal 1976 realizza una serie di storie che, seppur autonome e indipendenti tra di loro, andranno a creare un vero e proprio racconto della sua infanzia e giovinezza. Anche i racconti di terme e i resoconti dei diari sono stati realizzati al termine della collaborazione con Garo e pubblicati su diverse riviste… L’uomo senza talento è stato pubblicato in maniera più regolare, sulle pagine di una sola rivista, e riesce a incorporare in una narrazione equilibrata e organica tutti i generi, gli spunti e molti elementi della sua poetica che nelle storie precedenti vengono presentati quasi sempre separatamente.

PG: Effettivamente leggendo L’uomo senza talento verrebbe da pensare che sia un lavoro molto autobiografico e ci si chiede quindi se anche Tsuge abbia raccolto le pietre dal fiume… o abbia intrapreso altre attività poco comuni.

6 VENDO PIETRE

VF: Sì, il libro lo spiega bene, ha aperto un negozio di macchine fotografiche e vendita per corrispondenza… Il racconto che ha generato poi la serie di storie che compone L’uomo senza talento è stato ispirato proprio a una delle sue giornate a caccia di pietre sui fiumi. Al termine della collaborazione con Garo, e dopo una pausa di appena due anni, inizia a lavorare a racconti prevalentemente di matrice grottesca e surreale. Per Tsuge è sicuramente uno dei periodi più proficui e interessanti, in cui si registrano diverse direzioni di ricerca non solo nei contenuti ma anche nello stile, con racconti che sperimentano anche la tecnica dell’acquerello. In particolare penso a un racconto ad acquerello che sembra quasi disegnato alla maniera del “Heta-uma”. Heta-uma vuol dire bello o brutto, buono o cattivo, fondamentalmente una cosa che possiamo assimilare al punk nel manga giapponese, è uno stile che si è sviluppato su Garo dalla fine degli anni Settanta ed è concepito da una serie di autori che annoiati dallo stile ultra preciso della maggior parte degli autori di manga, ma anche di artisti in altri ambiti,iniziano a disegnare volontariamente “male”, realizzando storie profonde di forte critica sociale. È un genere che ha degli autori ancora molto attivi, penso a Hanakuma Yuusaku, uno dei pochi arrivati anche qui in Italia: un autore che spazia dalla pubblicità alle arti marziali arrivando persino al wrestling. I suoi personaggi fanno parte dell’immaginario pop giapponese, il suo Tokyo Zombie è stato soggetto di trasposizioni cinematografiche. Ma il pioniere, quello che effettivamente ha dato vita al genere è Teruhiko Yumura conosciuto anche come King Terry. Un altro autore di riferimento di questo genere è il grande Matsumoto Masahiko, padre del Komaga, che Paul se non sbaglio ha inserito nella mostra Mangasia. Ma va detto cheTsuge è stato archetipico anche in questo senso, e non solo in senso stilistico. Con Nejishiki ha introdotto l’utilizzo dell’assurdo e del grottesco nel manga, ha infuso elementi visionari e poetici in un’opera che per molti versi rappresenta una critica corrosiva dei tempi.

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