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ma come sarebbe il mondo se non ci fossero i libri? Perché il mondo mi sembrava un inferno e i libri erano proprio la mia salvezza

In questi giorni è uscito il nuovo romanzo di Michele Mari, Rodderick Duddle, un esplicito omaggio alla narrativa d’avventura. Riprendiamo un’intervista di Ade Zeno uscita nel 2007 su Liberazione e poi nel 2009, in edizione integrale sul sito Atti impuri.

di Ade Zeno

Nel settembre del 2007 “Liberazione”, quotidiano per cui allora scrivevo, mi chiese di intervistare uno scrittore italiano a mio piacimento per l’inserto culturale “Queer”, oggi purtroppo morto e sepolto. In quei giorni avevo appena finito di leggere l’ultimo romanzo di Michele Mari, Verderame, uscito da qualche settimana nei Supercoralli Einaudi. Il fascino della storia, la sensuale bellezza di quella prosa elegante e sopraffina, nonché la sconfinata stima che già da tempo nutrivo per l’autore in questione mi spinsero a contattarlo per chiedergli se fosse interessato a rispondere ad alcune domande. Mi diede appuntamento nel dipartimento di Filologia dell’Università Statale di Milano, e dopo una breve anticamera confuso tra studenti in attesa dell’orario di ricevimento (se non ricordo male attendevano con ansia gli esiti di una prova scritta), ebbi accesso al suo studio. Quella che segue è la versione non tagliata (esigenze redazionali mi avrebbero imposto per l’uscita a stampa alcuni aggiustamenti) dell’intervista che ne seguì.

Sul risvolto di copertina, Verderame viene definito anche “romanzo d’avventura”; però a me pare che questo sia solo un dato apparente, una specie di pretesto, di cornice al servizio di qualcos’altro, e questo qualcos’altro mi sembra soprattutto una riflessione molto intima e profonda sul potere della parola. Il personaggio di Felice perde la memoria e con essa smarrisce anche la facoltà di astrarre, di concettualizzare gli oggetti dell’universo tangibile. E infatti Michelino, che ha compreso bene questo problema, si rivolge proprio agli oggetti per ricucire i pezzi di questo abisso. Insomma mi pare che la sua attenzione si concenti molto sull’aspetto misterioso, esoterico delle parole…

Sul valore della parola, sì, però io – per quanto possano valere le consapevolezze di un autore – direi soprattutto valore magico degli oggetti, che ho trattato anche nel romanzo precedente, Tutto il ferro della Tour Eiffel, che era nato proprio come tentativo – non mio ma del protagonista, o dei protagonisti in lotta tra di loro – di recuperare un’aura, un mistero, un alone, un’energia che si erano depositati in luoghi fatali, luoghi che erano stati incroci di persone, di destini, dove erano nati movimenti culturali, insomma dove c’era stato qualcosa di forte, di potente. Questa è una cosa che io sento molto, per esempio io vivo metà della mia vita a Roma e tutte le volte in cui vedo luoghi… non parlo della Roma classica, parlo della Roma novecentesca, la Roma di Fellini o Pasolini, per esempio… e mi illudo ogni volta come di suggere, di carpire qualcosa dell’energia, della magia, dell’incanto di questi luoghi… poi mi accorgo che in realtà i luoghi di per sé sono inerti, vengono caricati dalle nostre aspettative, o vivono di rendita, appunto, per la creazione estetica che altri vi hanno immesso dentro. Io ho pensato alla storia di Verderame inizialmente in questi termini: la storia di un uomo che sta per perdere o ha perso la memoria, e il tentativo di un protagonista, ingenuo, volenteroso, però insomma non un professionista, un tecnico, che cerca di aiutarlo come può, empiricamente – appunto con l’aiuto di oggetti, di feticci, e di segnali – creando tutta una specie di alfabeto diverso, una sorta di enciclopedia oggettuale, con il risultato imprevedibile che spostandosi gli oggetti si venivano a creare nuovi ricordi e nuove vite. Come in un gioco virtuale, avendo tante tessere-tarocchi, a seconda di come si spostano ogni volta la vita di quest’uomo analfabeta viene ricostruita, sempre plausibilmente, in modi diversi. Poi in realtà scrivendo, come mi capita sempre, l’elemento autobiografico ha preso la mano, si è imposto. L’uomo, che io avevo immediatamente individuato nella figura di questo Felice, è realmente esistito… è stato per anni il factotum in questa casa che esiste tutt’ora… è morto quando io avevo… adesso non mi ricordo bene… quando avrò avuto diciotto o vent’anni, insomma.  E’ una casa che i miei nonni hanno comprato quando io sono nato, e quindi per tutta la mia infanzia quest’uomo ha fatto parte del paesaggio, era tutt’uno con la casa, con l’orto. Ed era un uomo esattamente come lo descrivo: brutto, balordo, selvatico, mostruoso… e proprio per questo affascinante. Un uomo di cui avevo timore e soggezione, ma con il quale avevo anche un rapporto molto esclusivo e affettuoso. Ci volevamo molto bene, lui mi iniziava a quelli che a me sembravano misteri: le stalle, il fienile, la legnaia, il verderame… tutte cose che a me sembravano magiche, perché poi vivevo in compagnia dei nonni, in campagna, da solo, senza amici, senza coetanei, annoiandomi a morte, quindi Felice per me era un interlocutore magico. Ecco, la cosa paradossale di questo libro, che è uno dei libri più dialogici che io abbia scritto – anche La stiva e l’abisso, però quello era un libro quasi teatrale – la cosa paradossale è che in realtà con questo Felice non parlavamo quasi mai. Io lo faccio parlare in dialetto, un dialetto che in realtà, per mia incompetenza, è più milanese che varesotto… lui in effetti, quando parlava, parlava in dialetto ma… intanto stava molto zitto, era molto chiuso… e poi quando apriva bocca non si capiva quasi niente, perché farfugliava. Poi credo che avesse un modo di parlare tutto suo, una specie di idioletto, per cui io credo che anche i suoi compaesani facessero fatica a capirlo. E aveva fama un po’ di mezzo balordo, non so se anche di ubriacone, questa è una cosa che ho aggiunto io. Effettivamente aveva un naso rosso che sembrava una spugna. Aveva fama di balordo, non dico di mezzo scemo, però insomma sentivo che da parte dei miei nonni c’era un atteggiamento di distacco, di classe… era tenuto lì proprio perché non se ne poteva fare a meno… se c’erano ospiti gli veniva chiesto di non venire a lavorare in quei giorni, perché non faceva fare bella figura e…

La interrompo solo un attimo, perché vorrei riagganciarmi al tema del dialetto…

Sì  sì, lei mi interrompa quando vuole perché io divago, e poi magari ci allontaniamo, eravamo partiti dall’avventura e poi…

…no, no, va benissimo…

…finisco solo il discorso… cioè, ha ragione lei, l’avventura è più  nel retroterra culturale di Michelino, che ha letto Stevenson, Poe, eccetera… quindi lui tende a voler vivere a tutti i costi in chiave avventurosa la storia, che invece è una storia di miseria, di tare ereditarie, di povertà, di solitudine. Invece questo riscaldamento letterario fa sì che il bambino cerchi di portare a tutti i costi l’indagine verso l’avventura…

Sì, in realtà quello che dicevo sul romanzo d’avventura nasceva dal fatto che mi interessa molto il discorso sul valore delle parole e sul dialetto inteso come dimensione linguistica che rispetto all’italiano standard, o letterario, ha un rapporto più stretto, più profondo con le cose. Penso, per esempio, all’uso che ne fece D’Arrigo in Horcynus Orca, in cui il ricorso alla pasta dialettale serviva appunto a mettere in evidenza tale vincolo. Forse ho esagerato nel voler individuare nel suo libro questo aspetto. Però vorrei capire se effettivamente c’è, da parte sua, una visione diciamo così mistica del linguaggio, e quanto il dialetto abbia un ruolo in questo senso…

È vero, sì, un’attenzione e un interesse in questo senso ci sono sicuramente… non credo che siano stati la molla principale, che invece era legata alla necessità di avere comunque, indipendentemente dalla loro natura, l’incontro-scontro di due lingue differenti, che poi corrisponde alle differenze tra due età, due censi, due visioni del mondo. Mi hanno fatto notare che anche in altri miei libri io tendo a marcare linguisticamente la diversità fra personaggi… cioè a far passare la diversità antropologica attraverso la lingua. Per esempio ne La stiva e l’abisso c’è il capitano e il suo doppio che sono proprio agli antipodi, perché il capitano parla come un erudito, come un letterato, un umanista pieno di fioriture e retoriche, mentre Menzio è un becero che parla una sottolingua, come poi spesso nella commedia, con quegli effetti di qui pro quo per cui la parola difficile veniva… anche Totò lo faceva… “Apro una parente, chiudo una parente…” per cui c’è il gioco di parole che funziona sempre. Io non ho voluto arrivare alla farsa, alla gag, però l’idea di uno scoglio linguistico che si aggiunge a tutti gli altri, cioè al fatto che questo Felice abbia avuto una vita diversissima… cioè che sia solo, arroccato nei suoi segreti, che non abbia memoria eccetera… che abbia un tipo di espressività, di codici così diversi dai miei mi è sembrato vitale per il romanzo… anche perché mi ha dato modo di mettere in bocca a Michelino delle domande, interrogativi indispensabili per un vero scambio e per portare avanti l’indagine sul mondo mentale devastato di Felice. In ogni caso mi capita spesso di marcare la diversità tra personaggi linguisticamente.

Tra l’altro il modo in cui Michelino si esprime è molto forbito, analitico, a tratti perfino didascalico…

Sì, questo perché,  non ho una grande passione mimetico-realistica. Non è che io abbia usato il dialetto per… non ho ragionato sociologicamente…  “È un contadino, quindi deve parlare dialetto”, no…

E, dall’altra parte, un bambino che non parla come un bambino…

Esatto… tant’è vero che ci sono stati alcuni casi in cui ho chiesto a qualche mio amico o amica “Senti, questo è un bambino di tredici anni, dovrebbe usare l’indicativo anziché il congiuntivo…” e tutti mi dicevano che sì, in effetti in bocca a un bambino questo congiuntivo è un po’… Però alla fine ho scelto il congiuntivo, era più forte di me, ho detto “Chi se ne frega, tanto il romanzo non è realistico…” È un romanzo fantastico, quindi anche se un congiuntivo suona fantastico, ben venga…

A questo proposito cito una sua frase che ho ritrovato in un’intervista di dieci anni fa:  “Mi pare che abbia preso piede, in questi ultimi quindici anni, un’idea molto giornalistica della letteratura, l’idea di scrittore come testimone del proprio tempo, anche dal punto di vista linguistico, che io rifiuto.” Mi sembra di capire che il suo punto di vista sia ancora lo stesso.

Dunque, sul linguaggio, io ho sempre sentito… questa è una cosa piuttosto irrazionale che ha a che fare con la mia esperienza di lettore, fondamentalmente, con la mia vita, con l’importanza che ha avuto la letteratura nella mia infanzia, nella mia giovinezza. E con letteratura intendo tutto, intendo la letteratura alta e bassa, cioè considerata bassa ma per me altissima come per esempio i famosi Urania che poi molti critici hanno incominciato a citare, ma… Appunto quasi per un senso di gratitudine per quello che la letteratura mi ha dato. Da ragazzino avevo questo pensiero in testa: ma come sarebbe il mondo se non ci fossero i libri?  Perché il mondo mi sembrava un inferno e i libri erano proprio la mia salvezza. Quindi per questo senso anche di gratitudine io ho avuto fin dall’inizio nei confronti della letteratura un rapporto quasi religioso, quasi sacrale, di conseguenza per me la scrittura si pone (non sono io a volerlo, è qualcosa che per me è indiscutibile) come linguaggio altro, rituale, quasi araldico. In questo sono assolutamente d’accordo con quello che ha sostenuto sempre, fin troppo provocatoriamente, Manganelli quando diceva che il vero argomento della letteratura è la morte. La letteratura è comunque un ramo della teologia, quindi deve parlare di cose non mondane e in un ottica ultra-manierista, che poi era la poetica anche di Landolfi, per cui si devono utilizzare strumenti inattuali. Ecco, io sono sempre rimasto affascinato da questo tipo di posizione, e poi  ho scoperto che mi era anche congeniale scrivere così perché per una sorta di pudore classicistico, o meglio neo-classico, io mi sono accorto che attraverso lo schermo del manierismo, attraverso la complicazione della scrittura, l’arcaismo, riuscivo a dire di me cose molto più scabrose, intime, delicate, che altrimenti non avrei mai detto, altrimenti mi sarebbe sembrato di mettermi a nudo davanti al pubblico scrivendo cose imbarazzanti, o addirittura volgari, o banali. Invece, siccome per me erano cose importanti, sentivo che quanto più erano basse tanto più meritavano una sorta di solennità stilistica. Nei momenti in cui più mi commuovo, ovvero quelli in cui metto le trippe, le viscere sulla pagina, tanto più elevo il mio stile. Non dimentichiamo che quando io ho rilasciato queste dichiarazioni eravamo negli anni del minimalismo, del tondellismo. Ecco io per esempio, con tutto il rispetto che posso avere per Tondelli come persona, trovo che il tondellismo, quest’idea che comunque si debba intanto tirar su nidiate di giovani talenti, e che poi siccome il mondo è brutto, squallido e fatto soprattutto di discoteche riminesi allora la discoteca riminese deve diventare argomento principale… ecco io questo tipo di poetica la aborro proprio. Fortunatamente non è così, ma anche se fosse così, io mi metterei a scrivere di tutt’altro, addirittura mi darei alla saggistica, non so farei come Henry Roth, che dopo aver scritto Chiamalo sonno si è messo ad allevare anatre per trent’anni sul fiume Hudson. Per quello che riguarda la questione giornalistica, anche lì ci sono state delle polemiche, alcune personali, altre no, perché erano anni in cui molti scrittori, soprattutto della cosiddetta scuola romana come Lodoli, Veronesi, Onofri, coi quali ho battagliato a distanza, e coi quali poi, andando a vivere a Roma, sono anche diventato amico per cui questi conflitti si sono stemperati… come sempre poi quando vai a mangiare insieme a una persona tutto si ammorbidisce… però appunto erano anni in cui la critica era molto manichea su questo, diceva: “Ci sono scrittori progressisti che fanno i conti col Male, con le strutture del nostro tempo, e ci sono scrittori decadenti, bizantini…” E quindi il ricatto, nemmeno tanto implicito. C’è chi lo disse esplicitamente, mi ricordo su Linea d’Ombra Fofi che additò gli scrittori bizantini e barocchi e quindi alfieri della reazione, scrittori neri, mi ricordo che metteva in prima fila me, Paola Capriolo, Roberto Pazzi, Marta Morazzoni, e qualcun altro… ma in particolare Mari e Capriolo, che diceva parlano di atmosfere retrò, scrivono con uno stile antiquato, non si sporcano le mani. E io dentro di me pensavo “Ma come si può ancora essere così ingenui, soprattutto dalla critica di sinistra, e pensare che basti l’impegno per…” Cioè se pensiamo a quello che per me è il più grande scrittore italiano, cioè Gadda, beh, lui era notoriamente un reazionario terribile, quasi monarchico, quasi fascista, misogino, ultra conservatore, misoneista eccetera, e non parliamo poi ci Céline, che tutti sappiamo essere diventato un simbolo di quanto un genio possa essere anche aberrante, con tutto quello che comporta in termini di contraddizione tra grandezza artistica e abiezione morale. Però l’idea appunto che basti l’impegno, che basti fare i conti con la realtà per essere un bravo scrittore, mi lasciava incredulo, mi è sempre sembrata una posizione di una grandissima ingenuità. Sono convinto che scrivere sia una cosa, essere giornalisti, fare politica un’altra, poi le cose possono anche stare insieme. Uno scrittore può essere un militante, può parlare del proprio tempo, può prendere posizione, sbilanciarsi, eccetera, ma poi alla fine quello che conta, per quanto riguarda la letteratura, è se il libro è scritto bene o scritto male.

Prima citava Pasolini…

Ma Pasolini è un caso un po’ a parte, un po’ atipico, perché intanto ha fatto un po’ di tutto, e poi è uno di cui è difficile parlare separando l’uomo dall’opera. È uno che ha scritto le proprie opere sul proprio corpo. Comunque Pasolini è una delle figure che più stimo e amo della nostra cultura. Al contrario di Moravia che mi è sempre sembrato un impiegato, un burocrate della letteratura, uno che si metteva lì al tavolino col suo orario proverbiale, dieci-dodici, che fosse ispirato o non ispirato…

Tornerei un istante a Tondelli e alla sua generazione. Nella mia libreria conservo molto gelosamente un’antologia, uscita nel 1991 negli Oscar Mondadori, in cui venivano raccolti racconti dei giovani scrittori di allora, tra cui lei e, appunto, Tondelli…

Sì, un volume curato da Franchini e Parazzoli…

Esatto. La maggior parte degli autori comparsi in quell’antologia hanno poi continuato a scrivere, con risultati spesso importanti, anche se molto diversi fra loro…

Sì, tanti, eravamo ventiquattro…

E ora cosa vede intorno a sé? Nel mondo letterario attuale, intendo, “nuovo” o meno..

Premetto che io leggo poca letteratura contemporanea, non solo italiana ma anche in generale…  anzi la leggo ma con parecchio ritardo perché… non so… anche questa è una forma di… io sono uno molto attardato… cioè, per me l’inattualità è un valore… io sono uno che si incanta quanto per strada vede una vecchia millecento, cioè io farei cambio subito, vorrei una cinquecento, una milletre, una multipla, un taxi a forma di uovo… Fossi un costruttore non modificherei mai neanche mezzo paraurti. Quest’idea del rinnovamento a tutti i costi è una cosa che è al di là della mia struttura cerebrale. Anche quando gli editori cambiano la veste editoriale. Io per esempio ho discusso in Einaudi, mi sono arrabbiato moltissimo perché hanno cambiato tutta la veste dei tascabili… Ma perché, mi chiedo! Perché non potete andare avanti così, nei secoli… Che poi alla fine gli addetti ai lavori sono più realisti del re, cioè hanno paura che il pubblico si spaventi di fronte all’obsoleto, invece alla lunga queste cose acquistano fascino, prestigio. L’Adelphi, che di ciò se ne intende, non ha mai cambiato la sua linea grafica. Quindi io leggo, ma spesso con parecchi anni di ritardo. Tant’è vero che ci sono dei miei amici che sono anche stupiti perché io non dico niente quando mi regalano un libro, cioè li ringrazio, e poi magari cinque, dieci anni dopo, ricevono una mail o una lettera in cui dico: “Ho letto il tuo libro!” e loro mi dicono “Mi sembra che dal passato riemerga un fantasma…” perché è un libro di cui non si parla più da dieci anni e nel frattempo è già stato rimpiazzato da altri cinque, e dunque non appartiene più alla sfera delle novità. Quindi insomma ne leggo pochi. Beh, escludendo queste ondate di giallisti, e noiristi che mi tediano profondamente… a me piace molto, per esempio, Eraldo Baldini, perché trovo che abbia una forza visionaria e scrive storie che fanno davvero paura. MalariaGotico rurale sono veramente terrificanti. È molto amico di Lucarelli, ma molto meno famoso.  Poi i primi libri di Cavazzoni. Poi mi piace abbastanza, perché è uno che scrive in modo un po’ nevrotico, cervellotico, Dario Voltolini. Lui ha ‘sto pallino dei piccoli editori, si va a nascondere. Uno che credo abbia  moltissimo talento è Tiziano Scarpa. Fra i più giovani, invece, Antonio Pascale, che ha scritto dei racconti molto belli, e Marcello Fois. Poi anche Aurelio Picca, sì… Sono i primi nomi che mi vengono in mente.

Ha mai coltivato rapporti di tipo collaborativo, artisticamente parlando, con altri scrittori?

Qui a Milano sono molto isolato. Ho frequentato, da giovane, anche perché  eravamo insieme alla Bompiani, Paola Capriolo, poi ci siamo persi di vista e ora non ci vediamo mai, non ci sentiamo da anni. Poi ho frequentato per un po’ di tempo, ma anche lì casualmente perché eravamo insieme nella giuria di un premio letterario, Luca Doninelli… Poi Consolo, Pontiggia e Raboni, tutti personaggi morti, beh, Consolo no, però Pontiggia e Raboni sì… secondo me sono due perdite gravissime nella nostra cultura, soprattutto a Milano. Vedevo di più la Valduga, anche perché per strani giri loro erano amici di mio padre, ma poi ci siamo visti a premi letterari, dibattiti, letture. Ci mandavamo sempre i libri con dediche affettuose, ma non abbiamo mai fatto niente in comune. Anche perché io sono molto restio alla collegialità. Io una cosa tipo Wu Ming non potrei mai farla, anche se arrivassero i miei migliori amici e i miei scrittori preferiti e mi dicessero scriviamo, imbastiamo un progetto comune. O mi dicono facciamo un libro di quattro racconti sul tema, chessò, dell’uxoricidio, ognuno scrive il suo racconto, allora dico va bene, sono in buona compagnia… Ma se mi dicessero studiamo insieme, progettiamo, scriviamo un po’ per uno e poi lo facciamo uscire a firma collettiva, allora no. Io sono uno molto individualista e ho una testa molto dura, quindi so che alla fine tenderei a imporre la mia volontà, e la mia idea di collaborazione sarebbe lo schiacciamento degli altri.

 

Commenti
2 Commenti a “ma come sarebbe il mondo se non ci fossero i libri? Perché il mondo mi sembrava un inferno e i libri erano proprio la mia salvezza”
  1. SoloUnaTraccia scrive:

    Che ficata, quest’intervista che sa di muffa come la soffitta di una casa di vacanza rivista vent’anni dopo con gli occhi del bimbo fatto adulto. Un po’ una speedypizza cotta per bene.
    Per la letteratura, il giornalismo, il mondo (ma pure per il lattaio o la riunione di condominio) non cambierà assolutamente nulla, però ricorda estati lontane.

  2. Caro Mari, spesso certa critica non è affatto ingenua. E’ solo in malafede.

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