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Manifesto per un dopo che era un prima

di Leonardo Caffo

Nel 2017 pubblicavo Fragile Umanità (Einaudi) in cui sostenevo che l’umanità fosse arrivata al collasso è che la nostra nicchia ecologica, la nostra vita “normale”, sarebbe ceduta sotto il peso di una epidemia, di un problema ambientale, di una cattiva gestione generale delle risorse. La fragilità di Homo Sapiens andava a intendersi in due modi: (1) concettuale / non sappiamo cosa sia davvero “umanità”, dove inizi e termini l’estensione di questo concetto, non capiamo quale sia il modello migliore per esseri umani (ad esempio: gli Yanomami che problemi potranno avere dal Covid-19? Non è per loro una risorsa?); (2) oggettuale/ non sappiamo quando l’umanità cederà avendo interpretato il progresso come una continua forzatura dei limiti e delle risorse sue e del pianeta.

La società umana maggioritaria, avendo ignorato il tema della fragilità, si trova ora a combattere contro un virus: una battaglia che si perderà se si agirà solo contro gli effetti (virus) e non contro le cause (le condizioni di possibilità del virus). Questo tipo di società potrà sopravvivere, magari trovando nel giro di qualche mese un vaccino a richiamo periodico o cambiando radicalmente le regole della socialità per esempio con quarantene periodiche, oppure crollare definitivamente: l’ovvietà è che sopravvivere o crollare sono due movimenti molto simili allo stato attuale delle cose. Se sopravvive adesso, crollerà alla prossima epidemia o crisi ecologica, se crolla subito potrà invece intavolare immediatamente un nuovo paradigma di costruzione della convivenza tra Homo Sapiens e il pianeta.

Le idee sul progresso considerate ovvie fino a qualche tempo fa sono state un errore fatale per la specie umana. Le filosofie e tecnologie di matrice progressista convinte che avremmo vissuto per sempre, reso il pianeta un ammasso di tecnologie, urbanizzato il mondo aggiustando semplicemente il tiro delle emissioni di co2, hanno in realtà destabilizzato definitivamente la possibilità di una vita degna per Homo Sapiens nel pianeta. Si fa in questi giorni un uso ricorrente dell’espressione “tornare al mondo normale” come se ciò che vivevamo prima del Covid-19 fosse davvero normale: disgregazione sociale, povertà, sfruttamento animale, distruzione dell’ambiente, danni sempre maggiori al pianeta e alle cose della natura, potevano forse apparire normali alla sparuta fetta di umanità occidentale convinta che gli ultimi cinquant’anni di benessere diffuso fossero la norma mentre invece erano l’alterazione che si reggeva su guerre altrui, carestie, sfruttamento dei paesi sottosviluppati, eliminazione  brutale della diversità.

L’incondizionato sviluppo della globalizzazione e delle tecnologie hanno inflitto danni irreparabili al tessuto del reale causando, e abbiamo infiniti nomi per descrivere questo stato di cose da Antropocene a Capitalocene, un lunghissimo periodo di aggiustamento doloroso del danno. Noi siamo all’alba di questo lunghissimo periodo doloroso.

Abbiamo tutti contribuito, nelle diverse posizioni di potere che abbiamo ricoperto, a ridurre ogni organismo vivente (forma di vita) a oggetti di consumo. Gli animali e la biodiversità sono diventati cibo, la scienza ne ha fatto come vediamo oggi un inutile corpo per la sperimentazione di farmaci e vaccini, la natura è stata usata come un elemento esterno dal nostro e ci stupiamo oggi che un pipistrello mangiato vivo possa aver fatto saltare il nostro vivere ordinario, la diversità sociale e la povertà sono state istituzionalizzate. Il nostro mondo, che crolla fornendo la consapevolezza che non finirà il mondo ma un tipo di mondo, ha evitato di investire in cose che oggi sarebbero state particolarmente utili: una sanità universale, un’ecologia obbligatoria, la fine dello sfruttamento animale, la fine dell’idea di Stato-Nazione e di cittadinanza locale. Oggi l’umanità tutta si trova unita contro ciò che avrebbe invece dovuto salvarla: la natura.

Ovviamente se il sistema generale crolla subito le conseguenze saranno estremamente dolorose: nessuno di noi è davvero pronto a cambiare vita e questo, inevitabilmente, potrebbe condurre a una sorta di selezione naturale. A una sorta di nuova specie. Ma dovrebbe tuttavia esserci chiaro, come da decenni suggeriscono le filosofie più radicali, che se il sistema proverà a ingrandirsi ancora dopo il Covid-19 millantando nuovi periodi di felicità economica a danno dell’ecologia il risultato finale non sarà il dolore di molti ma la fine di tutti. È a questo bivio, a cui la politica istituzionale è completamente impreparata, che ci troviamo davvero oggi.

Non è per nulla importante sapere quando questo succederà, se tra dieci mesi o tra dieci anni, ciò che conta è una presa di coscienza immediata che non strumentalizzi più l’ignoranza collettiva (la vera piaga contro cui lottare) dicendo come sarà dopo, quando finiranno le quarantene, quanto e come dovremmo prepararci alla ricostruzione con gioia. Sappiamo tutti che se anche internet dovesse cedere per sovraccarico in questi giorni il collasso definitivo della socialità porterebbe a una rivoluzione inimmaginabile.

Invece che mimare le nostre vite ordinarie, con conferenze Instagram o feste su Facebook e Tik Tok, dovremmo educare immediatamente la popolazione allo straordinario: la campagna invece che la città, la natura invece che la tecnologia, una vita degna anche breve piuttosto che una sopravvivenza indegna e lunga, la fine dell’impiego del tempo e l’inizio dell’uso della vita.

Chiusi nelle nostre case, posto che anche la chiusura in casa esprime un problema legato alla lotta di classe che avevamo ignorato col falso mito del benessere collettivo, oggi ognuno di noi sa che nulla sarà come prima: ci terrorizza il cambiamento, ma è altrettanto vero che forse nessuno si era mai sentito così vivo come in questo momento. Un tempo ritrovato per pensare, per leggere, per scrivere, per amare, ma anche per deprimersi: per capire che ciò che chiamavamo vita normale è stata in realtà la condizione di possibilità di questa tragedia.

Non ha nessuna importanza capire di chi sia stata la colpa, perché il male è distribuito; ciò che conta ora è provare a governare la fragilità capendo che un tipo di mondo non esiste già più e “una nuova specie di umani”, come raccontavo in Fragile Umanità, potrebbe davvero affacciarsi al mondo.

Nella società ovattata da cui ora ci sentiamo respinti era necessario uno sforzo minimo per avere tutto: cibo, acqua, divertimento, viaggi. Invece ci aspetta probabilmente un tipo di mondo in cui ognuno dovrà essere artefice della propria vita in modo diverso: Saremo di meno? è possibile. Vivremo di meno? anche questo è possibile. Ma quindi le idee della tecnologia che ci avrebbe resi immortali e perfetti erano false? Questo è certo. Ma quindi dobbiamo preparaci a considerare molti passatempi finiti in vantaggio del conseguimento di obiettivi reali? Temo di si.

Nei prossimi giorni e mesi la situazione potrebbe addirittura peggiorare: se la scienza non troverà un’immediata cura la chiusura nelle case genererà frustrazione, omicidi domestici, violenza su se stessi, alienazione, follie e disturbi della personalità. Tutte le cose che avevamo chiuso nel cassetto, sperando potessero salvarci “gli impegni” sulle nostre agende, adesso torneranno improvvisamente a manifestarsi: toccherà essere forti davvero, toccherà lavorare per questo mondo di cui sopra con la consapevolezza che non siamo noi a progettare il reale ma il reale a progettarci.

Queste poche pagine sono una semplificazione di un pensiero che da anni filosofi e intellettuali considerati minoritari producono contro gli entusiasmi tecnologici, contro le idee di un futuro sempre “migliore” del passato. Oggi l’umanità, fragile come non mai, può entrare in una nuova fase evolutiva considerandosi unica e unita senza etnie o nazioni, senza divisioni o egoismi. Avevamo un mondo fatto di comodità e certezze? Certo, ma era anche un mondo pieno di guerre, violenze, uccisioni, massacri della biodiversità … non certo il “mondo normale” a cui pensiamo di poter tornare.

L’assuefazione alla prassi è stata troppe volte una forza più potente dell’unica aspirazione importante per una specie come la nostra: quella alla libertà. Usciremo da queste case, certo, ma non per rimetterci in un tram affollato per lavorare venti ore al giorno perché quel mondo, fortunatamente, oggi o domani crollerà. Abbiamo pensato ingenuamente di avere un immenso potere sulla natura, un potere che in realtà era un rapido percorso verso l’autodistruzione. La domanda è dunque questa: quanti altri modelli esistono per stare nel mondo? Non siate dogmatici e sorridete, queste poche pagine sono solo un’approssimazione a questioni veritiere che meriterebbero pagine e pagine; il futuro di Homo Sapiens è più simile al suo passato più remoto che alle ideologie con cui avevamo imbottito le nostre pseudo-certezze.

Potrei sbagliarmi, magari non sarà il Covid-19 ma il Covid-25 a darci questa “occasione”: ma il tempo per ragionare e prepararci a ciò che si è detto e comunque poco. Iniziamo subito.

Commenti
13 Commenti a “Manifesto per un dopo che era un prima”
  1. Federico Gnech scrive:

    Ringrazio il professore Saffo perché con questo suo pistolotto è riuscito a tenermi occupato per il tempo di questo commento. Scrivo dal telefonino in una stanza d’ospedale, a un metro dalla termoculla in cui dorme mio figlio, nato martedì scorso e ora in fototerapia. Niente di irreparabile, è calato un po’ troppo di peso e gli è venuto l’ittero. Un tempo – non occorre andare al passato più lontano del Sapiens – quando si nasceva giallini, si veniva messi al sole. A volte funzionava, a volte si diventava (nella migliore delle ipotesi) sordi, ma con la soddisfazione di aver lasciato che la natura facesse il suo corso, di aver confidato non nella tecnologia, ma nel solo aiuto di fratello Sole. Fino a non molto tempo fa, del resto, una polmonite come quella di cui leggiamo in questi giorni non lasciava scampo. Non c’erano abbastanza letti da terapia intensiva, perché non esistevano terapie intensive. Nel mondo che il Professore Caffo rimpiange, i più deboli soccombevano, terminando nel peggiore dei modi la loro generalmente breve esistenza, “degna” o “indegna” che fosse stata, avendo se non altro il conforto della fede. Onestamente, per mio figlio appena nato spero in qualcosa di meglio. Di certo non gli auguro, come fa Caffo, un’altra epidemia come questa tra cinque anni. Eppure il dubbio che il professore abbia ragione si è già insinuato in me: è vero che rifiutando in blocco la modernità dovremmo rinunciare a una vita lunga, al paradigma scientifico e a tutte le conquiste sociali e civili portate da quella cosa contraddittoria chiamata progresso, ma è vero altresì che probabilmente ci libereremmo da una delle figure sociali più legate alla modernità stessa: quella dell’intellettuale reazionario (anche soi-disant de sinistra) che mangia merda e vomita stronzate. Ci devo pensare.

  2. Francesca scrive:

    Certo che per uno che scrive appena diventato padre e da un ospedale in cui visita il figlio neonato , ne ha di acredine dentro per scrivere un pezzo tanto sguaiato

  3. Arbasino scrive:

    “Queste poche pagine sono una semplificazione…”, in effetti, sì.

  4. Tommaso scrive:

    personalmente ho trovato la riflessione interessante con spunti che mi piacerebbe fossero approfonditi ulteriormente.
    Provare ad esprimere un punto di vista su temi cosi complessi necessariamente richiede una necessaria semplificazione, che non ritengo negativa di per sé.
    il commento poco elegante del primo lettore effettivamente è fuori luogo, non mi pare l’autore inviti ad un ritorno alle caverne o al rifiuto della scienza, ma ad aprire gli occhi su percorsi alternativi.

  5. Elena Grammann scrive:

    Può darsi che la semplificazione, di per sé, non sia una cosa negativa. In questo caso però il prodotto della semplificazione è il discorso di un tredicenne a un pubblico di seconda elementare.
    Stilisticamente parlando, il dott. Saffo lo vedrei bene a fare il testimone di Geova.

  6. Elio scrive:

    ma forse non avete ben compreso che il professore sta annunciando e cercando di far comprendere che siamo sull’orlo della catastrofe planetaria del resto già annunciata dai climatologi e dalla piccola Greta Thunberg…….. non c’è più tempo! voi pensate di si?? bene, io concordo col prof. Caffo che il nostro modello di “sviluppo” spietato col pianeta ma anche con l’umanità abbia portato a questo punto…..di non ritorno.

  7. Non credo che il primo commento sia poco elegante, piuttosto lo ritengo sanamente realistico contro la fumosità di Caffo.
    Che cosa significa una frase come “non siamo noi a progettare il reale ma il reale a progettarci”?
    Davvero, a parte qualche invasato c’è chi sostiene “le idee della tecnologia che ci avrebbe resi immortali e perfetti”?
    Ancora: che cosa significa “Gli animali e la biodiversità sono diventati cibo”? Capisco sostenere che gli animali non debbano essere cibo, ma rimproverare l’umanità del fatto che la biodiversità sia diventata cibo significa che dobbiamo nutrirci di minerali?
    E poi il tono, che non è un semplice dettagli di stile. Perché questo tono vaticinante, che spero sia ridicolo per molti? Perché Homo Sapiens senza articolo? Caffo porta a spasso Cane? Sente miagolare Gatto?

  8. Elena Grammann scrive:

    @ Elio
    La “piccola” Greta Thunberg ha ragione da vendere, e non c’entra nulla con le farneticazioni vaticinanti di Caffo.
    Il problema, quando si prende posizione contro un discorso da imbonitore da fiera come quello sopra, è che si finisce per trovarsi nella scomodissima compagnia di idioti, che non credono alla responsabilità umana nei cambiamenti climatici perché, come Trump col cononavirus, “hanno parlato con un sacco gente che gli assicurato che non è così”.

  9. gik scrive:

    chissá come mai tante persone, invece di leggere e pensare a ció che hanno appena letto, leggono e scrivono immediatamente ció che pensano loro, affermando il proprio io a dispetto di ció che hanno appena letto.
    siamo diventati davvero cosí impermeabili ad un pensiero diverso dal nostro? abbiamo cosí paura del pluralismo, delle idee? dell’altro? speriamo di no, speriamo di poter discutere serenamente di ció che interessa noi tutti

  10. Engy scrive:

    O bella Gik, ma il confronto è fatto dalle nostre personali idee che mettiamo a disposizione di altri, del nostro “io” come dici tu: lo ha fatto l’autore del post e lo hanno fatto i commentatori.
    Senno’ come dovrebbe svolgersi questo benedetto confronto?

  11. Francesca scrive:

    Gik mi pare sia tra i pochi che hanno fatto un commento sensato e maturo
    Insieme a Tommaso
    Colpisce la cecità dei più accecati dal proprio ” io”

  12. Elena Grammann scrive:

    Allora: “leggono e scrivono immediatamente ció che pensano loro, affermando il proprio io a dispetto di ció che hanno appena letto.”
    1.Vorrei sapere da che cosa Gik deduce che io o altri abbiamo scritto immediatamente, cioè senza riflettere.
    2. Perché affermare il proprio io (=dire quello che si pensa) dovrebbe avvenire “a dispetto di ciò che hanno appena letto”. Ciò che hanno appena letto esclude in qualche modo (argomentativo, ideologico) di dire ciò che si pensa?
    A me sembra che Francesca promuova quelli che trovano sensato e ben argomentato l’articolo di Caffo e bocci gli altri. Punto.

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