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Macumba: di colore, musica e mostri. Intervista a Mattia Iacono

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di Giulia Gabriele

Mattia Iacono è arrivato in libreria con un secondo graphic novel sempre per i tipi di Tunué, Macumba.  Romano, diplomato alla Scuola internazionale di Comics con questo fumetto continua il discorso aperto con Demone dentro, che (forse) si concluderà con il terzo volume, del quale però non è ancora sicura la data di pubblicazione.

C’è una cosa della tua biografia che mi colpisce. Alla Comics hai scelto il corso di studi in Illustrazione e colorazione digitale, ma poi ti sei ritrovato a fare il fumettista. Cos’è successo?

Fin da piccolo ho sempre disegnato (adoravo disegnare!) e a un certo punto ho incontrato i fumetti. Ma la cosa che mi piaceva da morire erano le copertine, che sono state il motivo dell’acquisto di un sacco di fumetti. Quindi, quando sono entrato alla Comics ero davvero intenzionato a fare l’illustratore. E così è stato per quasi tutto il mio percorso scolastico, ho partecipato anche a concorsi specifici per illustratori finché un giorno ho capito che volevo raccontare qualcos’altro, e i fumetti forse erano il mezzo migliore per farlo.

Quel qualcos’altro era Demone dentro? Come sei arrivato da Tunué?

Sì e no. Negli anni, ho sempre scritto storie (soggetti, storie brevi) che mi sono reso conto avere tratti, dinamiche e situazioni comuni. È questo primo materiale, organizzato e rilavorato, che ha poi dato vita a Demone dentro. In Tunué sono arrivato perché li ho cercati fortemente. Volevo proprio loro perché mi hanno fatto conoscere Alfred e Paco Roca, che sono due autori tra i miei preferiti, e perché avevano qualcosa in cui mi riconoscevo.

Perciò hai sempre disegnato, hai sempre scritto storie ma in qualche modo solo adesso metti insieme i pezzi del puzzle…

Beh in effetti sì, volevo raccontare ma non riuscivo a mettere insieme i pezzi. Anche perché quando ho iniziato ad appassionarmi al fumetto ero molto più piccolo e non sapevo bene cosa volevo fare… Non che adesso lo sappia, ma sicuramente allora lo sapevo ancora meno.

Tutto sommato è andata bene così, visto che alla fine il puzzle si è ricomposto in due fumetti e un terzo in arrivo. Non c’entra niente… Ma lo sai che disegni un sacco di barbe!

È andata benissimo direi… Sulle barbe hai ragione, infatti nel terzo libro cercherò di… no, non è vero, ci sono dei personaggi con la barba anche lì. Mi piace adottare questa soluzione da una parte per un interesse stilistico, perché mi piace dare quel movimento al volto e rendere dinamici i miei personaggi, dall’altra perché credo che la barba renda più semplice far esprimere determinate sensazioni ai miei personaggi.

Uno dei temi principali sia in Demone dentro sia in Macumba è sicuramente la paura, ma a parte questo, sono due fumetti molto diversi. Sono diversi i colori, i personaggi (anche se c’è un burattinaio che li lega) e il primo mi sembra abbia una narrazione più “filmica”. Ma una cosa non cambia (se non nella forma): i demoni.

Demone dentro ti sembra più “filmico” perché volevo raccontare più lentamente, Macumba invece ha un ritmo più veloce. Differiscono anche nel colore perché nel secondo ho voluto sperimentare di più, usando colori più accesi e certe volte “innaturali” rispetto a Demone dentro. Diciamo che ho lasciato che il colore seguisse maggiormente le sensazioni delle scene. Quanto alla paura, diciamo che è una tematica che ho iniziato ad affrontare con Demone dentro per poi proseguirla in questo secondo lavoro, perché non sentivo di aver raccontato tutto col precedente. Ho cercato di raffigurare la paura in maniera fisica con i mostri, perché sono figure che mi incuriosiscono e che mi sono sempre divertito a disegnare. Sono sempre stato appassionato di antichità, nel senso “mistico” del termine; fin da piccolo mi affascinavano i misteri, le leggende. Perciò, quando si è trattato di dover disegnare la paura mi è venuto spontaneo disegnare mostri: per me non c’è altro modo di rappresentarla se non così. Questi demoni hanno un posto ben preciso, passami il termine, nel “mio universo”: c’è un burattinaio che muove tutto condizionando la vita dei protagonisti delle mie storie, per questo il terzo libro diciamo che sarà una sorta di conclusione di questo trittico.

E i tuoi mostri?

Anche io ne ho qualcuno, ma la lista sarebbe troppo lunga… Scherzi a parte, credo che tutti abbiano quotidianamente a che fare con demoni e mostri. È la nostra battaglia quotidiana. Sconfiggerli, penso, porterebbe delle soluzioni, se non la soluzione, nella vita di ognuno di noi. Tuttavia, un mondo senza mostri non so immaginarmelo. Penso sia un paradosso: potrebbe essere un mondo migliore, ma forse noioso.

Oltre alla passione per i mostri che ti porti dall’infanzia ne hai altre? Ce n’è una in particolare che si mescola anche con la tua attività da fumettista e illustratore?

Assolutamente la musica. Senza la musica non potrei fare niente. Prima di essere un disegnatore sono un musicista, batterista per la precisione. La musica accompagna ogni singolo disegno che faccio.

Che cosa stai ascoltando in questo periodo e cosa hai ascoltato durante la realizzazione di Demone dentro e Macumba? Che ritmo dobbiamo aspettarci dal terzo fumetto?

Al momento ascolto molto Amon Tobin, Fever Ray e Yat-Kha. Se i primi due fumetti sono stati creati con quintali di musica differente, da Tom Waits ai Gorillaz, per il terzo mi aspetto qualcosa di più cupo… ma sto ancora lavorando alla playlist!

Ascolti molta musica, però poi nei tuoi fumetti sono i libri (e ammennicoli vari) ad avere un ruolo “particolare”. Quali sono i tuoi autori di riferimento e cosa stai leggendo?

Lovecraft (che sto anche leggendo adesso, per motivi di ricerca), Bukowski e Stephen King sono sempre stati tra i miei scrittori preferiti. Tra i fumettisti Mazzucchelli, Gipi, Larcenet, Mignola… da loro provo a imparare il più possibile. Oltre a Lovecraft, come ti accennavo, sto leggendo anche L’ordine del tempo di Carlo Rovelli.

Commenti
Un commento a “Macumba: di colore, musica e mostri. Intervista a Mattia Iacono”
  1. giorgio scrive:

    Nella cultura occidentale postmoderna, la morte è diventata un tabù, qualcosa che non appartiene alla realtà della vita. Così dal momento che non riusciamo ad ingabbiarla o a sistemarla in maniera che non ci spaventi troppo e non turbi i nostri progetti, facciamo finta che non ci sia. In questo modo qualsiasi comportamento ha diritto di cittadinanza, basta che ci permetta di cullarci nell’illusione di esistere dentro o fuori a una memoria astratta, collettivamente celebrata, che però di fatto non può reggere il confronto con il tempo. Nella cultura dei nostri nonni, che forse erano più ignoranti di noi, ma meno stupidi, si accettava questo limite e questo confine con naturalezza. Oggi quando lo si evoca sembra che si tratti solo di una eventualità, e si fanno le corna affidando questa esperienza determinate ( chi muore bene ha certamente vissuto bene ) alla superstizione. Siamo così sicuri che avere più beni e più soldi e più amori, corrisponda ad un vivere più civile?

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