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Tutto male finché dura: intervista a Paolo Zardi

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di Federica De Paolis

Paolo Zardi, classe 1970, padovano, ingegnere, ha esordito nel 2010 con la raccolta di racconti “Antropometria” per Neo Edizioni: con questa coraggiosa casa editrice ha pubblicato la seconda raccolta di racconti, “Il giorno che diventammo umani” (2013) e con il romanzo “XXI Secolo” (2015), è entrato nella dozzina dello Strega. Del (2017) è “La Passione secondo Matteo”. Zardi spesso racconta di essersi sentito “plasmato” dai tipi della Neo – che di fatto – l’hanno accolto in purezza; autore per diletto: scrive soprattutto sui treni, mentre il paesaggio scorre, macina 5000 battute l’ora.

Approccia la letteratura con dei temi che gli sono cari: la contemporaneità in primis, un occhio lucido sulla vita quotidiana, non indulgente e piuttosto riflessivo. Una prosa liscia e “anatomica”, molto attenta agli effetti collaterali degli eventi. Si avventura deciso sul sesso, le relazioni, i tradimenti, il destino: immerge i suoi protagonisti in paesaggi urbani decodificati e totalizzanti. E’ un arguto e prolifico: con Intermezzi ha pubblicato il romanzo breve “Il signor Bovary” (2014), mentre con Feltrinelli Zoom è uscito con “Il principe piccolo” (2015) e “La nuova bellezza” (2016). Ha curato la raccolta di racconti “L’amore ai tempi dell’Apocalisse” (Galaad, 2016).

Il 3 Maggio è uscito “Tutto male finché dura”, prima prova con Feltrinelli. Un romanzo legato ai precedenti ma più “ludico”, una voce più asciutta che ha dato vita a questa storia. Perché per Zardi, è la voce che decide.

Sei arrivato a quello che potremmo definire un genere grottesco: come mai, cosa ti ha spinto verso questa scelta?

Non si tratta di una vera e propria novità: il grottesco compariva in almeno tre racconti della mia prima raccolta, “Antropometria”, ed è presente anche in “XXI Secolo”, del quale questo romanzo è l’ideale continuazione. Il genere grottesco permette di scardinare alcune certezze: ogni volta che si entra nel regno del ridicolo, ridiamo e allo stesso tempo ci vergogniamo di noi stessi. È quando veniamo messi davanti a una nostra caricatura, dove l’esasperazione dei nostri tratti principali è divertente e allo stesso tempo dolorosamente rivelatrice. Alla fine dell’ottocento gli anarchici gridavano uno slogan che poi fu ripreso a Roma negli anni sessanta: una risata vi seppellirà. Lo sberleffo è l’ultima arma di difesa che gli ultimi hanno per provare a ripararsi dal potere.

Hai messo in scena un antieroe per eccellenza, un personaggio senza nome con il quale è impossibile identificarsi – eppure – per il quale si prova una certa empatia. Da dove nasce questo personaggio?

Ho sempre avuto una passione per i personaggi capaci di unire una totale assenza di morale a una certa simpatia umana – sono per lo più uomini che, per la loro incapacità di adeguarsi alle regole di una società, o per la forza che li spinge verso il perseguimento di piaceri tutto sommato effimeri, finiscono per rovinarsi con le loro stesse mani. Nel primo romanzo che ho pubblicato, “La felicità esiste”, compariva un prototipo del personaggio di questo libro. Si chiamava Marco Baganis, e, a differenza di questo, era molto triste; per seguire un desiderio incontentabile, il più classico e banale, a dire il vero, quello verso ogni donna in grado di respirare, mandava in rovina la propria famiglia, salvo poi pentirsi, inutilmente, di quanto fatto. E in quest’ultimo romanzo, tra le tante false identità scelte dal personaggio principale (che per la maggior parte del libro assume nomi e cognomi altrui – solo nel finale si scoprirà, incidentalmente, il suo vero cognome, che è un omaggio a un grandissimo intellettuale e a un discreto romanziere dei primi del novecento), c’è anche quella di Marco Baganis.

Dal punto di vista narrativo, gli uomini pessimi sono una vera miniera di situazioni tragicomiche: sono come dei camion senza freni che, fischiettando, scendono lungo i tornanti di una montagna. Scrivere di loro è un’esperienza sempre entusiasmante.

Il tuo stile sembra essersi assottigliato, come se avessi lavorato di lima: questa nuova scrittura è nata per sostenere la storia?

È successo esattamente il contrario. Per più di un anno, la voce che poi ho usato per questo libro mi ha costretto a rinunciare alle storie che avrei voluto raccontare, e che emergevano piuttosto numerose: una partita a scacchi tra Nabokov e Turing, tre gravidanze che si intrecciano tra loro nel corso di centomila anni, una famiglia che racconta la propria vita dall’aldilà come in una poesia di Edgar Lee Masters. Ho il pc pieno di false partenze, capitoli che non vedranno mai la luce. Alla fine, mi sono rassegnato: dovevo rovesciare l’approccio, partire dalla voce e arrivare all’oggetto del mio romanzo. Così mi sono messo a pensare a quali sarebbero stati i personaggi, l’intreccio, l’ambientazione, i luoghi, in grado di sopportare, e giustificare a posteriori, questa scelta stilistica.

Anche in questo libro, il tuo sguardo sulla vita moderna è molto forte: dalla descrizione della città, ai social, a tutte le declinazioni del contemporaneo. Questo è un tema centrale nei tuoi libri. Come vivi tu, come essere umano la contemporaneità: ne sei affascinato o impaurito?

Chi scrive dovrebbe cercare, per quanto possibile, di descrivere, e rappresentare nel modo più fedele, l’impronta che il mondo lascia sulla propria vita. Non credo che quest’epoca sia la peggiore tra quelle che si sono susseguite nel corso dei secoli e anzi, è probabile che chi vive in occidente adesso sia la persona più fortunata nella storia del mondo; tuttavia, è innegabile che ci sono molte cose che non vanno anche in questo mondo, o che non funzionano come ci si potrebbe aspettare. Il tema di fondo è l’ineguaglianza sociale, la profonda frattura che da sempre esiste tra chi possiede il capitale e chi vive del proprio lavoro: da questa tensione, nascono quasi tutte le mie storie. Dal punto di vista narrativo, credo che anche questo secolo offra notevoli spunti, alcuni dei quali assolutamente nuovi, come appunto la pervasività, e la centralità, dei social nelle vite delle persone: la “rete” non è il male assoluto, anzi, ma obbliga a riconsiderare il modo con il quale nascono e si sviluppano i rapporti e l’evoluzione di un pensiero condiviso. Tutto questo mi affascina e mi impaurisce allo stesso tempo. Il timore ha cause intrinseche: come succede più o meno a tutti, mi relaziono con un secolo attraverso gli strumenti che si sono formati in quello precedente, applicando un pattern superato e inadatto. Come molti miei coetanei, ragiono ancora in termini di morale, di visione politica, di centralità del lavoro; ma questi temi non sono più centrali, e ne ho la conferma osservando i miei due figli, che ora hanno quattordici e undici anni, e che io considero le mie “talpe” infiltrate nel contemporaneo. Ascoltano musica molto particolare (tra tutti, Tha Supreme e Lil Pump), si relazionano con il mondo attraverso i loro cellulari, non hanno alcuno dei pregiudizi che infestano la mia generazione (ad esempio metà dei loro compagni di classe viene da un paese straniero). Per me, rappresentano un punto di osservazione straordinario; e quando li guardo, quasi sempre penso, tra me e me, che anche se no ci capirò nulla, andrà tutto bene.

Stai lavorando su nuovi progetti?

Poiché la scrittura è l’unico hobby che ho, mi trovo sempre ad avere un qualche progetto tra le mani. Il più imminente è un soggetto per una graphic novel che dovrebbe uscire a settembre – è un’esperienza totalmente nuova che mi sta facendo scoprire un mondo intero. L’editore è Miraggi di Torino, che vuole inaugurare una nuova collana. Per il momento ci stiamo occupando del numero uno; una volta concluso, passerò il testimone a un altro autore. Subito dopo, c’è l’intenzione di andare a chiudere una raccolta di racconti, questa volta per Neo Edizioni, la casa editrice con la quale sono cresciuto in questi otto anni. C’è già parecchio materiale e stiamo capendo insieme come organizzarlo nel modo migliore. In sospeso, c’è la storia delle gravidanze che si intrecciano: è un romanzo breve già finito e sto capendo con il mio agente, Daniele Pinna, quale potrebbe essere la sua destinazione.

E poi? Altro romanzo finito è quello che racconta la storia di un uomo  che soffre di depressione che perde la testa per una ragazza, precipitando in un’ossessione che si trasforma in tragedia: è forse il libro più cupo e amaro che abbia mai scritto. Infine, sto raccogliendo le forze per scrivere un libro che metta insieme gli scacchi, l’intelligenza artificiale, Nabokov, Turing e Hitler. Mi ci vorranno anni, per finirlo – è il progetto più ambizioso che abbia mai intrapreso, tanto che non so se sarò in grado di portarlo fino in fondo. In ogni caso, so per certo che anche i prossimi anni saranno occupati da questa passione.

Commenti
Un commento a “Tutto male finché dura: intervista a Paolo Zardi”
  1. Elena Grammann scrive:

    Proprio di questo abbiamo bisogno. Di un autore per diletto, che scrive sui treni, mentre il paesaggio scorre, e macina 5000 battute l’ora.

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