mangia preda ama foto

Mangia, preda, ama

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Questa estate ho letto sul Guardian una storia di aquile e falchi che mi ha molto toccato. Non so cosa abbia intrugliato dentro me, ma mi sono tornate in mente alcune cose sulla scrittura, come modo di sentire e vedere la realtà, e sulle relazioni, (il terrore di) avvicinarsi all’altro e chiedere aiuto.

E comunque, la storia è questa: British Columbia, un falchetto rimasto solo nel suo nido, senza più genitori − probabilmente predati da rapaci più grandi −, disperatissimo, implora aiuto. Comincia a stridere e piangere, fa un gran baccano, fregandosene se quel pianto a squarciagola possa attirare l’attenzione dei predatori. E infatti, manco a dirlo, arriva un’aquila calva che lo prende e se lo porta nel suo nido, assieme ai suoi tre aquilotti; bestiole che per dimensioni sono quattro volte lui.

Comincia a nutrirlo come fosse suo figlio, per gli aquilotti diventa un fratello, cioè a dire un aquilotto. Il falchetto, ricevuto questo imprinting, si comporta come loro e più passa il tempo, più cresce robusto, tanto che il motherfucker è in grado di lottare per il cibo con i suoi fratellastri. S’infila tra le loro zampe, glielo sottrae e riesce a difenderlo. Aiutato in questo anche da una venatura di aggressività che pare gli abbia salvato la vita. Per capirci: si è salvato la vita rischiando la vita.

Gli scienziati sostengono che tutto questo ha dell’incredibile. E con la loro brulla franchezza un po’ asperger, hanno poi spiegato il fatto dicendo che l’aquila ha  solo risposto al suo istinto genitoriale: dinanzi a un becco spalancato le è venuto naturale infilarci del cibo.

Questa storia però non è finita qui, anzi, raggiungerà il suo epilogo nelle prossime settimane e potrebbe trattarsi di un epilogo triste e brutale. Le aquile predano sempre creature più piccole, non è quindi escluso che d’un tratto il falchetto venga visto per quello che è, una preda a portata di mano. Per il momento, durante i primi voli sperimentali, è stato visto mangiare alghe, comportamento tipico degli aquilotti, per i quali le alghe sono il principale nutrimento durante i primi voli solitari. Però, come se il suo istinto lo giocasse d’anticipo, ha anche assunto comportamenti che odorano di falco, e questo potrebbe metterlo in pericolo. Si è avventato su bastoncini e pigne. Le pigne sono per i falchi qualcosa di simile a manichini su i quali addestrarsi per quando verrà il momento di predare i roditori, la cui dimensione e forma le pigne ricordano. Nelle prossime settimane si potrebbe quindi assistere a una crisi famigliare, e quello che per il momento è Tom Hagen (Robert Duvall) nella famiglia Corleone, corre il rischio di tornare a essere un appetibile reietto. Gli scienziati dicono che se le cose dovessero mettersi male ci penseranno loro. Porteranno il falchetto in una sorta di rehab per la fauna selvatica, dove si disintossicherà dalla sua aquilitudine e gli verrà insegnata la sua natura.

Dicevo che questa storia mi ha fatto venire in mente diverse cose sulla scrittura e sulle relazioni. Vale a dire che ho sempre pensato che quando si raggiungono livelli di disperazione pari a quelli del falchetto e si vomita una richiesta di aiuto, qualcuno che ti soccorre, forse anche tra le file degli improbabili, si fa vivo. In questi casi però, quando si chiede aiuto, occorre non avere più controllo sulle eventuali posizioni (normalmente percepite come umilianti) che la nostra disperazione ci costringe ad assumere.

Non penso, anzi sono convinto, che ciò avvenga perché gli esseri umani sono buoni, credo invece che quando perdiamo completamente il controllo e siamo costretti a fregarcene del modo in cui chiediamo aiuto e quindi imploriamo, qualcuno che allunga una mano lo si trova; lo si trova perché in quelle circostanze si assiste a un incontro tra animali in cui scatta il grado zero dell’empatia: il nocciolo oltre il quale non c’è più niente, se non il nazismo. (La mia amica Barbara Setti mi ha detto: “Scusa, ma io mica ho capito cosa volevi dire con quella frase sul nazismo”. Le ho risposto in maniera confusa, dicendole che quando un essere umano, disperatissimo, chiede aiuto e chi ha di fronte non risponde e magari guarda con occhi alieni, ci si trova nel territorio del nazismo, quando cioè i tratti dell’umano vengono ignorati e lacrime e grida sono immondizia da eliminare; ciò che però avevo in mente mentre parlavo era la scena di questo film, specialmente l’espressione dell’uomo al minuto 2:04; come al solito in mente avevo un gesto e non un discorso).

Non riuscendo più a mantenere il controllo degli sfinteri dell’anima accade che una creatura dice: non voglio morire, e l’altra risponde ti prego, non morire. E questo dialogo essenziale avviene non a parole, ma a gesti.

Di aquile e falchi mi è capitato di leggere alcune cose miracolosamente belle, che dopo l’articolo mi sono tornate in mente. Per me l’aquila in letteratura sarà sempre Caligula, el àguila!, come la chiamano i messicani, quando Augie March e quella spietata e stupenda animalessa di Thea, la sua fidanzata, raggiungono il Messico, accompagnati da un’aquila gigantesca che intendono ammaestrare per cacciare gli iguana, venderli e fare un sacco di soldi. Le parti in cui Augie March, per farlo abituare alla sua presenza, tiene l’animale costantemente sull’avambraccio, sono memorabili. Nelle cittadine afose e derelitte di maleodorante penombra, nei cinema, o in piazza, con quel coso wagneriano sempre addosso che attira folle di messicani che gridano ¡Mira, mira, mira… el águila, el águila! Le notti, nelle stanzette di luride pensioni, disteso sul letto, con le pale del ventilatore che girano e l’aquila enorme di fianco a lui, sul trespolo, lo sguardo costantemente adirato, gli occhi spalancati e folli –“sinistre pietre preziose, non mostravano altro che crudeltà”; ogni tanto una mossa repentina, come lo spasmo di una lancetta di orologio che si raccapriccia e scuote e poi torna a respirare il tempo, immobile e cupa.

Dopo aver accettato la proposta di Thea (ragazza “dagli occhi calmi e lenti”, la figura più sensuale di tutta la “mia” letteratura), Augie fa un salto allo zoo di Chicago per vedere come sono fatte le aquile, non avendone mai viste di vive, nella loro pura alterità. E là, attraverso parole, per la prima volta, l’animale si manifesta.

Bellow quando descrive l’aquila pare adotti una specie di metodo Stanislavskij letterario; Joyce e Flaubert si fondono, e la voce dello scrittore non descrive e nemmeno scrive, ma scolpisce, anzi, diventa aquila.

Attraverso la penna di Bellow l’aquila, la sua natura, timida al limite dell’autismo, sembra l’incarnazione di certe tragedie Shakespeariane; il capo chino ripiegato su di sé, come monarchi folli e sontuosi. O magari viceversa: alcune tragedie di Shakespeare sono possenti aquile feroci.

E poi c’è un altro libro che ho ripreso in mano proprio questi giorni: Il falco pellegrino, di John Baker, pubblicato da Muzzio editore, in una nuova, graficamente disastrosa, ristampa (la copertina è orrenda, a differenza di quella precedente che invece era stupenda: severa, scura, levigata, con un riquadro che riporta l’illustrazione di un falco che sta di vedetta, con lo sguardo altero, beckettiano, vigile, colmo di malinconie lontane e invalicabili). (Fulmineo nerdy fact: le traduzioni italiane del libro di Baker e quello di Bellow sono entrambe firmate da Vincenzo Mantovani).

Il Falco Pellegrino nel corso degli anni, si è lasciato una scia sempre più densa di lettori appassionati, che se ne stanno in awe di fronte a quello che, più di un libro sulla vita del falco pellegrino nelle campagne sfiancate dell’Essex, tra DDT e un’atmosfera da catastrofe nucleare, è soprattutto un libro di poesia. Tra gli ammiratori, in prima fila, c’è Werner Herzog che come prerequisito per l’ammissione al suo corso di regia ne esige la lettura (assieme alle Georgiche e a un altro libro che adesso non ricordo) e del quale, tra le altre cose, dice che chiunque pensi di tirarci fuori un film dovrebbe essere giustiziato all’istante, senza processo. Chissà perché?

La prosa è straordinaria, pervasa da un ardore sensuale e rarefatto, terribilmente inglese. Le descrizioni − e anche qui spunta di nuovo il metodo stanislavskij − che accompagnano l’indagine sullo stato dei falchi (all’epoca, in Inghilterra, quasi estinti in seguito alla seconda guerra mondiale, quando vigeva l’ordine di sterminarli, perché predavano i piccioni addestrati a consegnare i messaggi che i piloti della RAF inviavano alla fanteria), si trasforma nella storia di un uomo che affoga nella sua ossessione: voler essere falco, volere anzi morire e seppellirsi in cielo. A un tratto l’autore si accorge che mentre osserva un pellegrino uccidere, si accovaccia, come fanno loro, i falchi, quando predano gli animali. Le descrizioni delle traiettorie, scatenate ed elegantissime, il calare in diagonale su una bella ghiandaia, incosciente e frenetica, a rompere nell’azzurro la linea retta del volo, come il quadro di un Mirò sanguinario. Il falco dopo il colpo impenna, la ghiandaia sembra inciampare su una linea tesa e invisibile, per un tratto continua a volare e poi cade, e allora il falco scende, come i guerrieri magici ne La tigre e il dragone, le zampe aperte, artigli prensili, ali di grigio celeste e ardesia, spalancate come il sipario di un teatro gotico.

Il falchetto del Canada, Caligula − l’eccentrica aquila di Bellow; Baker autore e personaggio del Falco Pellegrino; Augie March e perché no, Trevis Bickle, assieme all’immagine interiore dello scrittore, quel che io penso debba essere un autentico scrittore. C’è questo manipolo di animali, uomini e fantasmi dietro il mio cuore, persone molto sole, feroci e immensamente tristi, eppure ingorde, attaccate alla vita, alle sue forme e respiri, con tutta la forza che hanno in corpo.

In fondo il falchetto, questa storia di adozione spericolata, credo mi abbia toccato perché gli abbandonati mi hanno sempre commosso per la loro aria disperata, mesta e selvaggia, come se già appena nati intuissero che la vita è una faccenda dura, piena di spigoli e macabre tortuosità e che per andare avanti occorre buttarsi nel mezzo, farsi magari adottare da chi ti ucciderà, crescere tra gli orchi, là nel paese delle creature selvagge, dove le cose sono un incubo con le fattezze struggenti di un sogno.

Un’altra storia, che fa il paio con questa del falchetto, e che ho trovato tremendamente dolce e giusta, esteticamente ed emotivamente giusta, l’ha raccontata Maurice Sendak. Un giorno ricevette una cartolina diversa dalle tante che i suoi giovani ammiratori erano soliti inviargli, questa era illustrata da un disegno bellissimo e a spedirgliela era stato un bambino. A differenza di altre volte, invece della solita nota di ringraziamento, si attardò e rimase a pensare sul da farsi; decise infine di scrivergli un biglietto accompagnato da un disegno di una creatura selvaggia. Qualche tempo dopo, Sendak ricevette una lettera dalla madre del bambino, la quale lo informava che a suo figlio la cartolina era talmente piaciuta che se l’era mangiata. E Sendak affermò che quello era il complimento più bello che avesse ricevuto.

Ingordo, feroce e tenerissimo bambino; fratello mio, dove sei?

Grazie a Barbara Setti e Alessandro Marzocchi

Filippo Belacchi lavora tra Fano e Firenze. Ha pubblicato nel 2011 la raccolta Cinque racconti e una resa dei conti (Pequod Italic 2011) e nel 2015 il racconto Desolation Row. Insegna Letteratura Comparata alla Gonzaga University a Firenze. Ha scritto saggi su Vladimir Nabokov, Don DeLillo e Martin Amis.
Commenti
Un commento a “Mangia, preda, ama”
  1. antonio fedeli scrive:

    lettura molto interessante e coinvolgente. grazie all’autore.

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