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M.I.A., i rifugiati, il giornalismo musicale. Una riflessione sul video di “Borders”

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Pubblichiamo un testo di Claudia Durastanti – che ringraziamo – scritto sul suo profilo Facebook.

di Claudia Durastanti

Certe volte mi chiedo se la mia recente disaffezione dal giornalismo musicale non dipenda anche dal fatto che mi ritrovo in un ecosistema in cui tre pagine di analisi semiotica su Justin Bieber o Miley Cyrus sono più “accettabili” di uno schieramento a favore di un video come Borders di M.I.A. Anzi, siamo nel paradosso per cui se un video con i profughi lo avesse fatto uno dei due cantanti in questione – che ogni tanto metto su Youtube pure io – la reazione di parte del giornalismo musicale internazionale sarebbe stata: «La verità che viene dal pop», «Dalla Disney alla crisi siriana: ecco perché abbiamo bisogno di artisti come Miley», «Justin fa aprire gli occhi ai suoi fan con un video duro e senza sconti».

Le accuse di paraculaggine, per farla breve, sarebbero state inferiori o meno rumorose di quelle che vengono rivolte a M.I.A., un’artista che parla di rifugiati o di dissidenza da quando era una ragazzina che viveva ad Acton. Lo ha sempre fatto a modo suo, a volte in maniera urticante, e dopo quella famigerata intervista al New York Times Magazine che ne ha rivelato alcune contraddizioni all’insegna di un bel «chi ti autorizza a parlare di poveri se hai un Rolex» moralizzante e novecentesco, molti hanno iniziato a prenderla meno sul serio.

Ieri però M.I.A. ha fatto uscire un video coerente con la sua produzione, e a mio avviso molto meno indulgente di come poteva essere. Rispetto alle sue uscite glitterate e un po’ alla Refn, mi è sembrato persino sobrio e austero. Resta comunque un video troppo «bello» e parte del problema è il continuo sospetto nei confronti di un racconto estetizzato del disastro.

È la stessa cosa che è successa a Girlhood, il film di Céline Sciamma sulla banlieue. Ma il vero refugee porn ha raggiunto l’apice qualche mese fa con una foto che è diventata subito meme ed è finita in prima pagina sui giornali. M.I.A., se non altro, mostra dei rifugiati ancora vivi, e se scrivessi ancora per una rivista musicale, mi concentrerei su quello: chiederei chi sono, come è stato lavorare con lei, se pensano che la canzone sia scema, se sono stati pagati, se sono dei figuranti e basta, cosa ascoltano, da dove vengono, dove vivono adesso.

Sono domande che posso farmi leggendo Internazionale o guardando la BBC ogni giorno, però Borders ferisce l’attenzione in maniera diversa, ed è per questo che è riuscito: perché non devo assumere che può essere così per tanti altri ascoltatori? La canzone di protesta non vale solo quando non diventa un brand, altrimenti dovrei buttare via metà delle mie magliette dei Clash.

L’unico problema che ho con Borders, semmai, è quello sulla sua circolazione. M.I.A. si impegna da anni a farci vedere un mondo «più largo» e ad accompagnare una transizione: basta leggere un articolo qualsiasi su The New Inquiry per rendersi conto che il folk bianco di mezza età e i problemi dell’intellettuale di Brooklyn giovane e triste stanno diventando cosmologicamente irrilevanti. Questa canzone chi la ascolta e quanto esce davvero fuori dal reame di Pitchfork?

Non lo so ancora, ma se dovessi trovare la maglietta FLY PIRATES a un mercato delle pulci a Parigi o a Londra dove Scarface e Rihanna regnano imperanti o vederla addosso a qualcuno che sta portando avanti campagne per migliorare l’accoglienza dei rifugiati o È un rifugiato, probabilmente sorriderei invece di pensare che tutto diventa commodificabile, digeribile e futile.

Per una volta, penserei al messaggio prima che al mercato. E al fatto che – nonostante il giornalismo musicale triste, novecentesco e bianco – vivo davvero in un mondo più largo.

Claudia Durastanti ha pubblicato per Marsilio i romanzi Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra (2010) e A Chloe, per le ragioni sbagliate (2013) e per minimum fax Cleopatra va in prigione (2016); un suo racconto è incluso nell’antologia L’età della febbre (minimum fax 2015).
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