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Luz, la catarsi di un fumettista ferito

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

di Marco Frattaruolo

Se c’è una cosa che l’attentato del 7 gennaio 2015 alla redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo è stato capace di far emergere, riguarda il triste calare della maschera dell’ipocrisia sui volti di molti di noi. Da un giorno all’altro diplomatici, personaggi controversi e uomini comuni si erano ritrovati ad essere dei piccoli #charlie, quando, fino al giorno prima, di quello scomodo e irriverente Charlie Hebdo, molti di questi ignoravano o, ancor peggio, con fatica riuscivano a tollerare l’esistenza.

Andò a finire che i poveri Charb, Wolinski, Cabu e Tignous (insieme a Philippe Honoré, Mustapha Ourrad, Elsa Cayat, Bernard Maris, Michel Renaud, Frederic Boisseau, Ahmed Merabet e Franck Brinsolaro) divennero, loro malgrado, simboli per antonomasia di quella libertà di espressione e satira di cui il mondo occidentale aveva fino a quel momento guardato bene dal curarsi.

A poche settimane dalla tragedia a far emergere questo fondo di ipocrisia, velato, ma neanche troppo, era stato Luz, firma storica della rivista sopravvissuto alla strage per puro caso (quel mercoledì mattina, giorno del suo compleanno, era rimasto a festeggiare tra le lenzuola con la sua compagna), attraverso un’intervista rilasciata al magazine Les Inrocks nella quale, con il solito ghigno beffardo e libertino, non aveva esitato ad evidenziare le grandi contraddizioni dell’opinione comune: “Nel 2007, con la pubblicazione delle caricature di Maometto del giornale danese Jyllands-Posten, siamo stati definiti o provocatori o eroi della libertà di stampa. Nel 2011, quando la nostra sede fu incendiata, fummo definiti di nuovo degli eroi. Nel 2012, in occasione dell’uscita di un film idiota sui musulmani (L’innocence des musulmans), disegnammo Maometto su Charlie, come al solito. Diventammo allora dei pericolosi provocatori che fanno chiudere le ambasciate e terrorizzano i francesi residenti all’estero. I media danno una rilevanza eccessiva ai nostri disegni, mentre noi non siamo che una piccola fanzine da liceali […] La carica simbolica attuale va contro tutto ciò per cui Charlie si è sempre battuto: la distruzione dei simboli, la caduta dei tabù, lo smascheramento delle illusioni. È bellissimo il sostegno della gente, ma non c’entra nulla con quello che sono le vignette di Charlie”.

In questo lungo virgolettato è  riassunto tutto il pensiero di chi Charlie lo ha vissuto veramente e di coloro che, al di la dei semplici quanto futili hashtag, hanno dovuto sobbarcarsi il dolore, quello vero. Quel dolore che giorno giorno dopo logora dentro continuando a scavare vuoti incolmabili.

Il fardello del dolore

All’indomani delle manifestazioni (e delle teatrali parate) di vicinanza al popolo francese e a quel che rimaneva della redazione dell’ “irresponsabile giornale” di satira, ai disegnatori e giornalisti di quest’ultimo non restava che farsi forza e discutere delle scelte da compiere nell’immediato futuro. Tornare in edicola? Quale messaggio lanciare? Curvo su un foglio bianco, con i pensieri sfocati e gli occhi grondanti di lacrime toccò proprio a Luz – all’anagrafe Rénald Luzier – dare risposta alle tante domande. Il risultato fu quell’essenziale vignetta che ritraeva un fallico Maometto che piagnucolante sibilava: “Siete tutti perdonati”.

Fu questo il moto di orgoglio di un vignettista, ma ancor prima uomo, ferito che di li a poco, stufo delle diatribe interne alla redazione, avrebbe annunciato il suo addio. E fu quello il momento in cui Luz si accorse che il disegno lo stava abbandonando. Le pagine bianche sulle quali, fin dalla tenera età, aveva riversato litri e litri di inchiostro, ora avevano nient’altro che un effetto inibitorio. Se ne era andato, così come “se ne era andato quel pugno di cari amici”, per mano del folle gesto compiuto dai fratelli Kouachi in nome di un dio intangibile. Le matite spuntate, gli inchiostri seccati, le pagine di un bianco candido stavano diventando l’incubo di Luz. Finchè un giorno l’amico disegno non è tornato “un poco alla volta. A volte più serio, a volte più lieve. Con lui ho parlato, ho pianto, urlato, mi sono riconciliato man mano che il segno diventava più chiaro. Abbiamo cercato entrambi di comprendere”.

E da quell’esatto momento è cominciata la fase di elaborazione del dolore di Luz. Attraverso schizzi, disegni e scarabocchi che hanno dato forma a Catarsi (in Italia edito da Bao Publishing) “non una testimonianza, ancor meno un’opera a fumetti, ma piuttosto la storia di come si sono ritrovati due amici che hanno rischiato di perdersi di vista per sempre”, sottolinea in sede di introduzione al volume il quarantatreenne vignettista di Tours.

Nelle 130 pagine Luz si mette letteralmente a nudo. Così come a nudo vengono messe le sue emozioni. Morte e vita. Sangue e risate. Fantasmi e ansie. Sfogliando Catarsi si percepisce come Luz non abbia avuto scelta, come inerme abbia dovuto sobbarcarsi ansia, terrore e paura. Sentimenti che lo hanno aggredito e che lui, da uomo, non ha potuto far altro che subire. Li mette nero (e rosso sangue) su bianco con il suo tratto scheletrico e bambinesco, che ricorda da vicino quello di André Franquin.  C’è il sesso con Camille nel quale il fumettista trova rifugio, i quotidiani episodi di sclero e di ansia (a cui Luz darà il nome di Ginette). Le sedute dalla psicologa à-la Woody Allen e i viaggi nella lontana infanzia, quando tutto ancora non era compromesso. E poi ancora i trip deliranti nella propria testa, che danno vita a chiacchierate dall’oltretomba con il suo “amante” Charb.

Catarsi come ben descritto da Boris Battaglia sulle pagine di Fumettologica “è un blues e come il blues di Johnson era realmente tristezza, così questo libro è puro disegno e pura disperazione”. Ma è anche, aggiungiamo noi, un pugno di rabbia assestato a quegli oscuri fantasmi che di allentare la morsa, chissà per quanto tempo ancora, non ne vorranno sapere.

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