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Macbettu: una tragedia arcaica e barbaricina

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Il teatro di Alessandro Serra e del suo Teatropersona è sempre carico di immagini di grande impatto. Ma il suo ultimo lavoro, “Macbettu”, che mette in scena il classico shakespeariano in dialetto barbaricino, ha qualcosa in più. Le immagini dello spettacolo hanno una potenza arcaica, violenta, bella e terribile allo stesso tempo, e il dialetto (per me come per altri incomprensibile) apre un paesaggio sonoro non meno livido e affascinante di quello visivo. Ma, incredibilmente, quello che cuce insieme questi elementi lividi è una sotterranea ironia, un’ilarità ctonia e gotica, che per una volta non sabota il dramma, addomesticandolo in commedia, ma lo esalta.

Serra ha indagato il rituale del carnevale della Barbagia, le sue connessioni con i riti arcaici, e ha trasformato danze, sonorità, visioni in materiali per il suo Macbeth in barbaricino. Non si tratta, però, di una semplice sovrapposizione di codici, di un tentativo di esotizzare il classico shakespeariano attraverso una cultura diversa, perché l’operazione “Macbettu” affonda lo sguardo in qualcosa di più profondo, comune a mondi tanto distanti come la montagna sarda e la Scozia arcaica shakespeariana.

Il soprannaturale che pervade la tragedia è il terreno sul quale possono incontrarsi la ritualità sarda e i fantasmi shakespeariani, trasformando le maschere di una tradizione nello specchio in cui guardare i personaggi dell’altra. Il risultato è uno spettacolo potente e scuro, che affascina per la sua cupezza e sorprende nelle sue esplosioni di quasi comicità. Alle streghe, soprattutto, è affidato il compito di cucire assieme questi due opposti, incarnando ipotetiche maschere carnevalesche che non per questo risultano meno inquietanti. Sembrano vecchie di paese, prefiche gracchianti e dalla risata maligna – interpretate da uomini come tutto il resto del dramma, come per altro avveniva pure nel teatro elisabettiano.

Dalla scena del banchetto alla morte di Lady Macbeth, lo spettacolo procede per momenti di furia e momenti sospesi, sempre tracciati con un segno preciso e quasi pittorico da Serra. Complice la scelta di un dialetto di difficile comprensione persino per i cagliaritani (ho avuto modo di vedere il lavoro alla prima, al Teatro Massimo) ciò che trascina dramma – che resta comprensibilissimo – è la sonorità, che si avvinghia al ritmo energico impresso dal regista, dove pure i silenzi sembrano gravidi di tensione, saturi come l’aria notturna prima che esploda la tempeste.

Se Macbettu riesce a compiere questo piccolo miracolo di visionarietà, candidandosi ad essere uno dei lavori più interessanti di quest’anno, è anche e grazie agli attori straordinari che lo interpretano – e cioè Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Giovanni Carroni, Maurizio Giordo, Stefano Mereu, Felice Montervino, Andrea Carroni – capaci di grande intensità e intesa, cosa non meno importante in un lavoro che è basato in buona parte sulla gestualità e la coralità.

E gran parte del merito va all’energia e alla sapienza scenica di Leonardo Capuano, che nei panni dell’antieroe shakespeariano che “ha morto su sonnu”, si conferma non solo un attore straordinario, ma senza ombra di dubbio uno degli interpreti più grandi del nostro teatro.

Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l’opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell’Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch’esso Stati d’Eccezione.
Commenti
Un commento a “Macbettu: una tragedia arcaica e barbaricina”
  1. Benedetta scrive:

    Il sardo è una lingua, non è un dialetto. Il barbaricino è una variante della lingua sarda. Il dialetto è altra cosa.

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