Manifesti TQ – generazione trenta quaranta

Sono giorni, mesi, che i membri del gruppo TQ – i lavoratori della conoscenza della generazione dei trenta e quarant’anni – si confrontano e dibattono per definire e approvare i tre manifesti usciti oggi (qui). Noi vi invitiamo a leggerli e, se siete interessati a partecipare alle loro iniziative, a aderire al movimento. Christian Raimo ci presenta il gruppo e la loro attività in questo articolo uscito oggi per il manifesto.

E la bibliodiversità? E la crisi della scuola? E l’informazione ridotta a gossip? E la qualità editoriale? E le concentrazioni? E la mancanza di racconto del presente? E l’editoria di ricerca che non ricerca più? E il ruolo dell’intellettuale? E la decrescita? E l’educazione del pubblico? E l’autorevolezza della critica? E l’autocritica che dovrebbe diventare responsabilità collettiva? E la difesa degli spazi pubblici? E le biblioteche?…In questi stessi giorni, l’estate scorsa, l’inverno scorso, molti di noi TQ stavano discutendo le stesse questioni che ora compaiono nei documenti fondativi Politico-Editoria-Spazi Pubblici al telefono, in qualche festival letterario, scrivendo l’intervento per qualche convegno, o lamentandosi con il proprio partner. Lo stavano facendo insomma da soli, o in piccoli gruppi, o cercando degli interlocutori di cui fidarsi, degli alleati e degli avversari credibili con cui confrontarsi. Così, quando il 29 aprile un generale appello a mettere insieme le forze della generazione 30-40 di intellettuali è stato accolto da un’adesione incredibile nel villino Laterza, si è capito da subito che qualcosa stava cambiando.

Per chi come noi è cresciuto in un mondo che ha fatto dell’educazione e della crescita culturale la via principale di nutrimento per la democrazia e di sviluppo sociale, è stato come rivedersi tra amici di scuola, dopo vent’anni che con molti ci si era persi per pigrizia, complicità, deficit di comprensione, pudore. Abbiamo ricominciato a parlare in tanti, abbiamo dismesso i piccoli tornaconti che derivano dai ruoli che ognuno si è faticosamente costruito in questi anni segnati da un individualismo sfrenato e da una politica culturale ridotta a un consiglio d’amministrazione.

E dopo tre mesi, l’altra sera, dopo tre mesi di scambi vertiginosi di qualcosa come credo 10000 mail tra i vari gruppi di lavoro interni a TQ, e dopo undici ore consecutive di assemblea abbiamo approvato i tre documenti, molti di noi hanno provato – mi è sembrato – qualcosa di simile a un’emozione. È difficile riconoscere se si tratta proprio di un sentimento comune di desiderio di trasformazione, di immaginazione del futuro: siamo talmente abituati a provare passioni tristi e passeggere, che può bastare un attimo, tornare a casa, e pensare che in realtà è stata soltanto una bella serata con molti molti amici.

Oppure… oppure uno pensa che questa cosa potrebbe continuare, crescere, cambiare di specie, confluire con i cento piccoli risvegli di questo Paese finora anestetizzato e dare forma a una cittadinanza diversa, capace di fiducia, senso di responsabilità, parecchia visionarietà.

Commenti
9 Commenti a “Manifesti TQ – generazione trenta quaranta”
  1. Larry Massino scrive:

    Dalla prima uscita ad ora certe ingenuità sono scomparse, ma continuo a pensare che questa cinquantina di scriventi e pensanti e durigenti nel sistema editoriale siano del tutto autoreferenziali, più volte l’ho detto. Infatti non fanno riferimento ad alcunché di esterno a loro, magari un testo critico, un’opera narrativa nuova, un evento sociale derivato in risultati importanti, un’esperienza organizzativa rivoluzionaria da imitare o che altro (il problema principale sono le forme organizzative, finché lavoriamo dentro quelle di proprietà del ” nemico ” non si può che produrre narrazione a lui favorevole, in questo caso al LIBERISMO ECONOMICO tanto vituperato).

    La novità è che da più di cento il numero degli autoconvocati si è dimezzato, perdendo anche alcuni pezzi da novanta, immagino in nome dell’ideologia della decrescita… quello che vieppiù meraviglia è che nella risulta residua figurino nomi fra di loro ostili come Vincenzo Ostuni e Francesco Forlani, che si stimano quanto Marco Travagli e Massimo D’Alema. Metto il link a una discussione a randello tra i due cofirmatari del manifesto TQ, avvenuta su Nazione Indiana pochi mesi fa

    http://www.nazioneindiana.com/2011/02/25/poesia-fuori-del-se-poesia-fuori-di-se/#comments

    Con rispetto parlando, se questo è il nuovo, annamo bbène!

  2. E’ morta Agota Kristof.

  3. marcocassini scrive:

    larry massimo, a te sembrerà strano, ma io ritengo che il fatto che appongano a un documento condiviso la propria firma due persone che fino a ieri fossero (per usare un tuo aggettivo) “ostili” fra loro è una conquista.

  4. Larry Massino scrive:

    Narcocassini (è solo uno scherzino per dire che il nome che contiene l’ombra a cui ti stai rivolgendo non è Massimo ma Ma ssi no…), potrebbe essere anche che sarei d’accordo con te, avendo sempre immaginato che il mondo ” artistico ” (diovolesse il mondo in generale) come un mondo che all’infinito si divide sulle pratiche, ma i cui componenti si rispettano almeno come esseri umani; uso il condizionale perché conosco parecchio parecchio bene la suscettibilità degli artisti e intellettuali italiani, che fanno del disprezzo per i propri simili (non per la loro opera, che se motivatamente è più che legittimo) la loro unica odiologia. Comunque, speriamo che quei due marachellari siano delle eccezioni.

    Resta, pesantemente resta, quanto scritto nelle poche righe precedenti l’accenno alla grave (ma non seria, come la situazione dell’Italia per Flaiano?) recente lite. Sarebbe interessante discutere di quello. Invece…

    Dato che ci sono volevo chiederti come mai un piccolo imprenditore come te ritiene di essere avvantaggiato dalla decrescita, che quando c’è stata si è sempre fottuta i pesci piccoli. Non dirmi la qualità e quelle minchiate lì tipo la meritocrazia…

  5. marcocassini scrive:

    caro massino (con la N) non ti parlerò di minchiate, e mi toccherà ripetere cose già dette e scritte altrove.
    è chiaro che se vendo mille copie a libro e di libri ne faccio 30, venderò 30.000 libri, se pubblico 25 titoli e continuo a venderne mille a titolo, ne venderò cinquemila in meno. problema.
    ma io parlo anche di COME pubblicare questi libri, che tempo darci per realizzarli, come cercare di allungare la vita di un libro in libreria. già ora che facciamo trenta libri e siamo in dieci persone a farli (rispetto a case editrici che hanno due dipendenti e producono 300 titoli l’anno) facciamo GIA’ un enorme lavoro (qualitativo?, se me lo permetti…) su ogni singolo libro. ma d’altro canto sappiamo anche noi che fare trenta libri in un anno (e togliendo agosto e dicembre, mesi in cui di libri non ne escono) significa avere quasi un libro nuovo a settimana (da impaginare, da comunicare, da correggere, da inviare, ecc ecc). è vero che dieci persone sono più che sufficienti per fare questo lavoro, ma è pure vero che se queste persone hanno un po’ più di tempo potranno fare il loro lavoro ancora meglio, e alla fine magari il libro sarà venuto ancora migliore, avremo avuto più tempo per lavorarci prima e dopo la sua pubblicazione e magari invece di mille copie ogni titolo ne venderà millecento. metti che col tempo quelle millecento diventano milleduecento io sono riuscito a vendere gi stessi trentamila libri che mi servono (ipoteticamente, eh, sono numeri volutamente di fantasia) per coprire le spese, avrò lavorato meglio, prodotto meno e coperto ugualmente le spese.
    nel frattempo avrò aiutato a monte i librai (invasi ecc ecc) a selezionare i libri, mandandogliene cinque in meno in un anno. se tutti gli altri editori facessero così, avremo qualche migliaio di libri in meno, tenendo comunque salva la “bibliodiversità” e la libertà d’espressione a noi cara (perché non avremo scelto solo libri che sciommiottano i bestseller ma avremo pubblicato esattamente lo stesso tipo di libri che abbiamo sempre fatto: diversi, minoritari, nostri).
    e se i lettori avranno la stessa voglia di comprare e leggere i nostri libri alla fine compreranno gli stessi libri, ma avremo tutti lavorato meglio. magari avremo lavorato così bene da diminuire il tasso di delusione del lettore (e del libraio, e quindi anche il tasso di rese) lettore che invece di tornare una volta in libreria tornerà due (magari non comprerà due ma uno virgola cinque, o uno virgola due, e avremo fatto il suo e il nostro bene).
    il discorso è ovviamente più complesso di così, ma è un inizio di risposta, spero soddisfacente visti i tempi e gli spazi qui a disposizione.

  6. Larry Massino scrive:

    Ti ringrazio per la pazienza con la quale ti rivolgi a un ” provocatore ” come me. Figuriamoci se non sono d’accordo su quello che dici. Però penso che un’ impresa deve fare profitti, non pari… scusa se uso l’indizio del fare pari per dirti sincero sincero che la strada che state prendendo è quella di farvi riconoscere come nicchia editoriale d’essai, non solo Minimum Fax, in quanto tale da sostenere coi soldi pubblici. Finirà tutto in mano alla politica e ai grandi apparati burocratici, come è successo causa finanziamenti pubblici a teatro e cinema. Di solito ci rimettono gli artisti ” etici “. Con il cinema abbiamo le prove chiare di quanto sto sostenendo (ma non le vogliamo troppo vedere).

    http://accademia-inaffidabili.blogspot.com/2010/11/no-finanziamenti-alla-cultura-no-party.html

  7. Davide scrive:

    @ marco cassini
    C’è una cosa che non riesco a capire. Voi di minimum fax fate un bel lavoro, io vi seguo da sempre con grande attenzione e riconoscenza. Il lavoro che fate è, non faccio fatica a crederlo, esattamente quello che hai descritto, riguardo alla qualità, etc. Va bene. Perchè chiedi agli altri editori, a quelli grossi, di fare lo stesso? Il (bel) lavoro che fate vi contraddistingue e vi procura lettori fedeli, di nicchia, se proprio vogliamo usare questa parolaccia, ma è la qualitá che è di nicchia. C’è la produzione di massa e c’è quella di qualità, è il mercato (baby?). Oppure puoi spiegarmi meglio? Ciao.

  8. Davide scrive:

    Volevo aggiungere che se il problema (o uno dei) è quello dell’inondazione delle librerie, per cui i libri “di qualità” faticano a farsi vedere e stanno poco sugli scaffali…beh, chi insegue la qualità aguzza facilmente l’ingegno…ci sono anche le librerie di qualità o, al limite l’acquisto on line. Insomma io non ci credo che tutti possano diventare migliori, mentre temo che quando i migliori fanno i soldi (scusa la brutalità) poi diventano come gli altri. Mi sembra che il mondo vada così in un sacco di campi…

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  1. […] questione. Ora: Generazione Tq, ovvero generazione trenta/quaranta (anni). Ma cos’è? Su minima et moralia, blog collettivo, costola della casa editrice Minimum fax, c’è scritto: “Generazione Tq […]



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