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Lux, la narrazione assennata e piena di grazia di Eleonora Marangoni

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Ci sono libri che è opportuno rileggere due volte: la prima volta per percepirne il sapore, e la seconda per metterne a fuoco la storia. Sono i romanzi che compiono un investimento speciale nelle atmosfere avvolgenti, nello stile ricercato, in una lingua sorvegliata ed esatta, e nei quali gli eventi narrati sembrano passare in secondo piano, come oscurati dal nitore e dalla forza dell’espressione. Affrontando queste opere, a una prima lettura si corre il rischio di non riuscire a cogliere perfettamente le relazioni tra gli avvenimenti descritti, perché è facile lasciarsi distrarre dalle suggestioni evocate dal racconto. Ed è solo leggendole nuovamente che i nessi causali e temporali acquisiscono una rigidità più definita e articolata, e si riesce a percepire la storia con il necessario livello di esattezza.

È il caso di Lux (Neri Pozza), romanzo d’esordio di Eleonora Marangoni, una scrittrice che, per quanto ancora giovane,ha già sviluppato una visione del mondo originale e matura, ed è dotata di un’assennatezza scintillante e piena di grazia. Marangoni, che negli anni passati si è fatta conoscere per i suoi studi su Marcel Proust, confeziona un libro capace di cogliere l’energia segreta delle cose, la linfa nascosta che le innerva e da cui la storia a poco a poco si dipana.

Thomas Edwards, giovane rampollo di una famiglia anglo-italiana, riceve un’eredità particolare: un albergo d’altri tempi in un’isola nel Sud Italia, una piantagione di baobab nani e una sorgente d’acqua minerale dalle straordinarie proprietà curative. L’uomo si reca sul posto insieme alla sua fidanzata, Ottie Davis, e al figlio di lei per vendere la proprietà a un compratore misterioso. Al centro dell’isola si trova l’hotel Zelda, una pensione che sicuramente ha visto giorni migliori, ma che mantiene tuttavia un fascino indecifrabile.

Nell’hotel confluisce una serie di personaggi pittoreschi, che tutti insieme daranno vita alla trama del romanzo: Gero Rutirò, il gestore dell’albergo, una di quelle creature che trovano la propria dimensione a metà strada tra l’egoismo e l’indolenza; Guglielmo Gandini, scrittore in pensione un po’ snob, che ogni anno parte da Milano per trascorrere due settimane all’hotel, sempre e rigorosamente fuori stagione; Olivia Lubic, una biologa triestina al settimo mese di gravidanza, sempre guardinga e dall’aspetto indifeso, che suscita in Thomas un irresistibile quanto fatale senso di protezione; e Agave, una prostituta un po’ avanti negli anni, originaria dell’isola, caratterizzata da un’allegria contagiosa e una pinguedine a suo modo sensuale.

Tra questi personaggi prende vita una storia in cui le interazioni tra i protagonisti non sembrano mai esaurire la forza delle pulsioni che le hanno generate; l’espressione dei sentimenti da parte dei personaggi rimane frenata, attutita, come se i loro pensieri non riuscissero a oltrepassare il limite fisico degli individui e rimanessero – almeno parzialmente – inespressi. In questo processo quasi osmotico che regola e limitala comunicazione, l’interno e l’esterno sono esposti a una continua e reciproca contaminazione. L’esterno si configura come pura interiorità, e le relazioni apparentemente effimere tra le cose disegnano un percorso che è primariamente un itinerario spirituale, che mira a tracciare i legami dell’universo con la parte più profonda del sé. Il mondo interiore vive all’esterno: negli oggetti, nel clima, nei dettagli; la privatezza, la riflessione profonda, il sentire più intimo e radicato rimangono impigliati nelle cose e le trasfigurano, le trasformano da accidenti in sostanza, da elementi superficiali in essenza del mondo:

Il clima nell’amore è importante. Perché mai, altrimenti, terremmo d’occhio il meteo delle città in cui vivono quelli che amiamo? Che razza di abitudine è, se non un altro sciocco modo di essere fedeli ai nostri sentimenti? Ci leghiamo per anni a qualcuno solo perché, senza nemmeno accorgercene, abbiamo studiato l’evoluzione del suo guardaroba nel corso delle stagioni. Ci siamo inspiegabilmente affezionati a certi suoi golf di lana, arresi il giorno in cui, al ritorno da una gita al mare, abbiamo scoperto il segno dell’abbronzatura sulla schiena. Capitoliamo davanti alla comparsa delle lentiggini, spalanchiamo il cuore dopo una mattina passata a disperdere il fiato nella neve e ritroviamo la speranza ai primi di maggio, con il ritorno delle camicie azzurre, quando le cose sembrano, come per magia, tornare di nuovo al mondo. C’è gente che ha deciso di sposarsi perché era domenica e fuori non la smetteva di piovere; ci fosse stato il sole, o anche solo il cielo nuvoloso, sarebbero rimasti fidanzati tutta la vita.

La luce – che dà il titolo al romanzo – è l’elemento che rivela le cose nella loro essenza più intima, le fa apparire diverse, le manifesta nella loro multiformità, nel loro essere cangianti, e le rende oggetto di osservazione. L’osservazione minuziosa fa parte di quell’operazione di decifrazione della realtà che ogni uomo deve compiere per trovare un posto nel mondo. Ponendo attenzione a ciascun singolo dettaglio dell’universo circostante, l’uomo stabilisce relazioni in senso orizzontale (tra se stesso e gli altri individui) e verticale (la comprensione del passato, della propria storia personale). Nelle frequenti descrizioni che troviamo nel romanzo, l’esattezza vuole rendere conto della precisione con cui gli eventi tracciano le loro traiettorie, determinando destini che sono solo apparentemente appannati e fuori fuoco, ma che in realtà si compiono con esattezza millimetrica.

Lux di Eleonora Marangoni è un romanzo nostalgico e accurato, in cui l’accuratezza si pone a servizio della nostalgia per elargirle quella concretezza di cui essa molto spesso difetta. È un libro eminentemente realista, nel quale tuttavia trova spazio anche la magia. Ma una magia che non compromette il realismo, anzi, gli conferisce una leggerezza speciale, che evoca le pagine migliori di Gabriel García Márquez. È un romanzo che svela le analogie nascoste tra le cose, tracciando delle mappe di somiglianze che rendono più speciale l’universo narrativo. Del resto, «amiamo sempre qualcosa perché ci ricorda qualcos’altro non è vero?».

La realtà si colloca sempre in bilico tra gli opposti, e sembra trovare una strada rimanendo perennemente in equilibrio tra i due versanti di una stessa percezione, indecisa se chinarsi dall’una o dall’altra parte per prendere posizione, ma che alla fine permane sul crinale dell’ambiguità, compiacendosi di questa polivalenza, indugiando in una feconda oscillazione: «era alta, rossa, non si capiva se un po’ troppo magra o un po’ troppo in carne»; oppure: «facevano l’amore come se si fossero appena conosciuti o dovessero di lì a poco dirsi addio».

Le cose che popolano l’universo narrativo di Lux sono oggetti atemporali, che non hanno quasi mai una loro utilità. Semplicemente esistono, e attestano – con la loro esistenza – la presenza di un mondo irreale, parallelo al nostro, che vive solamente nella nostalgia di qualcosa che non si conosce, ma che percepiamo nelle nostre sensazioni con l’evidenza di un dato di fatto. Un mondo irreale, certo, ma in fondo più reale della realtà stessa. Un mondo descritto con pochissimi toponimi, perché più che una geografia fisica ne traccia una mentale, destinata a disegnare misteri più che a rivelarne.

Al centro del romanzo c’è un’isola di cui non sappiamo quasi nulla. Non ha nemmeno un nome vero e proprio: sappiamo che è molto piccola – di dimensioni poco più grandi di uno scoglio – e che si trova nel Sud Italia, nei pressi di un’altra isola che i locali chiamano – per distinguerla – Isola Grande. Sappiamo che oltre all’hotel Zelda e alla piantagione di baobab nani, ospita un vulcano inattivo e una vegetazione particolarmente caratteristica.

L’isola di Lux potrebbe essere l’Ogigia di Omero – allo stesso modo selvaggia e incantata –, o la Procida di Elsa Morante – con i suoi rifugi segreti e la sua inviolabilità: un posto separato dal mondo,che tutto intorno ha il mare e sopra solamente il cielo, e che funge da castone agli avvenimenti per meglio metterne in risalto l’autenticità. In un’isola accadono dei fatti che in qualunque altro posto al mondo sarebbero considerati vani, futili, inessenziali: singoli fotogrammi dello scorrere del tempo che non sembrano avere nessun tipo di relazione con gli eventi principali dell’esistenza, ma a cui il cuore conferisce un’istintiva predilezione, accettandoli semplicemente per quello che sono: materiale di risulta dell’esistenza, destinato a custodirne l’essenza più rilevante:

Poi c’erano le isole: per quei dettagli sembravano fatte apposta. Per trovargli una casa, vederli in azione. Forse le isole erano nate da dettagli del genere; non erano che sviste minuscole di un mondo che le aveva create mentre andava da un’altra parte e le aveva dimenticate in fretta, senza guardarsi indietro.

Il mondo non sapeva cosa farsene, ma isole e dettagli esistevano ogni giorno, e chi li scopriva non poteva fare a meno di portarseli dietro sempre, e di crederli tutto sommato più veri di qualunque altra cosa.

Lo stile di Marangoni ha modelli importanti, tutti caratterizzati da un’eleganza sobria ed elegante: da Fitzgerald a Marquez, da Sterne a Rebecca West;ma l’autrice ha assimilato le proprie influenze mettendo a punto un linguaggio maturo e originale, che costituisce una voce già riconoscibile sulla scena letteraria italiana. La prosa ha una struttura cristallina, nella quale il frequente ricorso all’ipotassi non appesantisce il dettato sintattico, ma gli conferisce complessità architettonica e nitidezza. Una nitidezza che è uno dei pregi maggiori di un’opera che riesce a conciliare con disinvoltura la freschezza della modernità con l’autorevolezza di un classico.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2018 ha pubblicato presso Castelvecchi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Fa parte della redazione di «Nuovi Argomenti», per la quale si è occupato della scrittura di saggi critici, della stesura di una rassegna di poesia italiana contemporanea e di traduzione poetica. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza. Lavora per una multinazionale.
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