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Manuale per la sconfitta. Il viaggio letterario di Leonard Cohen

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C’è una canzone dei Nirvana piuttosto famosa, Pennyroyal Tea. Kurt Cobain la cantò per l’ultimo album della sua band, In Utero, e poi, tra le altre esibizioni live, nell’Unplugged per Mtv. È strano, perché anche la versione registrata in studio ha un tocco per così dire “live”; prima che la canzone attacchi, si sente Kurt che schiarisce la sua voce con un distinto eh-ehm, e poi chitarra e voce che iniziano in simultanea. Solo gli ascoltatori più distratti non avranno notato i primi versi della seconda strofa: «Give me a Leonard Cohen afterworld / So I can sigh eternally», Dammi un aldilà alla Leonard Cohen, così potrò sospirare in eterno. Ahinoi, l’aldilà di Cobain era alle porte, più di quanto potessimo immaginare; Pennyroyal Tea doveva essere il nuovo singolo di In Utero, ma il suicidio di Kurt fermò l’uscita.

In un’intervista del 2009 – la trovate nel libro Il modo di dire addio – un giornalista canadese chiese al canadese Leonard Cohen cosa ne pensasse di quei versi, e cosa avrebbe potuto dire a Cobain per arginarne la volontà autodistruttiva. «Non so cosa gli avrei detto, ma magari la sensazione di solitudine e disperazione che deriva da quel senso di isolamento avrebbe potuto essere infranta da un po’ di compagnia, dalla compagnia di qualcuno che potesse capirlo. Purtroppo possiamo leggere la vita che viviamo, ma non possiamo cambiarne le parole».

Il fatto è che di sconfitte Leonard Cohen se ne intendeva, le ha fronteggiate per tutta la vita insegnando qualcosa in materia anche a noi, ed è proprio questo il tema unitario scelto da Silvia Albertazzi per rileggere l’opera del cantautore scomparso ormai due anni fa – era il sette novembre 2016. Così il libro si chiama Leonard Cohen. Manuale per vivere nella sconfitta, e l’ha pubblicato paginauno. Albertazzi, docente di Letteratura dei Paesi di lingua inglese all’Università di Bologna, ha indagato i testi di Cohen riscoprendo chiavi di lettura o proponendone di nuove, suggerendo spunti ideali, in definitiva rileggendo le parole di quello che non è stato solo un grandissimo cantautore, ma anche uno scrittore di romanzi e poesie. Il Manuale mette dunque in fila le raccolte poetiche – dagli esordi di Let Us Compare Mitologies, correva l’anno 1956, fino a Flowers for Hitler e a Parasites of Heaven – e i due romanzi, The Favourite Game e Beautiful Losers, per giungere alla punta dell’iceberg, le canzoni incise su album-capolavori come Songs of Leonard Cohen o New Skin for the Old Ceremony o i più recenti Dear Heather o You Want it Darker, il disco testamento uscito poche settimane prima della morte di Cohen.

Per un artista del calibro di Leonard Cohen, il metodo “unitario” scelto da Silvia Albertazzi è senz’altro corretto. Indispensabile, direi. Non è possibile o tantomeno giusto scindere il poeta dal cantautore, lo scrittore di Beautiful Losers da quello di Hallelujah o Bird on The Wire. A volte la continuità tra le varie incarnazioni di Cohen è addirittura lampante, inestricabile. La prima volta che appare la sua canzone più famosa, Suzanne, è in forma di poesia: si intitolava Suzanne takes you down ed era nella raccolta Parasites of Heaven. Stesso destino per diverse altre canzoni: I believe you heard your master sing diventerà The Master Song; I met a woman long ago diventerà Teachers, e via discorrendo. Dopodiché entriamo nel terreno smottato del confine tra letteratura e canzone d’autore, in un dibattito tracimato con il Nobel a Bob Dylan. Per Albertazzi, la transizione compiuta da Cohen, passando da brillante scrittore emergente – poesie e romanzi avevano ricevuto ottime recensioni dalla critica del tempo – «non rappresenta un cambio di direzione radicale, ma piuttosto un’evoluzione naturale, un modo di abbracciare un altro ruolo poetico: dopo l’enfant prodige, dopo il vate, il menestrello, in un ritorno alle radici primordiali della poesia, al suo essere, in origine, canto e musica».

Ed è andata proprio in questo modo, seguendo un’evoluzione naturale. Già da adolescente Cohen aveva messo in piedi una band, e quando teneva i primi reading delle sue poesie si faceva accompagnare, a volte, da musicisti jazz. Poi, come ammise lui stesso, semplicemente non riusciva a sbarcare il lunario con le entrate dai suoi libri – che sì, la critica recensiva bene, ma che non sfondavano nelle librerie. E allora dopo gli anni vissuti a Hydra, l’isola al largo della Grecia dove conobbe Marianne Ihlen, la donna con cui visse una storia d’amore che ha lasciato tracce incancellabili, immortalate in So Long, Marianne – pensò che intraprendere la strada del cantante folk gli avrebbe permesso di aumentare le entrate. Suonò quindi una manciata di canzoni in una stanza del Chelsea Hotel, davanti a un discografico, e la Columbia lo mise sotto contratto, non senza qualche perplessità (le canzoni erano tristi, e l’aspetto di Cohen lontano dall’esplosivo Dylan di quegli anni). E anche se i suoi album non diventarono mai dei veri bestseller, e il rapporto con il denaro rimase sempre parecchio complicato, la scelta di passare alla canzone si rivelò corretta. Noi ne sappiamo qualcosa.

Così torniamo alla questione della continuità intellettuale. Da ragazzo, ricorda Silvia Albertazzi, Leonard Cohen studiò alla McGill University di Montréal. Ebbe come insegnanti, tra gli altri, i poeti Irving Layton e Louis Dudek. Fu il secondo, riconoscendo il talento di quello studente, a «conferirgli l’investitura di “poeta” in una scherzosa cerimonia nei corridoi dell’università, dopo aver letto la sua poesia Sparrows e a proporgli, infine, di inaugurare con la sua opera prima una nuova collana editoriale dedicata ai giovani poeti della McGill». Quanto a Irving Layton, il poeta di origini romene che gli insegnò «a trattare in poesia argomenti scabrosi, a non arretrare di fronte ai tabù», con lui intrattenne un rapporto d’intensa amicizia per tutta la vita, dedicandogli Go No More a Roving, ispirata a una poesia di Byron. Studiando da poeta non si dimentica di esserlo, anche imbracciando una chitarra e ben sapendo che nella forma-canzone esistono molti aspetti varianti rispetto a una poesia destinata a rimanere su una pagina scritta. Se sei stato folgorato da Federico García Lorca, autentico spirito guida dall’età di quindici anni, scriverai e canterai un pezzo come Take This Waltz, la versione coheniana di Pequeño vals Vienés. E ancora in Ten New Songs, l’album scritto alle soglie dei settant’anni, ci sarà spazio per Alexandra Leaving, ispirata a The God Abandons Antony, poesia di Costantinos Kavafis.

Ma c’è molto, molto altro nell’esistenza di questo artista della sconfitta – Beautiful Losers, questo è il titolo del suo secondo romanzo – che è stato Leonard Cohen. Il tormentato rapporto con la spiritualità, la conoscenza delle scritture ebraiche, la passione per le donne, di cui continuamente s’innamorava, raccontandole nelle sue canzoni fino alla fine. «Because of a few songs / Wherein I spoke their mystery, / Women have been / Exceptionally kind / to my old age. / They make a secret place / In their busy lives / And they take me there. / They become naked / In their different ways / and they say, / “Look at me, Leonard / Look at me one last time”. / Then they bend over the bed / And cover me up / Like a baby that is shivering»,  canta in Because Of, ovvero, nella traduzione di Silvia Albertazzi:

Grazie ad alcune canzoni / in cui parlavo del loro mistero, / le donne sono state / eccezionalmente gentili / nei confronti della mia vecchiaia. / Creano uno spazio segreto / nelle loro esistenze piene di impegni / e mi ci portano. / Lì stanno nude / nei diversi modi che hanno di esserlo / e dicono: / Guardami, Leonard, / guardami per l’ultima volta. / Poi si curvano sul letto / e mi coprono/ come un bambino che ha i brividi.

Si racconta che quando Leonard Cohen arrivò a New York, cominciando a bazzicare i locali del Village, incrociò Lou Reed e Nico. Era il 1967 e The Velvet Underground & Nico aveva fatto un discreto rumore in città. Di Nico, ovviamente, Leonard s’innamorò all’istante. Lou Reed, invece, lo riconobbe subito: amava le poesie di quell’uomo canadese, aveva letto Flowers for Hitler e gli chiese di dedicargli la sua copia. E questo Manuale per vivere nella sconfitta, tra le altre cose, può aiutarci a capire perché Lou Reed gli chiese quella dedica, e perché Kurt Cobain voleva un aldilà alla Leonard Cohen.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
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Un commento a “Manuale per la sconfitta. Il viaggio letterario di Leonard Cohen”
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  1. […] Ma meglio ancora è quello che scrive Liborio Conca a proposito di un libro che Silvia Albertazzi ha dedicato alla figura «letteraria» di Cohen. Perché è da questo libro che potrebbe emergere con lucida chiarezza la continuità tra canzone e poesia, tra la letteratura che Cohen voleva fare e quella che poi, in effetti, fece. Lo si può leggere qui: […]



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