HP-Lovecraft

Lw’nafh ng yar, ovvero: tutto quello che avreste sempre voluto sapere su H.P. Lovecraft

HP-Lovecraft

di Francesco Gallo

La Providence Press è una casa editrice indipendente specializzata nella pubblicazione di testi, soprattutto racconti, appartenenti al genere fantastico e “dimenticati”: importanti, ma poco noti al grande pubblico.

Ecco quindi i lavori di William Chambers Morrow, o di Barry Pain e Bessie Kyffin-Taylor. Ed ecco le storie di Steve Costigan e Buckner J. Grimes — due dei personaggi meno noti di Robert E. Howard, l’inventore di Conan il barbaro.
Omaggiando già nel nome il creatore dei Miti di Cthulhu, la Providence Press ha quindi deciso — e, personalmente, non la ringrazierò mai abbastanza per il coraggio — di colmare un vuoto editoriale italiano secondo me enorme pubblicando la monumentale biografia Io sono providence: la vita e i tempi di H.P. Lovecraft di S. T. Joshi, il più grande esperto mondiale dello scrittore.

Suddivisa in tre volumi — ma già la prima edizione inglese, edita dalla Hippocampus Press (2010), ne prevedeva due —, oltre a rappresentare un testo estremamente erudito, nonché immancabile per ogni appassionato, costituisce un’utilissima bussola per orientarsi in uno degli universi narrativi più vasti che siano mai stati creati. E se prima pensavamo di sapere tutto, ma proprio tutto a proposito di HPL, adesso veniamo a sapere, tra le altre cose: che da piccolo è stato un appassionato cinefilo, che assieme a certi suoi amici suonava lo zobo (uno strumento musicale a fiato), e che a segnare la sua carriera di scrittore di narrativa è stato quasi sicuramente l’incontro con W. Paul Cook, figura di primo piano nell’ambiente del giornalismo amatoriale.

Dettagli, potrebbe rispondere qualcuno.
Dettagli. Già. Ma cosa sarebbero le storie senza i dettagli?
Per orientarmi in questo (già) vastissimo primo capitolo, ho fatto due chiacchiere con il fondatore della casa editrice, Gianfranco Calvitti.

***

D. Cominciamo dal razzismo. Lovecraft – su questo non credo possano esserci dubbi – è stato un razzista. Celebre il suo componimento: On the Creation of Niggers (1912), dove, a un certo punto, la voce narrante dice: “When, long ago, the gods created Earth / […] A beast they wrought, in semi-human figure / Filled it with vice, and called the thing a Nigger.” Tuttavia, nel razzismo di HPL ci sono state eccezioni. O se vogliamo delle incoerenze.HPL sposerà una donna, Sonia Greene, di origine ucraino-ebraica, e sarà per lungo tempo amico di Samuel Loveman, poeta di origine ebraica. Tutto ciò Joshi non lo ha mai negato. Neppure ha cercato di edulcorarlo.
Piuttosto, dov’è andato a rintracciare l’origine di questo razzismo?
E che idea se n’è fatto?

R. Joshi affronta la questione del razzismo in Lovecraft fin dai primi capitoli della sua monumentale biografia, e non solo non lo edulcora in nessuna maniera ma anzi lo approfondisce in più punti dell’opera, contestualizzandolo e andando a rintracciarne i riferimenti precisi nella cultura e nel pensiero dell’epoca.

Tu citi giustamente la nota poesia On the Creation of Niggers, del 1912, ma bisogna ricordare che il primo documento esplicitamente razzista dello scrittore di Providence è una precedente poesia, De Triumpho Naturæ: The Triumph of Nature over Northern Ignorance, del luglio 1905, l’unico sopravvissuto dei suoi componimenti poetici tra Poemata Minora e le diverse poesie scritte proprio nel 1912.

Come già si intuisce dal titolo, la poesia è una critica della Guerra civile provocata dalla “ignoranza nordista” che, contro le leggi di natura e “la volontà di Dio” — in cui, per inciso, al momento del componimento di questa poesia Lovecraft aveva già cessato definitivamente di credere da tempo— ha voluto l’emancipazione dei neri, senza rendersi conto che così facendo ne provocherà proprio l’estinzione.Questa singolare teoria Lovecraft la mutua da The Color Line: A Brief in Behalf of the Unborn (1905), libro di William B. Smith — a cui la poesia è dedicata —, professore universitario di matematica e soprattutto sostenitore dell’inferiorità biologica (e non culturale) dei neri, una convinzione che Joshi ci ricorda fu propria dello stesso Lovecraft per tutta la vita, e senza ripensamenti.Se è inevitabile che il razzismo sia una delle componenti della complessa figura di Lovecraft uomo e scrittore che più facilmente smuovono l’emotività dei suoi lettori, è altrettanto vero che esso prese molte forme differenti nel corso della sua vita.Joshi non edulcora e non censura nulla di questo, e ne affronta tutti gli aspetti con equilibrio e accuratezza critica collocando l’atteggiamento e il pensiero dello scrittore nel contesto culturale e intellettuale del suo tempo, e della sua famiglia — significativamente, le lettere in cui dà sfogo più violentemente ai propri pregiudizi razziali sono quelle scambiate con la zia Lillian, negli anni ’20.

Sicuramente i pregiudizi razziali dello scrittore — verso i neri e gli stranieri in generale — avevano radici antiche, e la loro origine si può facilmente rintracciare sia all’interno della famiglia che nell’ambiente benestante e chiuso in cui crebbe, e che erano ampiamente diffuse nel “suo” New England (per ragioni soprattutto economiche e sociali).Al contempo Joshi sottolinea come la formazione intellettuale e culturale del giovane Lovecraft, che tra le diverse forme attraverso cui diede voce al suo profondo amore per la storia vi furono appassionate ricerche sulle origini della propria famiglia — legandole indissolubilmente al suo amore per il Rhode Island e il New England —, passò anche attraverso la frequentazione di tutta una letteratura contemporanea che esaltava il tempo passato e i suoi “valori”, a cominciare da molta letteratura apertamente razzista che nobilitava il Vecchio Sud prima della Guerra civile.

Sicuramente Lovecraft è stato razzista, ma il suo razzismo deve essere contestualizzato all’epoca e a un contesto sociale e culturale in cui soprattutto tra i bianchi il razzismo era ancora ampiamente diffuso, e comunque percepito in maniera molto difforme da come lo intendiamo oggi.Non si deve comunque prendere il razzismo di Lovecraft come vincolante, a cominciare dalla vita privata, dove è sempre stato capace di nutrire rapporti civili o di amicizia o sentimentali in base alle proprie simpatie a prescindere da queste criticabili idee.

Il New England.Il New England che, tra le tante cose, significa: Henry David Thoreau e Ralph Waldo Emerson. Significa Edgar Allan Poe e Nathaniel Hawthorne. Significa Louisa May Alcott. Significa Sylvia Plath. Significa Jack Kerouac, Annie Proulx, John Cheever, John Irving. Significa Stephen King. Alcuni tra i più importanti e celebri filosofi, poeti e scrittori d’America sono nati qui, in questa regione che mette assieme ben sei Stati – Connecticut, Maine, Massachusetts, Rhode Island, Vermont – e si estende per un totale di 186.458 km2.(Poco più di metà dell’Italia.) Non ti nascondo che oggi, leggendo alcuni dei racconti di HPL, i passaggi che preferisco sono quelli in cui l’interesse per la storia, la geografia e il folklore del territorio procede di pari passo con il suo periodare meticoloso, indolente e lussureggiante.A proposito di Cape Cod (un’esile penisola che si ripiega a mo’ di uncino sull’Oceano Atlantico), Thoreau ha scritto: “Un uomo può starsene lì e gettarsi tutta l’America dietro le spalle”.

In un certo senso, HPL ha fatto la stessa cosa: ha dato le spalle all’America, ma soltanto per scrutarne meglio le profondità, là dove il passato imbibisce le proprie radici nel sangue. (Mi viene in mente il racconto Pickman’s Model (1926), nel quale il narratore scopre che i soggetti mostruosi ritratti dall’artista Richard Upton Pickman esistono e vivono in una rete di gallerie nella città di Boston.)

Come nasce e si sviluppa il rapporto di HPL con il New England?

Il New England significa per Lovecraft, in prima battuta, la solidità — e il senso di sicurezza che ne può derivare — di una tradizione, tanto storica quanto familiare, di cui rivendicò per tutta la vita con orgoglio l’appartenenza. Se il Lovecraft “genealogista”, come scoprirà il lettore, era soprattutto preoccupato (con relativo successo, in verità) di rintracciare le origini della sua famiglia in una vagheggiata “pura, piccola nobiltà inglese” trapiantata in America, egli era altrettanto consapevole e fiero nel ricordare che i suoi antenati — in particolare da parte materna — si erano stabiliti nel New England, e proprio nel Rhode Island fin dalla sua colonizzazione, e lì con lui ancora dimoravano.Questo legame è da ricercare anche in quella che è stata la formazione personale di Lovecraft. Cresciuto leggendo i libri della biblioteca del nonno, tuffandosi prima nel mondo greco-romano e poi in quello del Diciottesimo secolo, Lovecraft ha iniziato a maturare un amore profondo per il passato in tutte le sue forme, che lo avrebbe accompagnato nel corso della vita. E il New England rappresentava sia il passato “classico” degli Stati Uniti, sia il cordone ombelicale con quella che egli riteneva la sua vera madrepatria, l’Inghilterra.

Ad attrarmi maggiormente della figura di HPL credo sia stata una sua peculiare ostinazione a percepirsi — e, di certo: a farsi percepire — come un essere umano proveniente da un altro tempo. Il suo amore per il mondo classico l’ha portato a preferire nella scrittura l’uso di termini di origine greca oppure latina rispetto all’inglese colloquiale: per The Tomb (1917) scelse “tomb”, appunto, al posto di “grave”. Ed è anche questo che l’ha portato a firmare alcune delle sue lettere con una serie di buffi pseudonimi. Se a tutto ciò aggiungiamo la passione per la letteratura fantastica, nutrita fin da piccolo, l’interesse per le scienze nonché un’oggettiva difficoltà a integrarsi tra i suoi coetanei, il ritratto che mi pare venga fuori è quello di un… nerd! Ma di un nerd come lo si poteva intendere negli anni ’80. O prima ancora. E penso al Peter Parker delle storie firmate da Stan Lee e Steve Dikto. Molto, molto distante, comunque, dallo stereotipo rappresentato da Leonard Hofstadter in The Big Bang Theory… Leggere HPL significava, e significa ancora, per me: essere HPL. Legittimare quella parte di me che più si appassionava ai fumetti dell’orrore, ai videogame, ai giochi da tavola… a tutta quella roba, insomma, che, simile a un’ingombrante zavorra, negli anni della mia prima infanzia e adolescenza mi ha impedito di fare amicizia con la maggior parte dei miei coetanei.
In che modo Joshi racconta la formazione intellettuale di HPL?

È stata veramente una formazione atipica, la sua, oppure è più corretto dire che ogni formazione (intellettuale e non) è atipica a modo suo?

Questa domanda mi dà modo, innanzi tutto, di smentire la questione del “Solitario di Providence”. Lovecraft non fu mai un recluso, come viene praticamente sempre definito, se non per un breve periodo della sua vita (1908-1913), conseguente all’abbandono della scuola, e del quale si sa molto poco. In quei cinque anni evitò la compagnia altrui (anche se non totalmente), rimanendo chiuso in casa o dedicandosi presumibilmente ad attività solitarie, come andare a teatro o al cinema (Lovecraft vide molti film e nella biografia potrete leggere il curioso episodio della sua brevissima “carriera” di critico cinematografico). Lovecraft si potrebbe in parte definire un bambino prodigio. Un genio che già in tenera età da autodidatta leggeva il latino, per esempio, o si formò sull’inglese del Diciottesimo secolo.

Di certo la formazione fu particolare, perché non tutti a quell’età avevano a disposizione la ricca biblioteca di nonno Whipple. Ma era anche una questione di disposizione mentale.Per esempio, quando giocava da solo in casa, Lovecraft costruiva scenari che utilizzava per raccontare le “sue” storie, rappresentazioni “animate” se vogliamo anche di quanto leggeva sui libri, e anche questo incise sulla sua formazione futura di narratore. Ma non fu poi così atipica per altri versi. Da ragazzino, Lovecraft aveva i suoi compagni di giochi con i quali scorrazzava in bicicletta (cosa che fa pensare al film I Goonies (1985), giocava insieme a loro facendo l’investigatore della Providence Detective Agency (che dirigeva portando con sé una pistola vera), si esibiva come percussionista e suonatore di zobo nella banda musicale dei “monelli” dei dintorni. Quindi una infanzia molto normale, sebbene, parallelamente, continuasse a dedicarsi ai suoi esperimenti chimici (rischiò anche di perdere un dito) o alle osservazioni astronomiche.

HPL deve ancora compiere dieci anni quando si appassiona a discipline come la chimica e l’astronomia.(Tra l’altro, è una sua lettera pubblicata nel 1906 sullo Scientific American a suggerire la presenza di Plutone; pianeta scoperto nel 1930 da Clyde Tombaugh.)Il suo atteggiamento adulto e consapevole nei confronti della scienza si riflette a mo’ di tematica nella maggior parte delle sue storie: esemplare, in questo senso, l’incipit di The Call of Cthulhu (1928). “The most merciful thing in the world, I think, is the inability of the human mind to correlate all its contents.” Molti personaggi di HPL, incapaci di mettere assieme i “contenuti del mondo”, finiscono per smarrire il lume della ragione. Altri, invece, decidono di soccombere dinanzi alle mostruosità indescrivibili che essi stessi hanno contribuito a evocare.(Tanto per dirne una: Herbert West, protagonista del racconto eponimo, giunto alla fine della sua parabola “alla Frankenstein” accetta di farsi divorare da un esercito di non morti.) Controparte di tanta lucidità: la follia; un gorgo limaccioso e oscuro in fondo al quale sprofondano alcune delle persone più importanti e vicine a HPL.A cominciare da suo padre, Winfield Scott Lovecraft.

Per Joshi, quanto peso ha avuto questa tragedia nella sua vita?

Lovecraft era talmente piccolo quando suo padre si ammalò — di quella che quasi sicuramente oggi possiamo identificare come sifilide — che non è facile individuare con precisione quali siano state le possibili conseguenze di questo tragico evento nella sua produzione. Anche se ciò non toglie che il piccolo Lovecraft fosse ben consapevole che stesse accadendo qualcosa di grave, e forse questa tragedia innescò quelli che sarebbero stati alcuni dei tormenti del futuro scrittore: i “quasi-esaurimenti” che lo colsero più volte nel corso della sua giovinezza. Forse il reale effetto fu anche quello di innescare attaccamenti verso altre figure famigliari, in particolar modo suo nonno paterno Whipple e suo zio Franklin Chase Clark, il medico che aveva sposato Lillian, la zia di Lovecraft. La scomparsa del nonno paterno poco dopo non solo privò il giovane Lovecraft di significative figure maschili di riferimento ma contribuì anche al dissesto finanziario della famiglia, altro aspetto che influì sull’evoluzione della vita e della scrittura di Lovecraft. Anche una madre ossessiva e paranoica influì ulteriormente sulla propria visione del mondo. Infine, la presa di coscienza di Lovecraft dei propri limiti nel padroneggiare la scienza matematica, che gli avrebbero sempre impedito reali sviluppi accademici nell’astronomia, deve essere stato il reale colpo fatale alla sua autostima (già minata dalla madre sul lato estetico): i folli di Lovecraft, non a caso, scivolano nella follia proprio quando entrano in contatto con mondi le cui regole sfuggono totalmente alle loro capacità di comprensione.

Nell’introduzione a un pregevole libretto dal titolo L’età adulta è l’inferno (2018) – dedicato alla corrispondenza tra HPL e sua moglie, Sonia Greene –, tra le prime cose che lo scrittore Marco Peano chiarisce c’è il fatto che HPL impiegò molte delle sue energie (creative e non) nel portare avanti un vastissimo epistolario, a furia di missive lunghe anche una settantina di pagine; 118.000 lettere, dicono i bene informati – tra cui il suo primo biografo, lo scrittore Lyon Sprague de Camp. Non solo. Ad accrescere il numero dei contatti – nomi e cognomi che raramente si sono trasformati in persone in carne e ossa cui HPL ha potuto stringere la mano –giunse anche l’attività di revisore di manoscritti altrui. Per impellenti ragioni economiche. Ma questo è risaputo. Così come è risaputo che le tante difficoltà affrontate per sbarcare il lunario abbiano ridotto drasticamente la portata creativa di HPL: mi capita ancora oggi di pensare che 118.000 lettere di HPL sarebbero potute essere, in un mondo ideale, 118.000 racconti. Contratto prestissimo il virus della grafomania, tra il 1906 e il 1908 HPL scrive sul Providence Morning Tribune e sul Providence Evening Tribune, mentre nel 1912, all’età di ventidue anni, inizia a collaborare con un’associazione di scrittori dilettanti, la United Amateur Press Association (UAPA).

In articoli vari e biografie, il mondo del giornalismo dilettantesco – la UAPA, in effetti, è stata fondata da un gruppo di adolescenti – è sempre stato un aspetto poco trattato, ma che ho sempre trovato interessantissimo.
Joshi come lo racconta?

Joshi analizza molto compiutamente la storia di Lovecraft nel suo avvicinarsi al giornalismo amatoriale. Anzi, fu proprio questa attività che fece uscire Lovecraft dal suo isolamento del periodo 1908-1913. Nel 1913 il nostro HPL diede inconsapevolmente vita a una schermaglia sulla rima e sulla poetica sulle pagine di Argosy, che si sarebbe trascinata per alcuni mesi. Fu questo che lo porterà a entrare in contatto con figure che lo faranno unire ai ranghi al giornalismo amatoriale, nel cui bacino intreccerà alcune delle sue più significative amicizie anche epistolari. Tra queste è stata probabilmente decisiva quella con W. Paul Cook che, dopo quasi un decennio, spronò nuovamente Lovecraft a dedicarsi alla scrittura di racconti (a questo periodo si deve Dagon, per esempio).

Non solo, grazie alla sua erudizione, la sua vis polemica e le sue capacità narrative, Lovecraft sarebbe presto diventato una figura di spicco del mondo del giornalismo amatoriale — anzi, un vero e proprio “gigante” di quell’ambiente. Tutte le sue attività nel campo vengono documentate da Joshi in maniera assolutamente esauriente, soprattutto perché ci fanno vedere come, un passo alla volta, Lovecraft emerga sia come figura intellettualmente superiore, sia in maniera pratica, perché furono queste attività a farlo uscire dal suo guscio per incontrare (a Providence, come pure in altri luoghi) i suoi “colleghi” del mondo del dilettantismo. Inoltre, come racconta Joshi, sin da piccolo Lovecraft era solito stamparsi da sé i suoi primi lavori (poesie, “saggi” scientifici, ecc.) che poi vendeva a familiari e conoscenti inventandosi anche dei marchi editoriali. Era, insomma, anche un piccolo “tipografo” e praticamente aveva già sperimentato sulle proprie spalle (senza ovviamente conoscerlo) quello che era il piccolo mondo del giornalismo amatoriale diffuso nel paese.

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Nel 1908, a seguito di un giudizio negativo da parte di sua madre (che per il figlio desiderava un avvenire da poeta), HPL brucia la maggior parte dei suoi lavori in prosa. Inspiegabilmente, dal fuoco appiccato se ne salvano cinque. Saranno fondamentali.Poesie ne aveva scritte — il suo primo tentativo, ispirato all’Odissea di Omero, risale al 1897 – e continua a scriverne. Di duecento componimenti, soltanto trentotto (contando anche quelli postumi) vedranno la luce su carta stampata. Gli unici celebri: i trentasei sonetti dei Fungi from Yuggoth, ispirati a una serie di esperienze oniriche.Quando HPL inizia a spedire i suoi racconti ai pulp magazine, le cose non migliorano. La maggior parte dei suoi lavori viene rifiutata. Le storie che non vengono rifiutate vengono drasticamente editate. Le modifiche riguardano quasi sempre il lessico che viene giudicato troppo ostico. HPL ripristinava di suo pugno, sulle copie delle riviste in suo possesso, le versioni originali. La bocciatura di alcune delle sue opere più ambiziose,come ad esempio At the Mountains of Madness, costituiranno per lui delle cocenti delusioni.

Prima di arrivare a questo, però: nella fase della sua vita presa in esame da questa prima parte della biografia, che cos’è per HPL la scrittura?

A parte qualche racconto giovanile — modellato per lo più sullo schema e lo stile dei dime-novel ottocenteschi —, il Lovecraft di questo primo scorcio è soprattutto poeta e saggista in erba. Lovecraft era consapevole di essere un poeta scadente. Lui stesso si definisce, alla fine, un “meccanico metrico” (che è anche il titolo di uno dei capitoli di questo volume), cioè qualcuno in grado di applicare perfettamente la costruzione formalmente impeccabile dei versi, modellandone la struttura e la rima, ma sapeva di essere carente di un vero afflato poetico.Le altre passioni come la chimica, l’astronomia, le esplorazioni antartiche lo portarono invece a scrivere articoli e piccoli saggi su questi argomenti. Poi, con l’ingresso nel mondo del giornalismo amatoriale, questi scritti cominciarono ad avere altri temi: la politica, l’interventismo nella Prima Guerra Mondiale al fianco dell’Inghilterra, i metodi per diffondere l’“amateurdom” e di elevarlo letterariamente, e così via.

Forse tutto questo costituiva per lui una via di fuga e un rifugio rispetto a una società contemporanea in cui non era abile nel collocarsi. Preso atto del proprio fallimento nella scienza, proprio la narrativa ha costituito per lui il più grande sentiero per tentare di coronare quella che Joshi stesso, attraverso le parole di Lovecraft, sottolinea come una sua grande “ambizione”: quella di mostrarsi all’altezza di grandi maestri come Poe. In una lettera del 1915, Lovecraft testimonia di non essere in grado di scrivere narrativa. Avrebbe ripreso più avanti e, forse, fu l’aver scoperto Dunsany e averlo sentito così affine a se stesso a fornire a Lovecraft la spinta decisiva a impegnarsi come scrittore di narrativa.

Una cosa che mi ha sempre colpito dei racconti di HPL è la pressoché totale assenza di fantasmi. Intendo proprio gli spettri, quelli che appaiono nelle storie dell’orrore più classiche. Ciononostante, Lovecraft ne è considerato un maestro. Secondo alcuni critici questo è da attribuire alla concezione di un mondo – da parte di HPL –, travolto da un’ondata di progresso scientifico, dentro al quale tutto ciò che esiste e che si manifesta molto semplicemente “è”. Per questo, forse, la maggior parte delle entità mostruose create da HPL non hanno origini paranormali, bensì cosmiche. Nonostante questo restare ancorato alla realtà, per HPL scrivere del mondo onirico, ovvero: di questa misteriosa, impalpabile dimensione esistenziale, è sempre stato indispensabile.

Quand’è che Joshi fa iniziare questo rapporto di HPL con i sogni? E quali differenze porta alla luce tra i sogni raccontati nelle lettere e i sogni usati come ispirazione per i racconti da scrivere?

Il rapporto tra mondo onirico — inteso sia come dimensione esistenziale che come esperienza reale — e costruzione letteraria di un “orrore cosmico”, attraverso la creazione di entità mostruose soverchianti il tempo e lo spazio dell’uomo, è in Lovecraft più precoce di quanto non si pensi.

Il 26 gennaio 1896 un grave lutto colpì la famiglia Phillips Lovecraft, la morte della nonna materna Robie Alzada Place Phillips. Se da un lato Lovecraft non sembra essere stato molto legato a questa figura familiare in particolare, diversamente che al nonno materno, Whipple van Buren Phillips — che tanta e costruttiva parte ebbe invece nell’educazione e nella formazione dello scrittore nei primi dieci anni di vita, prendendo il più egregiamente possibile il posto del padre Winfield —, dall’altro la morte della nonna gettò la casa in una tristezza da cui non si riebbe mai completamente (sono parole dello stesso Lovecraft).

Questo lutto, in sé comune a ogni famiglia, avrebbe forse avuto un effetto meno decisivo su un bambino dalla partecipazione emotiva agli eventi e all’ambiente circostante meno acuta e profonda di Lovecraft, che di lì a poco — come ricorderà anni dopo in una famosa lettera a Rheinhart Kleiner (16 novembre 1916) — sarebbe stato visitato nei suoi sogni da cose ripugnanti e terrorizzanti, che prese a chiamare “Magri Notturni”, una parola da lui composta per cercare di dare un nome a questi esseri mostruosi che angosciarono a lungo le sue notti di bambino.

Per Joshi inizia letteralmente qui la carriera di Lovecraft come uno dei più grandi “sognatori di incubi” della storia della letteratura, e anche se sarebbero effettivamente passati ancora molti anni prima che lo scrittore impiegasse i Magri Notturni nei suoi lavori, tuttavia per lo studioso americano è evidente che i semi concettuali della costruzione di un orrore letterario ad un tempo grandioso e assolutamente originale si ritrovano già in questi, precoci e a loro modo “preziosi” incubi.In particolare, vi ritroviamo alcuni aspetti poi caratteristici dei suoi lavori più maturi: uno scenario grandiosamente cosmico; la peculiare “alterità” e bizzarria delle sue entità maligne, appunto tanto diverse dalle entità più tradizionali della letteratura dell’orrore, a cominciare dai fantasmi; e infine il senso di infinita impotenza dei protagonisti dei suoi racconti, in balia completa di forze (realtà) cosmiche non solo “altre” ma anche “oltre” la condizione e le forze dell’uomo.

Le più importanti opere di letteratura fantastica che vedono la luce tra il 1890 e il 1920 – l’arco di tempo preso in esame da questo primo volume della biografia di Joshi – sono: The Time Machine (1895), The Island of Dr. Moreau (1896) e The War of the Worlds (1897) di H. G. Wells; Dracula (1897) di Bram Stoker e The Turn of the Screw (1898) di Henry James. Il XX secolo, poi, si apre con The Wonderful Wizard of Oz (1900) di Lyman Frank Baum, Peter Pan in Kensington Gardens (1906) di James Matthew Barrie, e nell’anno della morte di HPL, The Hobbit (1937) di J.R.R. Tolkien.

Arthur Machen, Algernon Blackwood e Lord Dunsany, i maggiori scrittori di genere fantastico al momento della nascita di HPL, gli sopravvivono. HPL era essenzialmente ignoto ai contemporanei, ma Lord Dunsany ha avuto un’influenza capitale – soprattutto, per The Gods of Pegāna (1905), l’opera di Lord Dunsany che quasi sicuramente ha ispirato a HPL la creazione di un pantheon di creature il più originale possibile.

A tutto questo, cosa aggiunge Joshi?

Questa lista sintetizza perfettamente il panorama letterario in cui si sviluppa la vita di Lovecraft. Del resto, Joshi stesso parte proprio dalle dirette parole di Lovecraft — rintracciate dalle più svariate fonti in modo certosino — per svolgere la “narrazione” della vita e dei tempi dello scrittore. Sicuramente uno dei primi a influenzare Lovecraft fu Edgar Allan Poe (anzi, si può dire che fu il principale ispiratore). È troppo lungo spiegare qui cosa colpì tanto il giovane Lovecraft, ma senza il visionario di Boston forse non ci sarebbe stato un HPL così come noi lo conosciamo. Ma le suggestioni furono molteplici: Il Vecchio Marinaio di Coleridge, le Mille e Una Notte, gli autori del Diciottesimo secolo. Andando più avanti nel tempo, Joshi ci fa scoprire quanto Lovecraft adorasse Sherlock Holmes, ma anche che apprezzava Edgar Rice Burroughs (anche se poi lo avrebbe rinnegato) e Zane Grey (il leggendario autore western). Una cosa che andrebbe rimarcata è che Lovecraft era un avido lettore della letteratura popolare dell’epoca — le riviste pre-pulp, se vogliamo usare un termine sintetico anche se forse non correttissimo, e i dime-novel quando era giovanissimo — e, in qualche modo, anch’esse influirono sulla narrativa dello scrittore. Aggiungerei una piccola postilla. Le Montagne della Follia non nascono “casualmente”. Lovecraft provava un forte interesse per le esplorazioni antartiche e aveva letto tutta le letteratura disponibile sull’argomento.

Mi viene in mente un fatto accaduto un po’ di tempo fa.Nel 2012 la Disney portò nei cinema di mezzo pianeta un film, John Carter, che si ispirava al romanzo Under the Moons of Mars (1917) di Edgar Rice Burroughs – creatore, tra l’altro, del personaggio di Tarzan. Il film, che tutto sommato a me non dispiacque, si rivelò uno dei più grandi fallimenti economicinella storia del cinema. Perché e per come, adesso, ho difficoltà a ricostruirlo. Ricordo, però, che molte delle critiche muovevano intorno al fatto che la storia e il suo protagonista sembravano troppo… derivativi! Invece era vero il contrario: erano stati gli altri a copiare le idee e le intuizioni di Burroughs.

Augurandoci, ovviamente, che alle vostre scelte editoriali non accada nulla di tutto ciò: in un momento in cui grandi case editrici pubblicano volumi che raccolgono intere saghe fantasy o fantascientifiche, la vostra volontà di lavorare su pochi testi scelti che risposta sta dando? E che reazioni riceve dai lettori?

Le risposte che riceviamo dai nostri lettori sono per lo più positive. Il problema (non solo nostro, ovviamente) è che i lettori sono pochi. Con la decisione di non voler essere distribuiti in libreria, sicuramente non raggiungiamo il lettore casuale e al momento il nostro bacino di aficionados raggiunge al massimo un centinaio di unità. Inutile dire che sono troppo pochi per pensare di proseguire con una certa tranquillità. Providence Press nasce con un budget che ipotizzava (e anche sperava in) un nucleo più folto. Questo significa semplicemente che, terminato il budget, il ciclo si chiuderà, com’è nella natura delle cose. Ma fino al 2022 andremo avanti certamente, per portare avanti i progetti in corso e qualcosa di nuovo. Nell’immediato futuro, tutto questo si traduce in una diluizione e un rallentamento delle uscite, nonché il tentativo di esplorare nuovi mercati (a fine novembre/inizio dicembre, per esempio, faremo uscire il nostro primo libro-game: abbiamo comunque cercato di selezionare, oltre alla meccanica puramente ludica, un libro che raccontasse una storia bella e potente). Sicuramente non torneremo a essere distribuiti in libreria. I meccanismi abominevoli della distribuzione libraria italiana non fanno per noi (e questa non è la sede per spiegare o esplicitarne i motivi). Abbiamo provato strade alternative, ma non abbiamo avuto riscontro. Vedremo cosa sarà possibile fare, ma al momento la situazione resta invariata e chi è interessato ai nostri titoli potrà acquistarli solo sul nostro sito.Permettimi di chiudere ringraziando tutti coloro che hanno contribuito alla nascita dell’edizione italiana di Io Sono Providence, in primis Giuseppe Lippi senza il quale questo volume non ci sarebbe mai stato. E grazie a Giacomo Ortolani, Francesco Brandoli, Pietro Guarriello, Teodoro Farinaccio, Elena Cervi e Lara Baldini. E, last but not least, tutti i nostri lettori che si seguono e ci sostengono fin dal primo giorno.

Francesco Gallo è nato a Napoli nel 1981.
Ha scritto racconti per LINUS e Nuovi Argomenti e articoli per Rivista Studio.
Tiene un blog, corsi di narrazione, e, assieme alla moglie Domitilla Pirro, cura il progetto delle Merende Selvagge.
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