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Maradona e il futuro

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Ventinove anni fa, il 29 giugno 1986, nello stadio Azteca di Città del Messico, l’Argentina vinse il suo secondo e ultimo mondiale di calcio. A trascinare la squadra biancoceleste fu indubbiamente Diego Armando Maradona. Pubblichiamo un tributo al “Pibe de Oro”, scritto da Gianni Montieri.

(fonte immagine)

di Gianni Montieri

“A cosa pensi?”
“Al futuro.”

Lo scambio di battute avviene in Youth di Paolo Sorrentino. La domanda la fa la compagna di Maradona al Diego stanco e un po’ triste, seduto sul balconcino della camera del Resort svizzero, di lusso, teatro del film. Doveva arrivare Sorrentino, o meglio, una singola battuta di un suo film, per chiarire qualcosa che probabilmente ho sempre avuto in mente. Maradona, quando giocava, pensava al futuro. È così, credo, per tutti i fuoriclasse: immaginare quello che accadrà da lì a poco e agire di conseguenza. Muoversi in anticipo sulla conseguenza, vuol dire modificarla, quello che accadrà non è più ciò che tu hai previsto, ma quello che hai generato assecondando col movimento la tua previsione. L’ossimoro che preferisco è la finta di Maradona, la cosa più vera che io abbia mai visto. Diego Armando Maradona non ha fatto altro che pensare al futuro, ogni volta che è sceso in campo, dalle Cebolittas all’ultima partita giocata.

Visionarietà di gioco

Tutti sappiamo cosa significhi “Visione di gioco”. La capacità di vedere una grande porzione di campo, anche quella parte di campo dove gli occhi non arrivano, pensiamo a Pirlo, per stare su un calciatore in attività. Pirlo sa sempre dove mettere il pallone, perché lì arriverà un compagno di squadra (che dal canto suo sa che Pirlo non lo farà correre invano). Pirlo sa quando passare di prima, conosce il tempo d’inserimento, e sa quando aspettare, e può aspettare perché è molto difficile togliergli il pallone dai piedi. Pirlo pensa con la palla tra i piedi, a velocità impressionante, mentre almeno un paio di avversari provano a portargliela via. Pensa e poi trova il famoso corridoio, quel piccolo spazio visibile solo a lui che metterà il compagno davanti alla porta. Pirlo ha talento, controllo di palla, intelligenza, conoscenza dei movimenti e, appunto, visione di gioco. Un altro calciatore che vede quella parte di campo dove gli occhi non arrivano è Francesco Totti. Sono vent’anni che vediamo quella fantastica apertura al buio, di prima intenzione. Totti che riceve la palla nella sua parte di metà campo, Totti che senza guardare, di prima, lancia nello spazio dove un suo compagno si butterà, per trovarsi – di nuovo – solo davanti alla porta. Totti ha talento, controllo di palla, intelligenza, conoscenza dei movimenti, capacità di fare lanci da cinquanta metri con la facilità con cui noi mescoliamo lo zucchero al caffè, e visione di gioco. Potrei continuare: Zidane, Antognoni, Ancelotti, Agostino Di Bartolomei, e moltissimi altri, andando indietro, anche difensori come Scirea, Krol, Baresi. Tutta gente che vedeva il gioco, e che al momento opportuno faceva la cosa giusta, che quasi sempre era l’unica possibile. C’è stato, poi, un giocatore che si collocava a metà tra la visione e la visionarietà del gioco, uno che aveva una grande immaginazione: Cruijff (e insieme a lui possiamo inserire gente del livello di Messi, Platinì e Ronaldo – il fenomeno).

In un racconto, Jim Shepard (lo trovate in Non c’è ritorno, 66th and 2nd, 2012): L’Ajax non difende mai, parla di un difensore della squadra olandese dei tempi d’oro, figlio di partigiani sloveni. Shepard metteva insieme i partigiani e il calcio totale, scrivendo una storia sul movimento e sullo spazio, sul modo di riempirlo e di attaccarlo. I partigiani arrivavano in cerchio, quelli dell’Ajax da tutte le parti. In entrambi i casi diventava fondamentale la bellezza di un gesto. Qui arrivo a Cruijff e all’immaginazione. La precisione degli schemi di quell’Ajax (e dell’Olanda) degli anni settanta e il fatto che ogni compagno sapesse esattamente cosa fare, consentiva a Cruijff di applicare “facilmente” la sua tecnica alla visione di gioco; spesso, però,  non bastava, a quel punto l’attaccante olandese diventava visionario, che significava andare oltre lo schema di gioco, diventava un partigiano. Il partigiano Cruijff tra tutte le opzioni possibili previste dallo schema, doveva (in pochi secondi) prevedere quella meno prevedibile, trovare il compagno di squadra nascosto nel cespuglio più lontano e al volo lanciargli la pistola.

Ed eccoci a Maradona. Diego Armando Maradona era un visionario e aveva un’elevatissima capacità di immaginare, le due cose insieme gli consentivano di prevedere il futuro e, addirittura, di indirizzarlo, di cambiarlo. Maradona non vedeva il gioco, lo inventava, lo guidava, lo prevedeva e lo trasformava. Maradona non faceva mai un gesto superfluo. Non dribblava se non necessario, non fintava se non occorreva, non passava se poteva tirare, non tirava se poteva passare. Ogni suo gesto, sul campo, era finalizzato al gol. Il futuro a cui Diego Armando Maradona pensava era il gol. Tutte le cose che sceglieva o non sceglieva di fare, per arrivare al gol, erano bellissime.

Il futuro in tre ipotesi:

Una partita che spiega molte di queste cose è Napoli – Lazio 4 a 0; campionato di serie A 1984 – 1985. Durante il primo tempo Maradona dribbla, inventa, tira, crea gioco, fornisce assist, ma pur immaginando il futuro non riesce a indirizzarlo, a un certo punto sembra capire due cose: che i compagni non bastano e che il futuro è battere la Lazio.

1)      Anticipare il pensiero del difensore prevedendo la sua mossa. Un calciatore del Napoli sbaglia un colpo di testa al limite dell’area di rigore, la palla arriva molto lentamente dentro l’area. Un difensore della Lazio – con calma e sicurezza – appoggia di testa al portiere. Quello che non sa è che alle sue spalle sta arrivando Maradona, non lo sa lui e non lo sa (almeno non per tempo) il portiere. Maradona salta fuori da una siepe, si inserisce tra il difensore e il portiere, controlla di destro e infila di sinistro. Se il futuro non arriva tu vai a citofonargli.

2)      Il futuro può essere di estrema bellezza. Nel secondo gol di Maradona (terzo del Napoli, il due a zero fu un autogol, sempre su assist del fuoriclasse argentino), a circa trenta metri dalla porta, un difensore sbaglia un facile controllo, il portiere (era Orsi) stava già uscendo verso il limite dell’area, la palla va verso Maradona. Pausa. La palla va verso Maradona perché? Perché è rotonda, perché rimbalza, perché il caso vuole che il difensore sbagli, tutto vero. La palla, però, va verso Maradona perché Diego sa da prima che, se il difensore sbaglierà il controllo col piede destro, il pallone con ogni probabilità scivolerà verso sinistra. Ed ecco il futuro. Il futuro si crea in due o tre secondi e si realizza. La palla arriva a Maradona, non c’è tempo di pensare. Il pensiero sta in tutto quello che un fuoriclasse deve sapere da prima e Maradona sa: che è lui l’uomo più vicino alla porta, che non ci sono compagni da mettere davanti al portiere, sa che il portiere non è sulla linea di porta, sa che stoppare, dribblare il difensore e puntare verso l’area è un’ipotesi percorribile, ma sa anche che seguire quel pensiero darebbe la possibilità  al caso di condizionare il futuro: un fallo, una finta non riuscita, il rientro di un altro difensore, un tiro sbagliato. Maradona sa tutto questo, i geni sanno prima di conoscere (lo diceva De Andrè di Mina e io lo dico di Maradona) e allora fa la cosa impossibile per il resto del pianeta ma possibile a lui: Maradona calcia, quasi senza guardare, e con un pallonetto, che nessuno ha più dimenticato, mette la palla sotto la traversa, a nulla servirà la corsa all’indietro del portiere laziale. Nel futuro che Maradona ha visto lui non farà in tempo.

3)      Gol dalla bandierina. L’area di rigore della Lazio è molto affollata. Diego Maradona batte il calcio d’angolo. Il Napoli sta vincendo tre a zero, il risultato è al sicuro e allora si può tentare anche il gesto superfluo, per la bellezza, per consegnare al futuro e agli almanacchi una domenica di febbraio incredibile. Maradona decide che il futuro è la palla che si insaccherà all’incrocio dei pali, dove le mani di Orsi non potranno arrivare. Il futuro è un angolino sotto la traversa, un luogo ignoto agli spettatori, agli uomini in panchina e ai restanti ventuno in campo.

Due colpi di testa

Indirizzare il futuro, condizionare il movimento dei tuoi compagni di squadra, decretare la resa dei tuoi avversari, non è facile, è quasi impossibile, a volte bisogna essere più veloci dell’anticipo e in una frazione di secondo agire prima che gli altri pensino, prima che gli altri provino a fermarti. Sono state  tante le volte in cui Maradona ha anticipato e condizionato gli avversari, previsto il gol e intuito che l’obiettivo potesse essere raggiunto attraverso una rinuncia: agire prima che la palla arrivasse al piede sinistro, ve ne racconto due.

(Napoli – Milan 4 a 1  campionato serie a 1988/89)

Quella volta il Milan arrivò a Napoli e sembrava che non si potesse battere. Era il Milan di Sacchi, la tattica del fuorigioco sembrava impossibile da eludere, non per Maradona.

Il Napoli sta manovrando sulla tre quarti del Milan, i rossoneri sono cortissimi e vicinissimi, non c’è nessuno al limite dell’area. Il Napoli studia il da farsi, Maradona nell’inquadratura non c’è, poi compare come un missile, salta fuori da un altro cespuglio, lui ha già visto il futuro. Correndo, guarda Massimo Crippa, che ha la palla, sembra dirgli: «Più avanti c’è il gol, buttala più avanti». Crippa esegue, il resto è storia. La palla arriva al limite dell’area, rimbalza alta, Maradona è in corsa, Galli, il portiere del Milan, è già quasi alla lunetta, che fare? Diego potrebbe tentare il controllo e lasciare ancora la possibilità al caso di condizionare il futuro. Un fallo di Galli con espulsione? Il ritorno di un difensore? Dribblare il portiere e segnare ugualmente? Non c’è tempo. Maradona decide in meno di un secondo: il futuro che lui vuole ha una sola possibilità. Diego colpisce la palla di testa, prima di ogni controllo, prima che il portiere arrivi e lo beffa con un pallonetto.

(Stoccarda – Napoli 3 a 3 finale Coppa Uefa, 1989)

Il gol di Ciro Ferrara, deciso dal suo tempismo, previsto dall’immaginazione di Maradona.

Maradona batte un calcio d’angolo, la palla è molto ben tagliata come al solito, un difensore dello Stoccarda la respinge di testa. Per sua sfortuna la palla torna nell’unico posto dove, per lui, non avrebbe dovuto tornare, vicino alla bandierina, dove Maradona è rimasto. Diego decide che il futuro, di nuovo, non può aspettare il suo piede sinistro, il futuro viene prima. E allora fa una cosa a cui nessuno avrebbe pensato, con un colpo di testa precisissimo rimette il pallone dentro l’area, a pochi metri dalla porta, la palla è tesa ed è su quella palla che Ferrara trova il futuro scritto e, arrivando in corsa, la insacca come se fosse Careca. C’è un momento, a futuro realizzato, quello degli abbracci: si vedono gli occhi luminosi di Maradona e si capisce che è felice due volte, per il gol della squadra e perché quel gol l’ha fatto quel ragazzino napoletano. Maradona era un generoso.

La meraviglia, il futuro e la realtà

Non si può scrivere di Maradona e il futuro senza andare al 22 giugno 1986. Mondiali di calcio in Messico, la partita è Argentina – Inghilterra

(Argentina – Inghilterra, Mondiali di calcio, 22 giugno 1986).

In tanti hanno raccontato questo gol, votato come gol del secolo, è ancora adesso considerato il gol più bello della storia del calcio, e io sono d’accordo. In molti hanno descritto, raccontato, sviscerato, disegnato, interpretato quella azione, io ancora non ci riesco. L’unica cosa che so è che Maradona, lì sulla metà campo, quando si voltò, davanti a sé non vide gli avversari, non vide il campo, non pensò alle difficoltà, né al fatto che qualcuno potesse fermarlo, vide il futuro e il futuro stava alle spalle di Peter Shilton, il futuro era la palla che finiva alle spalle del portiere inglese. Maradona immaginò, immaginò di correre su quel campo, con la palla attaccata al piede. Immaginò che nulla al mondo gliela avrebbe portata via. Immaginò che gli avversari sarebbero arrivati, forse, ipotizzando finte sul lato sinistro. Immaginò che i secondi per arrivare in porta sarebbero stati pochissimi, eppure infiniti. Immaginò che quella cosa la sapeva da quando era bambino. Immaginò che il futuro scritto sulla linea di porta ne anticipava un altro. Immaginò la coppa, non si sbagliò. E a quale futuro pensarono i centrocampisti, i difensori e il portiere dell’Inghilterra? Ognuno di loro azzardò delle ipotesi, tutte corrette, tutte sbagliate. Nessuno poteva immaginare l’impossibile. Quella fu la loro colpa e il loro errore. L’impossibile per loro era solo poco probabile. Per Maradona era molto probabile.

Gli altri futuri

A cosa pensava Costanzo Celestini quando, sul campetto di Soccavo, Maradona palleggiava con i bicchieri di plastica accartocciati? A cosa pensava Caffarelli quando Diego lo mandava in gol? Cosa vide Ciro Ferrara quando fu lanciato in porta e nella storia? Cosa pensava Giordano? Cosa Careca? Quale futuro vide Zenga quella volta a San Siro che Diego lo guardò negli occhi, mentre teneva la palla sul petto, per un tempo che sembrò infinito? A cosa pensa Stefano Tacconi ogni volta che riguarda quella punizione? A cosa pensa Valdano? Cosa ricorda Burruchaga? E poi noi, noi che quando Maradona giocava eravamo ragazzi e avevamo il privilegio di vederlo giocare, di domenica in domenica?

Ognuno di questi, e di molti altri, ha avuto un pezzo di futuro segnato da una visione di Diego Armando Maradona, e ne ha sofferto o ne ha gioito. Noi che eravamo ragazzini, e non saremmo mai stati Valdano o Careca, abbiamo avuto la conferma che nel futuro fossero contemplate delle possibilità. Avevamo visto  i sogni trasformati in realtà, di domenica in domenica, forse poteva accadere ancora.

(a Diego Maradona)

Gianni Montieri è nato a Giugliano, provincia di Napoli nel 1971. Vive da molti anni a Milano. Ha pubblicato: Futuro semplice (Lietocolle, 2010) e Avremo cura (Zona, 2014). Suoi testi sono rintracciabili nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) della rivista monografica Argo e sui principali siti letterari italiani. Ha riscritto la fiaba Il pifferaio magico per il volume Di là dal bosco, Le voci della luna 2012. Sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, Cfr edizioni 2014. È stato redattore della rivista monografica Argo. Scrive di calcio su Il Napolista. Collabora con Rivista Undici e Doppiozero. È capo redattore del litblog Poetarum Silva.
Commenti
7 Commenti a “Maradona e il futuro”
  1. Alberto Rossi scrive:

    Il 29 giugno del 1986 non è “esattamente trent’anni fa”, ve l’assicuro.

  2. minima&moralia scrive:

    editato, grazie. il pezzo parla di futuro e ci siamo fatti prendere troppo la mano.

  3. Enrico Macioci scrive:

    Per me, proprio perché è visionario, Maradona non fa sempre ciò che è strettamente necessario. Questo lo fa Platini, che è la sublime essenza della semplicità. Mi permetto di postare un mio breve pezzo sull’argomento
    http://news-town.it/cultura-e-societa/5916-perch%C3%A9-platini-%C3%A8-meglio-di-foster-wallace-e-anche-di-maradona.html

  4. gianni montieri scrive:

    Buongiorno Enrico, mi permetto di dissentire. Maradona non faceva niente di superfluo anche perché era un visionario, l’immaginazione consentiva di prevedere. Il fatto che facesse cose bellissime non significa che fossero inutili (poi la bellezza è inutile?), secondo me – seriamente – ogni gesto di Maradona era finalizzato al gol, quello era il suo pensiero, non credo che Platini facesse pensieri diversi, infatti faceva cose bellissime pure lui e mai inutili. Credo che Maradona avesse qualcosa in più, che però non c’entra con l’essere più vistoso (come scrivi nel tuo articolo). Tutto qui. Inutile è il dribbling di troppo, utile è il dribbling pensato per arrivare in porta, il prima possibile.

  5. Luigi scrive:

    Bellissimo articolo. Pelle d’oca nel leggerlo e vedere le immagini di Diego. Grazie

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